Napoli

Ius soli, sì o no? Il ritardo italiano sui diritti civili

Articolo pubblicato il 25 luglio 2013
Articolo pubblicato il 25 luglio 2013

L'Eu­ro­peo Na­po­le­ta­no, il no­stro blog par­te­no­peo, ospi­ta un con­tri­bu­to di RAPHAEL PEPE, del Cei­pes, or­ga­niz­za­zio­ne non-pro­fit che opera nel­l'am­bi­to dei di­rit­ti umani. At­tra­ver­so il suo vis­su­to per­so­na­le e le sue espe­rien­ze pro­fes­sio­na­li, Ra­phael ci rac­con­ta la sua opi­nio­ne su una te­ma­ti­ca, pur­trop­po, di tri­ste at­tua­li­tà in Ita­lia. 

di Raphael Pepe

Sono Raphael, ho 28 anni, sono nato in Francia da una coppia di immigrati italiani. Vivo in Italia da 8 anni. Dopo uno a Bari, un po’ più di 5 a Napoli e qualche mese a Roma, sono a Palermo per un progetto europeo sull'educazione ai diritti umani. Collaboro con Attac Italia e ho preso parte alla campagna nazionale per l'acqua pubblica, causa alla quale continuo a dedicarmi anche se in forme diverse.

Oggi sento la necessità di scrivere la mia sulla questione dello Ius soli.

Cercherò di farla quanto più breve possibile, anche se mi è un po’ difficile. Si tratta per me di un diritto sacrosanto, e trovo assurdo che debba generare così tanto dibattito e provocare, anche da chi meno mi sarei aspettato, dichiarazioni che in Francia, il paese in cui sono nato e cresciuto, ho sentito pronunciare solo da Jean-Marie Le Pen e da parte del suo elettorato. Ma su questo ci tornerò dopo.

Il razzismo latente (e non) che è emerso in questi ultimi mesi, o anni, intorno alla questione è sconvolgente, e mi ferisce particolarmente. Non è un tema su cui riesco a scrivere senza particolari emozioni.

Sarà che tre dei miei quattro nonni, chi negli anni Quaranta, chi negli anni Cinquanta, erano italiani immigrati in Francia, e che la mia unica nonna francese, che ha compiuto novant’anni da poco, ha una mentalità più “aperta” di alcuni giovani. Sono cresciuto sentendola incazzarsi ogni volta che qualcuno si permetteva di fare la minima battuta razzista. Bisogna dire che lei, il razzismo, lo ha vissuto in prima persona. Agli inizi degli anni Sessanta, appena divorziata, a circa quarant’anni si innamorava dell'unico immigrato nel suo paesino di circa duemila abitanti. Un napoletano, mio nonno. Non entro nel merito, ma vi lascio immaginare le chiacchiere e le dicerie del villaggio!

Chi nasce, vive, cresce in un paese ne assume l’identità

Per fare emergere le assurdità del quadro legislativo e l'importanza dello Ius soli, vorrei cominciare con degli esempi concreti.

Mio padre, nato nel 1955 a Bari, è arrivato nel nord della Francia nel 1957 con i genitori. Ha frequentato la scuola in Francia, ha imparato a leggere e a scrivere in Francia (e in francese ovviamente). Dall'età di 17 anni ha incominciato a lavorare e a pagare i dovuti contributi sempre in Francia, e da poco, dopo 37 anni di lavoro per la stessa azienda, si è ritirato, percependo una pensione dallo stato francese come gli spetta.

Bene, da piccolo mio padre è stato in Italia solo tre volte in vacanza tra il 1957 e il 1975. Poi vi ha trascorso delle vacanze nel 1985, per poi non rimetterci più piede fino al 1999. Tuttora ci ritorna solo per brevissimi periodi. Perché questo esempio? Mio padre ha il diritto di voto in Italia, paese in cui è nato, ma che non conosce quanto conosce la Francia. Ha votato per la prima volta nella sua vita all'età di 49 anni, per le elezioni europee del 2004, perché per la prima volta era possibile farlo dal paese di residenza. Quando mio padre va all'estero, si presenta come francese. Quando viene in Italia, si accorge che in fin dei conti è molto più francese che italiano, anche se non sulla carta, e anche se “il sangue”, come avanzerebbe qualcuno, è italiano.

In Francia invece, fino a qualche anno fa, doveva rinnovare il permesso di soggiorno ogni 10 anni. Per farlo, doveva andare in commissariato, e sentire poliziotti che gli scandivano le parole pian piano, come se lui non capisse. Inutile aggiungere che mio padre parla molto meglio il francese dell'italiano.

Penso che questo esempio abbastanza chiaro possa dare un'idea di quanto Amadou (personaggio immaginario) si possa sentire senegalese, lui che è nato nel 1995 a Cremona, figlio di immigrati senegalesi, e che non ha mai avuto la fortuna di visitare il paese di origine dei suoi genitori. Amadou è italiano così come mio padre è francese, ma non sulla carta e non “di sangue”.

Allora voglio arrivare a un altro esempio. Il sottoscritto Raphael Pepe, così come prevede la legge italiana, ha la cittadinanza italiana. E non perché sono nato in Italia, ma perché mio padre è italiano. Io e tanti miei cugini nella stessa situazione (siamo circa 26... eh si questi immigrati fanno un sacco di figli!), abbiamo la doppia cittadinanza. Sono l'unico tra tutti a vivere oggi in Italia. Su circa 26 cittadini italiani, solo 4 di noi parlano la lingua italiana, altri si sanno esprimere in dialetto barese o tarantino, altri invece non parlano una parola di italiano. Nessuno dei miei cugini ha mai vissuto in Italia, nessuno di loro ha l'intenzione di viverci un giorno, quasi nessuno di loro vota in Italia nonostante ne abbia il diritto. Alcuni addirittura non sanno nemmeno di averlo, questo diritto. Per la cronaca, a Bari nel 2006, andai in un ufficio del Comune per ritirare la mia tessera elettorale. Avevano a disposizione non solo le tessere elettorali di tutti questi cugini, ma per molti gli indirizzi erano sbagliati, per cui le tessere elettorali non arrivavano mai. Avevano anche a disposizione la tessera elettorale di un mio zio morto nel lontano 1994.

Ecco, grazie al diritto dello Ius sanguinis applicato in Italia, si dà l'opportunità a figli o nipoti di italiani, di essere cittadini italiani anche se nati all’estero, ma si nega questa opportunità ha chi è nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri.

Tra Amadou e mio cugino Nicolas, uno tra i tanti miei cugini-cittadini italiani che non sapeva nemmeno di esserlo e non parla nemmeno l'italiano, penso sinceramente che sia Amadou che dovrebbe avere il diritto di voto in questo paese.

lo Ius Soli non è un dibattito sull’immigrazione

Torniamo alla questione iniziale e al dibattito che si è riacceso in queste ultime settimane. Innanzitutto, c'è tanta confusione. Il dibattito sul diritto di cittadinanza a chi nasce sul territorio si trasforma spesso in dibattito sul tema dell'immigrazione. Non stiamo affatto parlando di immigrati, bensì di bambini nati sul territorio italiano.

Mi rendo conto leggendo commenti o articoli, sentendo alcune persone, che spesso vengono fatte delle affermazioni degne del populismo di estrema destra degli anni Trenta. Si sente parlare addirittura di “rischio di invasione”. C'è gente che parla di una “Lampedusa che rischierebbe di trasformarsi in grande sala parto”, gente che afferma che “in tempo di crisi, non possiamo sfamare tutti”.

Le tesi secondo le quali l'immigrazione sarebbe una delle ragioni della disoccupazione o della crisi sono del tutto infondate. Le ragioni della crisi si trovano in un modello economico che ha fatto di ogni cosa una merce. Non parliamo solo di prodotti, ma anche di servizi, e perfino della manodopera stessa. Oggi tutto è merce e anche il lavoro risponde a logiche di mercato. La crisi economica che viviamo oggi e la crisi del debito usata come giustificazione delle politiche di austerità non trovano le loro ragioni nell'immigrazione, né tantomeno potrebbero essere risolte chiudendo le frontiere. Ho l'impressione che non ci si renda conto della pericolosità di discorsi del genere, e che la storia non ci abbia insegnato nulla. Il più grande genocidio è nato dall'affermarsi di queste teorie dopo la crisi del 1929.

Il dibattito sullo Ius soli non è un dibattito sull’immigrazione. Sbaglia chi avanza che genererebbe una crescita dell'immigrazione clandestina. Se fosse così, la Francia sarebbe una destinazione molto più ambita dell'Italia. Se lo scopo dell'emigrazione fosse quello di far nascere i figli all’estero al solo fine di ottenere la cittadinanza di quel paese, chi lascia la propria terra non si fermerebbe più di tanto in Italia. Inoltre, molto spesso lo Ius soli può declinarsi in più modi. In Francia ad esempio, un bambino per essere francese deve aver vissuto almeno 5 dei suoi primi 18 anni sul territorio francese. Con lo Ius soli, si dà il diritto di cittadinanza ha chi di fatto è italiano a tutti gli effetti. Chi nasce e cresce in questo paese, assume automaticamente le abitudini di questo paese; e questo anche se gli viene trasmessa la cultura dei genitori.

Questo futile dibattito sulla pretesa di un'integrazione o di un adeguamento alla cultura nazionale è privo di senso. Le comunità di italiani all'estero, a volte anche dopo più generazioni, hanno mantenuto modi di parlare, di cucinare, di comportarsi tipici dell'italiano più tradizionalista. Questo dovrebbe impedire agli italiani nati in Francia, Argentina o Stati Uniti di avere la cittadinanza di questi paesi?

Chi urla al pericolo quando sente parlare di Ius soli non riesce a tollerare che gli immigrati e i loro figli rifiutino di abbandonare la propria cultura per adottare quella italiana a tutti gli effetti. Ma se poi non si vuole nemmeno dare la cittadinanza a un bambino nato e cresciuto in questo paese, madrelingua, che conosce la cultura italiana e l'Italia meglio degli italiani all'estero, di che integrazione stiamo parlando?

Si sente dire è “perché non chiedono al loro paese di origine di aiutarli?”. L'Italia, concedendo a milioni di italiani all'estero la cittadinanza e il diritto di voto, garantisce loro un welfare e una protezione sociale? Le tasse che pagano gli italiani aiutano a mantenere le famiglie di italiani all'estero? Partendo da questa considerazione, si arriva a due conclusioni: la prima è che molti diritti, insieme a un welfare decente, non sono garantiti nemmeno in Italia, soprattutto in questi anni di austerità. Mi verrebbe quindi da consigliare a chi ha paura di farsi rubare i diritti di cominciare a battersi per ottenerli, anziché pensare che concedere diritti ad altri sia un pericolo.

In secondo luogo, perché il paese di origine dovrebbe sostenere persone che nascono all'estero, vivono all'estero, e magari lavorano e pagano tasse all'estero? 

La questione dell’ideologia

In Francia, solo “parte” dell'elettorato del Front National rimette in causa lo Ius soli e rivendica lo Ius sanguinis. Questo dibattito ha addirittura diviso l'elettorato del FN, perché paradossalmente molti elettori hanno a loro volta qualche origine straniera.

Oggi Marine Le Pen, nuova leader del Front National, parla di “identità nazionale”, di “difesa dei cittadini francesi” contro “il pericolo dell'immigrato” e del “cittadino straniero che ruba il lavoro e il welfare”. Ma non rimette più in causa lo Ius soli. Nel  2003, ci fu un dibattito molto acceso sulla questione. Sarkozy, allora ministro degli interni, sopranominato “il primo sbirro di Francia”, difendeva con molta efficacia lo Ius soli di fronte a Jean-Marie Le Pen. Lo stesso Sarkozy, che ha fatto molte leggi contro l'immigrazione e che non è certo un uomo guidato da “ideologie di sinistra”, prese posizioni nette per lo Ius soli.

Difendere questo diritto non è una questione ideologica. Rifiutarlo invece deriva da ideologie che hanno portato ai genocidi della seconda guerra mondiale. Le motivazioni che vengono elencate sul “pericolo dello Ius soli” ricordano Gobineau, Hitler o Le Pen.

Chi oggi ha paura dell'invasione, o ritiene che in tempo di crisi non si possano concedere diritti a chi ha origini straniere, fa un discorso razzista. Bisogna chiamare le cose con il loro nome. Non c'è dibattito possibile. Chi ritiene che un bambino nato in Italia non deve essere italiano se i genitori non lo sono, è razzista.

Allora, mi viene per forza da citare Gramsci. Questo inoltre mi ricorda un po’ la Democrazia Cristiana che diceva di Aldo Moro che le sue tante lettere scritte nella “prigione del popolo” fossero il frutto del delirio generato dalla carcerazione. Il paragone può essere inappropriato, ma penso che da parte di molti, quello dell'“ideologia”, venga usato come un argomento per rendere privo di senso qualsiasi argomentazione. Le motivazioni e le ragioni della DC non erano le stesse, ma le modalità adottate sì.

Cito Gramsci, perché “odio gli indifferenti”. Non posso concepire che si rifiuti lo Ius soli e non posso concepire che in questo paese, troppe persone, o addirittura degli eletti, possano dire che tanto questo dibattito non è importante, che ci sono altre cose su cui soffermarsi. Odio gli indifferenti perché chi accetta e avalla discorsi razzisti o preferisce non prendere posizioni fa sì che in questo paese la gente rivendichi la libertà d'espressione per fare affermazioni razziste, la gente si senta libera di offendere persone per la loro origine. E diventi quasi normale rifiutare diritti a chi è “diverso”.

E anche l'idea di un referendum, per fare esprimere i soli cittadini italiani per decidere della sorte di persone che di fatto non hanno questo diritto, a mio parere è del tutto anti-democratico.

E come se prima di dare il diritto di voto alle donne, si fosse fatto un referendum tra soli uomini, o se prima dell'abolizione della schiavitù si fosse fatto un referendum tra soli bianchi. Inoltre a dimostrare il populismo e la malafede di chi fa questa proposta, c'è di fatto che la questione dello Ius soli non potrebbe essere decisa tramite referendum popolare, considerando che la Costituzione italiana non prevede il referendum “propositivo”.

Per qualcuno lo Ius soli non è legittimo, per qualcun altro i figli di immigrati italiani nati all'estero, in fin dei conti, non sono italiani. Quanti non-cittadini vogliamo? Quante persone senza identità né diritto alcuno? Quale delle mie due carte d'identità dovrei strappare?