Napoli

La solitudine di Kobane

Articolo pubblicato il 26 ottobre 2015
Articolo pubblicato il 26 ottobre 2015

Dopo 134 giorni di resistenza, le forze di autodifesa del popolo curdo (YPG e YPJ) hanno liberato Kobane dall'assedio dell'ISIS. Oggi, all'alba delle nuove elezioni, la Turchia continua ad impedire l'apertura di un corridoio umanitario per la ricostruzione della città. Cafébabel Napoli intervista Egidio Giordano, attivista che ha partecipato alla Carovana Internazionale per il Rojava.

Arin Mirkan aveva da poco compiuto 22 anni quando il 5 ottobre 2014, durante l'assedio di Kobane, decise di farsi saltare in aria circondata da miliziani dell'ISIS. Ammazzarsi sarebbe stato meglio che subire la cattura, lo stupro ed il martirio da parte dei jihadisti. «Li ha combattuti fino all'ultimo colpo. Poi si è uccisa; un po' come per i partigiani con il cianuro, si è uccisa per non finire nelle mani del nemico. Arin Mirkan è considerata il simbolo della resistenza del Rojava (il nome usato per indicare il Kurdistan siriano, n.d.r.). Tutte le donne sono l'emblema della resistenza, senza liberazione femminile non c'è e non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione».

Inizia così il racconto di Egidio Giordano, uno degli attivisti italiani partito da Napoli alla volta di Kobane con la Carovana internazionale per il Rojava, per promuovere la riduzione della violenza e riportare la stabilità in Siria e nelle regioni liberate dal terrorismo.

Ricostruire una nuova quotidianità

«Oggi Kobane è totalmente distrutta,» racconta Egidio mostrando le foto scattate durante la carovana, partita a settembre 2015. Rasa al suolo a seguito dell'assedio avviato dai miliziani dell'ISIS il 16 settembre 2014, questa città che i media hanno ridenominato la "Stalingrado del Medio Oriente" è stata liberata a gennaio di quest'anno, dopo 4 mesi di resistenza e migliaia di morti.

«Alcune persone, curdi, cercavano di rientrare in città dai gate. Ma è tutto inutile se non vengono dati strumenti per ricostruirla». Chi dovrebbe ricostruire Kobane? «Possono farlo i curdi, ma se dai gate non si lasciano passare materiali ed aiuti umanitari non è possibile farlo. Se si lascia gestire arbitrariamente la frontiera alla Turchia, se non si costruisce una campagna internazionale di solidarietà è impossibile dare un futuro a questa città. Non c'è altro modo per ricostruire la città, nessuno».

Pretendere l'apertura di un cordone umanitario dalla Turchia, fare pressione sulle Nazioni Unite affinché garantiscano un nuovo valico di confine. Questo è quanto rivendicano gli attivisti di Rojava Calling. Un primo passo è stato consegnare diverse migliaia di euro alla commissione per la ricostruzione di Kobane, «un gruppo i architetti ed ingegneri curdi che stanno valutando come spendere i soldi, quali sono le priorità da affrontare». Gli interventi più urgenti? «Costruire ospedali, e poi ci sono le scuole. Una è già stata ricostruita ed i curdi l'hanno intitolata ad Antonio Gramsci».

Un corridoio umano per il Rojava

Gli attivisti diretti a Kobane hanno voluto svelare una contraddizione: «Il divieto di passaggio di generi di prima necessità, materiali utili e tutto quanto serve per la ricostruzione della città, imposto dal blocco del Governo turco che, ad un anno dall'attacco, continua ad impedire che la città si riprenda». Nonostante la Turchia mantenga l'embargo su Kobane, dichiarando di esser parte della Coalizione Internazionale contro l'ISIS, l'ostilità di Erdogan è stata foto-documentata dagli attivisti della Carovana, convinti che il Governo abbia dato sostegno ai combattenti dell'Isis

«È chiaro che alcune autobombe esplose a Kobane siano passate proprio per il varco turco. Il paradosso è palese: mentre il governo di Erdogan ha sostenuto e sostiene l'ISIS, consentendo il passaggio di autobombe a Kobane, impedisce l'apertura di un corridoio umanitario». Agli attivisti è stato perfino impedito l'avvicinamento al checkpoint e ricordano di essere «stati minacciati, ci hanno imposto di stare lontani dalla porta d'ingresso tra la Turchia e Kobane, non facendoci neppure avvicinare al gate della frontiera».

La lunga strada verso la democrazia

Il 1° novembre Erdogan dovrà misurarsi con il giudizio degli elettori. Alle politiche dello scorso 7 giugno il partito del leader turco non era riuscito a conquistare la maggioranza assoluta, con un Governo instabile e la crescita del partito filocurdo che ha impedito l'affermarsi di un governo stabile. L'HDP, che nel giugno 2015 ha ottenuto oltre il 13% dei consensi, potrebbe rappresentare nuovamente un ostacolo all'attuale presidente della Turchia?

«Pubblicamente Erdogan prova ad arginare la crescita politica e di consenso dei curdi, legata anche alla resistenza all'ISIS ed al ruolo che hanno avuto nel Rojava. Loro non sono riusciti a formare un governo stabile perché l'HDP, che ha una grossa componente curda al suo interno, ha superato lo sbarramento del 10%, uno dei più alti al mondo. Questa strategia della tensione probabilmente serve a togliere consensi ai curdi, con Erdogan che cerca di rendere questo partito illegale». Lo stesso metodo adottato contro il PKK di Ocalan, attualmente detenuto.

Egidio e gli altri attivisti della crovana hanno incontrato alcuni parlamentari dell'HDP, e raccontano che «sono stati molto disponibili nei nostri confronti. È  stata proprio una deputata del partito ad invitarci a Cizre e sono stati loro a romperne l'assedio nonostante siano stati bloccati dall'esercito turco all'ingresso della città. Poi, passando per i boschi, sono giunti a Cizre in corteo, con migliaia di persone al seguito. Noi siamo stati i primi osservatori internazionali ad arrivare in città, a fare interviste, foto e riprese video».

Com'era la situazione a Cizre, la "nuova Kobane"? «Nei giorni in cui ero in Rojava si è verificato l'attacco alla città e ad altre, con il rischio di una guerra civile. Cizre è stata militarizzata, ci sono stati 21 morti tra i civili, sembrava di essere a Kobane, in termini di attacchi ai civili, presenza militare e resistenza. Ci sono immagini che riprendono un bambino uscito per prendere l'acqua alla madre dopo il coprifuoco. Il bambino è stato prelevato da una camionetta militare, poi il giorno dopo è stato trovato con le orecchie tagliate in un cassonetto dell'immondizia. Aveva 11 anni». 

La lotta armata per la liberazione femminile

Erdogan, oltre che un aumento dei consensi in favore dell'HDP, teme che il modello politico adottato nel Rojava possa, diffondendosi a macchia d'olio in Medio Oriente, coinvolgere anche la Turchia. «In tante città, non soltanto a Kobane, si dichiara l'autogoverno. Il tutto è ispirato al modello di autodifesa che si è sviluppato in Siria e nel Rojava negli ultimi anni. C'è un canale fortissimo, una centralità enorme dell'opzione curda nel Medio Oriente e chiaramente si fa sentire anche in Turchia. Sia con l'alternativa del partito, l'HDP, sia in termini di partecipazione dei cittadini. Erdogan sta portando avanti una strategia della tensione attaccando le comunità curde, cercando anche di accaparrarsi il consenso di una componente turco nazionalista che in questo momento già gli strizza l'occhio».

Alla base dell'autodifesa, «c'è un'idea di autonomia molto interessante: è il confederalismo democratico. Si supera il concetto di Stato-nazione, precedente baluardo dei curdi che si battevano per un proprio Stato, in favore dell'autonomia democratica capillare, una democrazia radicale che ha come motori il femminismo, la democrazia e l'ecologismo. [Alla base di quel modello] c'è proprio la capacità di autodeterminarsi attraverso la difesa del territorio». Nascono così quei gruppi di autodifesa che hanno combattuto l'ISIS, anche e soprattutto per motivi legati ad uno scontro ideologico molto forte. «Parlare di Stato islamico significa parlare di teocrazia, un regime fascista religioso, che è un modello praticamente opposto a quello curdo. Quelli dell'ISIS vengono definiti gang di fascisti e ancora banditi o criminali». Militarmente ben addestrati, i combattenti curdi, più che attaccare, semplicemente si difendono con ogni mezzo possibile e necessario. «Il loro esercito di difesa è molto forte, a partecipazione sia maschile che femminile».

Le milizie femminili, lo YPJ (Unità di Protezione delle Donne), «usano le stesse armi degli uomini». Più che di emancipazione femminile, Egidio parla di un altro fenomeno, quello della destrutturazione del patriarcato, storica battaglia del PKK, insieme alla pratica della co-presidenza, che divide l'amministrazione in modo paritario tra uomo e donna. «Per impianto teorico, loro, da anticapitalisti, pensano che la società capitalista si sia strutturata anche attraverso lo sfruttamento della donna, relegata nella società patriarcale ad avere un ruolo di minore importanza perché serve a consentire lo sviluppo dell'impostazione maschile della società».

Eliminare questa concezione, anche portando avanti l'idea di aumentare il tasso di scolarizzazione e protagonismo della donna nella società, significa combattere il capitalismo. «Per i curdi è la prima cosa, nel tentativo di ricostruire una rivoluzione anti-culturale interna alla società, la liberazione della donna è necessaria per avviarsi questa rivoluzione. In alternativa, si riproduce una società malata, sbagliata e che guarda a dinamiche di sfruttamento». Da qui, è facile intuire il motivo per cui all'alba dell'assedio, un plotone di milizie femminili era già adeguatamente addestrato a difendersi dall'ISIS ed a sconfiggerlo. «I gruppi di autodifesa non nascono per combettere l'ISIS ma per difendere e liberare le donne dal patriarcato. I curdi dicono che loro, le donne, siano le più brave a combattere, anche più degli uomini».