Palermo

Fantasmi dalla Sicilia: Poggioreale ieri e oggi

Articolo pubblicato il 24 settembre 2015
Articolo pubblicato il 24 settembre 2015

Imbattersi nei ruderi di Poggioreale, spettrale eredità lasciata dal terremoto del Belice, è un’esperienza che incanta e lascia sgomenti. Innesca riflessioni ancora più ampie su cos’è stata e cos’è oggi la Sicilia. Perché come disse Sergio Zavoli all’alba del 15 gennaio del '68: "I terremoti coprono tante cose e ne scoprono tante altre".

Diretto in auto verso le spiagge sulla costa sud della Sicilia, una mattina di fine estate, decido di svoltare per Poggioreale, nel Trapanese. Il paese fu ricostruito più a valle dopo il terrificante terremoto del Belice del 1968, che rase al suolo Montevago, Gibellina e interessò oltre 15 comuni della vallata. Poggioreale nuova, con le sue architetture innovative e un po' pretenziose realizzate durante la ricostruzione, sembra priva del fermento vitale che anima i borghi siciliani più turistici. I cartelli stradali per i siti d’interesse artistico indicano insistentemente i ruderi della città vecchia, così imbocco la provinciale che s'inerpica sulle colline, tra ginestre e pale di fichi d'India.

Un presepe decadente sulle colline

Quando i ruderi appaiono in lontananza, si schiude una visione d'inquietante bellezza: un presepe decadente sulle colline, una vera e propria città fantasma dai riverberi giallo tufo che ricordano l’acqua morta stagnante tra gli scogli. L’accesso ai ruderi è sconsigliato da qualche cartello, ma in pratica è del tutto agevole: solo i rovi di more e le gigantesche ragnatele sembrano volerti trattenere al di fuori. Presto si è ai piedi delle antiche scalinate, dove si teneva la fervida vita cittadina dell’epoca, anche se già allora gli abitanti di Poggioreale erano soprattutto donne, bambini e anziani, poiché i giovani e gli adulti si spingevano in Italia, Europa e Oltreoceano alla ricerca di lavoro.

Nella piazza principale della città fantasma scorgo i resti di un campanile e di costruzioni più alte: in una sola notte furono rase al suolo da scosse di magnitudo 6.1 che ebbero gioco facile nel colpire il tufo, pietra che dona una luce particolare alle case, ma che non ha mai offerto il massimo del riparo e della resistenza di fronte a simili catastrofi.

Non solo una storia di fantasmi

La pianta degli edifici, le cornici di porte e finestre e il reticolo delle strade è ancora lì, ben definito e riconoscibile, scolpito per sempre sul territorio, anche se insidiato da piante e fichi selvatici, i cui frutti marciscono a terra ed emanano un odore intenso e un po' sinistro.

Ma i ruderi di Poggioreale non testimoniano solo una storia di fantasmi, ci sono anche scheletri. Scheletri nell’armadio dell'allora Governo, che non riuscì a organizzare per tempo i soccorsi, sottovalutando gli effetti del sisma e lasciando i feriti sotto le macerie per giorni. Le strade che portavano ai centri più grandi franarono dentro enormi voragini, è vero. Gli ospedali, lontani e difficili da raggiungere, erano poco attrezzati, d’accordo. Ma mancò coordinamento, tempismo e regia, salvo poi tentare di rimediare con le visita ufficiale del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e dispiegando l’esercito, con l’aviazione che parlò di "scenario da bomba atomica".

La nuova Poggioreale

Tornando nella nuova Poggioreale, qualche vecchietto del luogo mi saluta, abituato ai turisti. Scambio quattro chiacchiere, comprendendo che anche l’opera di ricostruzione dell’intera valle del Belice fu una pagina non molto positiva della storia siciliana e italiana: gli anziani si domandano ancora perché non fu ricostruita la funzionale ferrovia Salaparuta-Castelvetrano, mentre invece nacquero opere inutili all’epoca e poco utilizzate ancora oggi. Altro punto dolente fu la burocrazia e la lentezza nella ricostruzione, aspetti contro cui si schierò la storica figura di Danilo Dolci, con i suoi "scioperi al rovescio" che dimostrarono alle autorità come riparare le strade grazie alla solerzia dei braccianti volontari.

Un capitolo oscuro è anche quello legato alla memoria di questo autentico cataclisma, simboleggiata dal Grande Cretto che l'artista Alberto Burri edificò a Gibellina per ricordare la vecchia città. Un’opera di land art tra le più rappresentative in Europa.

Oggi questo sito straordinario, come analizzato anche in un'inchiesta di Repubblica, non solo è poco noto e poco valorizzato, ma anche trascurato, infestato dalle erbacce, depredato dai malintenzionati, disseminato di rifiuti e imprigionato nell’acciaio delle pale eoliche, sorte sulle colline circostanti. Forse anche la memoria del terremoto (e di tutte le sue drammatiche conseguenze) si sta lentamente cancellando. E anche la Poggioreale ricostruita non sembra stare bene, con un calo demografico (dai 3.500 abitanti del 1981 si è passati ai 1.500 di oggi). Anche adesso, come nel 1968, il lavoro si deve cercarlo altrove e il paese si svuota lentamente.

All’indomani del disastroso terremoto, il 15 gennaio 1968, il giornalista RAI Sergio Zavoli disse: «I terremoti coprono tante cose, e ne scoprono tante altre». Probabilmente alludeva alle difficili condizioni in cui si viveva nella valle del Belice, con infrastrutture inadeguate, case fatiscenti, uomini emigrati per lavorare e lo Stato assente. Tutti fantasmi che ancora oggi imperversano in lungo e in largo per la Sicilia.