Napoli

TTIP: Istruzioni per l'uso

Articolo pubblicato il 18 marzo 2015
Articolo pubblicato il 18 marzo 2015

Il TTIP, sigla per Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti, è un accordo volto a facilitare gli scambi economici tra Europa e Stati Uniti in tutti i settori dell'economia. Ma quali sono le possibili insidie di questo accordo per l'Europa?

Rimuovere i dazi doganali, stimolare l'economia, creare posti di lavoro, aiutare le industrie a competere a livello mondiale. No, non è il solito proclama del politico di turno ma gli obiettivi del TTIP: Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti, l'enorme patto economico su cui stanno trattando Europa e Stati Uniti e che dovrebbe essere suggellato entro l'anno in corso.

Il Trattato è visto con favore dalle grandi imprese e dalla maggior parte dei Governi Europei, in primis il nostro premier Matteo Renzi che ha conferito al TTIP «appoggio totale e incondizionato» e si aspetta «un salto di qualità» per il paese. Tuttavia il Trattato non ha ricevuto altrettanto favore dalle associazioni di consumatori che, già allarmate dalla mancanza di trasparenza che ha caratterizzato questi negoziati sotto la sigla di “Stop TTIP”, hanno dato il via a una petizione, con lo scopo di interrompere le trattative, che ha raccolto oltre un milione e cinquecentomila  firme.

Come mai le associazioni di consumatori contestano il nascere di quella che potrebbe essere la più grande area di scambio esistente ?

Che cos'è 

Da quel che sembra trapelare dalla documen-tazione, assai scarna, che la Commissione offre (o meglio ha dovuto offrire dopo una sentenza della Corte di Giustizia), il TTIP dovrebbe ridurre i dazi doganali e rimuovere gli ostacoli non tariffari. Questi ultimi sarebbero “inutili ostacoli normativi agli scambi” come si legge nelle linee guida delle trattative. Ciò su cui si sta trattando sono quindi gli standard di sicurezza, ambiente e salute che divergono tra i due Paesi e che sono quindi vere e proprie barriere che negano l'immissione sul mercato di tantissimi prodotti. Il TTIP riguarda appunto un quantitativo di beni e servizi grandissimo: materie prime, agroalimentare, comunicazioni, opere pubbliche, e-commerce, energia.

Poche le certezze, molti i dubbi

Gli interessi sono quindi enormi, così come le previsioni di aumento del volume economico globale (+ 100 € miliardi), di crescita del Pil in Ue e Usa (+4,9 in Italia), persino del reddito disponibile delle famiglie (+ 545 € qui, + 655 € là). Previsioni che contrastano con le dichiarazioni di parte della comunità scientifica: il premio Nobel Joseph Stiglitz,  su Projet Syndicate.org, dubita che i negoziati abbiano l’obiettivo di dar vita a un libero commercio. Si mira piuttosto a un «regime commerciale amministrato, nel senso di funzionale ai particolari interessi che da tempo dominano la politica commerciale occidentale cercando di abbassare gli standard regolamentari verso il più basso livello possibile».

“STOP TTIP” si appoggia sugli studi della Tufts university del Massachussets, secondo la quale il negoziato potrebbe addirittura rivelarsi dannoso facendo perdere 600 mila posti di lavoro e facendo calare il reddito procapite  tra i 165 e i 5mila euro in tutta Europa. Insomma i nodi sono molti e non facili da sciogliere entro la fine del 2015. Ed è proprio l'esiguo tempo a disposizione a preoccupare di più poiché l'impressione è che, a causa della crisi, pur di chiudere le trattative al più presto, l'Unione Europea possa essere disposta ad accettare qualsiasi accordo. Tutto ciò evidenzia ancora di più il pericolo di poter perdere degli standard di sicurezza e di qualità in nome di un miglioramento quantomeno non sicuro. I due campi fondamentali, dove più gli attivisti della campagna “Stop TTIP” battono, sono quello di risoluzione delle controversie e il settore agroalimentare.

Differenze al piatto

Quest'ultimo è quello in cui le differenze tra USA e UE sono più nette soprattutto dal punto di vista dei principi che lo regolano. Nell'Unione sono vigenti il principio di precauzione e il principio from farm to fork. Il primo è un sistema molto stretto: se c'è un rischio che un prodotto possa far male, le autorità hanno il potere di “bloccarlo” in attesa di interventi scientifici. Negli States vige il principio opposto, per cui alimenti e procedure sono sicuri fino a prova contraria. Il principio “form farm to fork” è il nostro sistema di sicurezza alimentare che garantisce alti standard qualitativi, soprattutto igienici, in tutte le fasi della produzione. Le aziende USA invece hanno la facoltà di “autodichiararsi” sicure alle autorità, la Food and Drug Administration che non ha obblighi di controllo. Un esempio che salta subito agli occhi è quello del pollame che, negli USA, viene disinfettato alla fine della procedura con il cloro, mentre nell'UE l'igiene deve essere garantita a monte, “dalla fattoria alla forchetta”, appunto.

Ma non è solo questo quello che preoccupa: in Europa è proibito somministrare ormoni al bestiame, negli Stati Uniti ne è ammesso l'uso per ridurre i tempi di allevamento. Stesso discorso per i discendenti dei cloni: in Europa dati gli scarsi studi non è ammessa la vendita né di carni né di latte di questi discendenti, dall'altra parte è ammesso. Come si pensa di conciliare due principi, due visioni che paiono lontanissime, anzi, diametralmente opposte?

Te lo do io lo standard

L'altro campo sul quale gli attivisti annunciano di dar battaglia è quello dell'istituzione della clausola ISD. Con questa clausola - adottata in altri trattati internazionali come nell'Accordo nordamericano per il libero scambio - un'azienda estera può fare causa a uno Stato in cui esporta dinanzi a un collegio arbitrale non costituito quindi, badate bene, da magistrati. «Tali collegi arbitrali sono profondamente viziati. Il ricorrente - l'azienda - ha un 50 per cento di influenza su chi li presiede, e le decisioni dei collegi non sono vincolate dal precedente. L'arbitrato va bene per la risoluzione delle controversie contrattuali, ma non dovrebbe arrivare a giudicare la validità delle leggi», hanno sottolineato in una lettera al Financial Times Jos Dings e Pieter de Pous, esperti UE del TTIP. Questa clausola appare in contrasto anzitutto con la dichiarazione della Commissione di voler dare la possibilità agli Stati membri di conservare i propri standard se più elevati. Dà infatti alle aziende la possibilità di metterli in discussione, minacciando danni per miliardi di euro. Inoltre, paradossalmente le imprese del paese membro costrette a sottostare alle norme dello stesso avrebbero danni incalcolabili e una concorrenza spietata. Un vero e proprio sopruso che porrebbe sotto ricatto continuo i Governi che ci penseranno due volte prima di emanare una legislazione, anche in tema di sicurezza, potenzialmente sfavorevole alle multinazionali.

A cosa non possiamo rinunciare

Mancanza di partecipazione della società civile (il 92% degli incontri sono stati fatti con le multinazionali), visioni delle due parti che paiono inconciliabili, poca o nessuna trasparenza,  come ha sottolineato l'europarlamentare dei Verdi Molly Scott Cato il 4 marzo sul Guardian, aggiungendo che lei stessa deve evitare di pubblicare notizie, pena l'accusa di spionaggio internazionale. Il TTIP finora è stato questo. Ciò che spaventa è l'ombra di un'ennesima mercificazione globalizzata che imporrebbe una mortificazione e una rinuncia agli “inutili ostacoli normativi agli scambi” o meglio diritti su lavoro, sicurezza, salute, ambiente in nome di non si capisce bene quale vantaggio o competizione da vincere.

E in ogni caso il vincitore parlerebbe americano, of course.