Palermo

Austerlitz, dov'è la memoria?

Articolo pubblicato il 29 gennaio 2017
Articolo pubblicato il 29 gennaio 2017

In occasione della Giornata della Memoria arriva in Italia Austerlitz, documentario girato in un campo di concentramento, con telecamera ad altezza d'uomo a filmare il percorso dei visitatori. A Palermo è stato proiettato al Cinema De Seta dei Cantieri Culturali alla Zisa, nell'ambito della rassegna Esco d'Inverno.

Il regista ucraino Sergei Loznitsa nel presentare Austerlitz a Venezia 73, ha spiegato che l’idea del film è venuta perché visitando i campi di concentramento ha avuto una sensazione sgradevole: «sentivo come se la mia stessa presenza fosse eticamente discutibile e avrei voluto davvero capire, attraverso il volto delle persone, degli altri visitatori, come ciò che guardavano si riflettesse sul loro stato d’animo». Loznitsa alla fine di questo esperimento non nasconde di essere rimasto perplesso, e in occasione della Giornata della Memoria e dell’uscita del film in una trentina di sale italiane, abbiamo potuto vedere l’oggetto misterioso grazie a SudTitles e alla rassegna Esco d’Inverno, che entrerà nel vivo dal prossimo venerdì 03 febbraio fino a maggio con film tratti dalla storia del cinema che solitamente non si vedono nelle sale commerciali (il primo sarà Sui marciapedi di Otto Preminger).

Benvenuti a Sachsenhausen

Girato nel campo di Sachsenhausen, 35 km a nord di Berlino, Austerlitz è un documentario duro e puro, senza quell’ibridazione di generi o sequenze dal sapore 'scritto e recitato' che compaiono nelle opere più osannate del momento, a partire dal nostro campione nazionale Fuocoammare. Con la disciplina dell’etnologo, Loznitsa piazza la camera fissa ottenendo lunghi piani sequenza che immortalano il fluire dei visitatori all’interno del campo. Le inquadrature che ottiene sono sempre geometriche, matematiche, somiglianti tra loro in termini di durata temporale. Da questo rigore restano fuori voci narranti o partiture musicali, c’è solo l’audio in presa diretta. Il bianco e nero annulla i colori ma anche le ombre che ci si aspetterebbe di trovare in un campo di concentramento, smerigliando questo microcosmo in senso contemplativo.

In fretta lo spettatore comprende che il film parla dei visitatori, non del campo di Sachsenhausen: vediamo tantissimi occhiali da sole, pantaloncini, macchine fotografiche, audioguide e telefonini. Il bianco e nero uniforma i soggetti, eliminando ad esempio i colori della pelle e dell’abbigliamento, ma anche senza l’espediente tecnico sembra di notare un fare comune distante, svagato, dove si cerca di immortalare l’attimo per averne memoria in un secondo momento, così da potere andare oltre e avere più tempo per addentare un panino o bere una bibita. Quando da uno dei tanti interstizi - porte, finestre, corridoi e, naturalmente, cancelli con scritte “Arbeit Macht Frei”, Loznitsa ha cercato di filmare lo stesso percorso che facevano i prigionieri -, spunta un signore con la maglietta di Jurassic Park, ecco la certezza che potremmo benissimo essere in un parco a tema o al supermercato.

Austrlitz non vuole esprimere un giudizio o una condanna, preferisce ispezionare, come precisato nell’introduzione alla visione da Andrea Inzerillo «come siamo diventati noi e cosa può fare il cinema sulla memoria e sull’Olocausto». Loznitsa inserisce, a un certo punto, un segmento filmico che sembra sconfessare tutto ciò che si è visto in precedenza: il volto di una giovane visitatrice finalmente turbato, assorto in modo profondo, anche enigmatico. Un solo sguardo, e viene smascherata l’impotenza della macchina da presa nel carpire i reali sentimenti dei visitatori, mentre la domanda a questo punto si fa assillante: dov'è rappresantata, oggi, la memoria dell'Olocausto? E come convive il cinema con "la grande colpa", il non aver saputo narrare i fatti dell'Olocausto mentre essi accadevano?

Avvicinandoci alla fine del film, notiamo scattare qualche meccanismo tra il pubblico del Cinema De Seta del tutto simile a quello di Sachsenhausen: teste reclinate sulle poltroncine e 'smanettamenti' con lo smartphone. Nel complesso lo zoccolo duro degli spettatori ha però partecipato con interesse, e fuori è tutto un commentare. «Si dovrebbero ripensare questi luoghi della memoria», dichiara Stefano, 29 anni; «Si dovrebbero ripensare le menti delle persone», fa eco Cristiano, coetaneo di Stefano;  «Vieterei gli smartphone in questi luoghi» dice Francesco, 24 anni, mentre Etrio 25 anni, spiega che «quello che terrorizza in Austerlitz non sono i fantasmi del regime o dei forni crematori, ma i mostri di una società contemporanea che sembra aver dimenticato perfino il presente».