Palermo

Da Benin City a Palermo per tutelare le vittime della tratta

Articolo pubblicato il 18 ottobre 2015
Articolo pubblicato il 18 ottobre 2015

A Palermo un gruppo di circa venti donne nigeriane ha deciso di dire basta alla schiavitù della prostituzione. Dopo anni di violenze subite, hanno fondato un gruppo diventato associazione: "Donne di Benin City". Il loro scopo è sensibilizzare le istituzioni politiche verso questo problema e lottare per liberare le migliaia di donne ancora incatenate alla strada. 

Picchiate, ricattate, uccise. Questo è il destino di molte donne nigeriane vittime di una schiavitù barbara e crudele. La promessa è sempre la stessa: un lavoro in Europa. Il viaggio della speranza si trasforma in una realtà drammatica.

Giovani ragazze, in abiti succinti, costrette dai loro aguzzini ad occupare un lembo di strada per soddisfare i piaceri sessuali dei "clienti". Ribellarsi, talvolta, equivale a morire. Dietro il mercato della tratta delle donne c’è un business mafioso che lucra sulla vita di queste ragazze. Una trappola dalla quale liberarsi è difficile e pericoloso.

Eppure un gruppo coraggioso formato da 20 ragazze nigeriane provenienti da Benin City, nello Stato di Edo in Nigeria, e finite a Palermo nella morsa della tratta, hanno deciso di dire basta e cambiare vita, di poter finalmente scegliere e liberarsi da un giogo che le avrebbe portate alla morte. 

Molte di loro sono senza lavoro, con figli nati a Palermo e dunque palermitani secondo la legge italiana. Alcune chiedono l’elemosina per sopravvivere, altre hanno bisogno di sostegno medico e psicologico. Dopo il loro calvario, chiedono un aiuto al Comune e alle istituzioni italiane per essere riconosciute come cittadine, per cooperare con altre donne e creare una rete associativa che possa tutelare e togliere dalla strada tutte le donne vittime della tratta.

Donne di Benin City Palermo

Abbiamo incontrato il gruppo Donne di Benin City Palermo, riunitosi nel cuore del centro storico del capoluogo siciliano, non troppo lontano dalla stazione centrale. La donna simbolo di questo movimento si chiama Isoke Aikpitanyi. Un sorriso bellissimo che, tuttavia, non riesce a nascondere le sofferenze vissute: «Parlare della mia storia è difficile,» ci dice, «ancora oggi ne porto i segni fisici e psicologici. Ho rischiato di morire per la mia ribellione. Sono stata picchiata, volevano uccidermi. Ma quando non ce la fai più a subire violenze e a vivere una vita che non t’appartiene, la paura della morte svanisce». 

"Le istituzioni non ci aiutano abbastanza"

«Il giogo della tratta è in espansione,» continua, «non dobbiamo abbassare la guardia, perché per strada ci sono molte donne che continuano a prostituirsi in quanto ricattate. Tra loro ci sono tantissime minorenni. E la politica non ci sostiene abbastanza. I loro strumenti sono inefficaci. C’è chi ci volta le spalle, chi finge di non sentirci. Per questo abbiamo pensato di unirci, di creare un'associazione. Il nostro obiettivo è quello di liberare le vittime, ma al contempo di fare sentire la nostra voce alle istituzioni. Chiediamo di cambiare vita, di avere un lavoro onesto, di essere riconosciute socialmente». 

Oggi Isoke è sposata. Con il marito, Claudio Magnabosco, ha fondato nel 2000 l'associazione Le ragazze di Benin City dal nome della sua città natale, e dopo un lungo periodo ad Aosta si è trasferita a Genova dove continua l'impegno per le donne prigioniere del mercato sessuale. Adesso il desiderio di Isoke è uno solo: «Vivere serena e continuare a lottare per salvare le migliaia di donne sfruttate, senza più un'anima, ogni giorno che passa vicine alla morte».

"L’amore per un uomo mi ha salvato la vita"

Accanto ad Isoke, c'è un’altra donna che ci ascolta mentre parliamo. Lei si chiama Vero, il suo viso porta i segni delle violenze subite. Ci avviciniamo chiedendole di raccontare la sua storia: «Il mio corpo è pieno di cicatrici. Ho dovuto subire molte operazioni. Ho visto spesso la morte in faccia. Poi grazie all'amore di un uomo che mi ha salvato, ho cambiato vita. Adesso sono libera, vado a scuola di cucito. Sono felice di vivere a Palermo, non sono più schiava. Qui è il mio futuro ma spero di trovare presto un lavoro».

Isoke e Vero, sono solo alcune delle ragazze appartenenti al gruppo Donne di Benin City Palermo. Vicino a loro ci sono altre coraggiose donne che hanno avuto la forza di liberarsi dalle catene che le legavano alla strada. C'è chi allatta i propri bambini, chi li fa giocare. Ora sono donne finalmente libere, una libertà pagata a caro prezzo. Ma loro sono solo alcune donne che sono riuscite a sfuggire alla tratta.

I numeri non sono consolanti. Secondo l’ultimo Rapporto mondiale sugli abusi sessuali pubblicato dalla Fondation Scelles, in Europa si contano 52.340 vittime della tratta nel triennio 2011-2014, e nel mondo la cifra va dai 2 ai 4 milioni. Dati in continua crescita, confermati dalla UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) e dall'ICMPD (International Centre for Migration Policy Development). 

In Italia le donne nigeriane prive di documenti di riconoscimento sono spesso identificate dalla Polizia ed espulse, quando invece dovrebbero essere trattate come donne vittime del traffico di esseri umani e dunque bisognose d’aiuto secondo la legge sull'immigrazione. Anche per questo motivo il gruppo nato a Palermo si propone l'obiettivo di tutelare queste ragazze, di richiamare l’attenzione della politica per avere un aiuto dalla legge e per migliorare le proprie condizioni di vita. Da Palermo è partita una piccola rivoluzione che coinvolge tutta l'Europa. 

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Ha collaborato Marta Paccani.