Napoli

Diaz, storia di una vergogna

Articolo pubblicato il 10 maggio 2015
Articolo pubblicato il 10 maggio 2015

Tortura. Una parola che non vorremmo mai sentire pronunciare, una parola che rievoca scenari passati, al massimo lontani. Una parola che non ci appartiene se non per inorridire di fronte a notizie di “paesi non democratici” o storie passate. Una parola, o meglio, un concetto,che noi “abitanti del mondo libero” non conosciamo come quotidiana. Eppure...

Tortura. Una parola che non vorremmo mai sentire pronunciare, una parola che rievoca scenari passati, al massimo lontani. Una parola che non ci appartiene se non per inorridire di fronte a notizie di “paesi non democratici” o storie passate. Una parola, o meglio un concetto, che noi “abitanti del mondo libero” non conosciamo come quotidiana. Eppure...

Strasburgo, 7 aprile 2015; «Quel che è accaduto dev'essere qualificato come tortura». Non hanno alcun dubbio i togati CEDU: «Quella notte, la linea assunta nei confronti dei manifestanti è ascrivibile a nessun altro comportamento se non alla tortura - e aggiungono - il blitz venne realizzato con intento punitivo, di rappresaglia, per provocare l’umiliazione e la sofferenza psichica e morale delle vittime». La sentenza ha brutalmente spostato l'attenzione su una delle pagine più becere della storia recente della Repubblica. Essa accoglie il ricorso di Arnaldo Cestaro, una delle vittime della perquisizione. Nel ricorso, l’uomo, che all’epoca dei fatti aveva 62 anni, afferma che quella notte fu brutalmente picchiato dalle forze dell’ordine tanto da dover essere operato, e da subire ancora oggi ripercussioni per alcune delle percosse subite. La Corte ha condannato il nostro Paese a risarcirlo con 35 mila euro. Va ricordato che i poliziotti  sono stati condannati per falso aggravato e che le accuse ai presunti facenti parte del famigerato black block sono cadute , rendendo di fatto giuridicamente immotivata l’azione della polizia. Cosa è esattamente successo in quei giorni?

Il virgolettato seguente è il racconto di un attivista del gruppo Lilliput, Giovanni: «Già il global forum del 2001 a Napoli aveva dato il sentore che ci fosse tensione tra i manifestanti e le forze dell'ordine. Le violenze in Piazza del Municipio, per chi partecipava, erano palesamente dirette ai manifestanti non facenti parte del cosidetto Black Block, e la situazione si ripresentò a Genova con la tragica morte di Carlo Giuliani. Questo evento ha segnato di fatto anche le proteste successive. Mai era stata messa in discussione una vita umana, in virtù di un patto non scritto con lo stato. La violenza inaudita in Piazza Limonda, alla Diaz, Bolzaneto fu qualcosa di studiato, usato consapevolmente per infiacchire un numero di persone altissimo che non si vedeva in piazza dagli anni '70. In molti ci hanno chiesto se la sentenza della CEDU ci dà soddisfazione. No. Non c'è niente che può dare soddisfazione per delle vite recise e per la sensazione perenne di terrore che accompagnerà la maggior parte di noi per tutta la vita. La sensazione che aleggia piuttosto è quella di impunità per tutti coloro che quel giorno agirono e non sono stati mai più chiamati a rispondere».

La Beffa

Impunità, bugie, vergogna sono le parole chiave di questa vicenda; nella sentenza i giudici della Corte sostengono che se i responsabili non sono mai stati puniti è soprattutto a causa dell’inadeguatezza delle leggi italiane, che quindi devono essere cambiate. Inoltre la Corte ritiene che la mancanza di determinati reati non permetta all’Italia di prevenire efficacemente il ripetersi di possibili violenze da parte delle forze dell’ordine. «Il carattere del problema è strutturale - si legge infatti nel documento - visto che ancora compete allo Stato italiano la composizione di un quadro giuridico appropriato, anche attraverso disposizioni penali efficaci». Ma non è  solo questo il punto: i “Super poliziotti” di Genova hanno visto le loro carriere progredire vertiginosamente - chi promosso a capo dello Sco, chi questore, chi vicedirettore del SISDE. Oltre al danno, la beffa.

Responsabilità e applausi

In questi giorni fiumi di parole da parte dell'opinione pubblica hanno condannato con fermezza quanto accaduto alla Diaz e dopo anni di vuoto normativo sta per affacciarsi finalmente una legge che punisca questo reato. Quanto aiutano queste parole? Poco perché «chi si sorprende della tortura fa sempre il gioco dei torturatori» ha sottolineato il presidente dell'associazione Antigone, poco perché aldilà della dialettica c'è ancora chi spera che “Carlo Giuliani faccia schifo anche ai vermi” (questo il commento pubblicato sul web da un servitore dello Stato, Fabio Tortosa); poco perché, come sottolinea la Corte, vi furono responsabilità della polizia per non aver contribuito a identificare gli agenti coinvolti nelle violenze. Spostiamo i termini del problema. Qui si parla di cultura della violenza e libera manifestazione del pensiero, uno stato che non assicura il sicuro svolgimento di questo diritto elementare, è un non-Stato.

Un Stato che col suo braccio fracassa crani, inebriato dal piacere sadico dell’umiliazione e del dolore delle vittime è un sistema che difende diabolicamente sé stesso. Che non vuol sentire la parola vergogna riferita a De Gennaro, che non vuol fornire numeri identificativi agli agenti come in Germania, Francia, Spagna. La tortura esiste, è praticata in questo paese e il caso Diaz non è un caso isolato. Negli anni questi episodi di violenza sono stati reiterati come nei casi- limite di Aldrovandi, Rasmann, Cucchi e ancora. La cosa rivoltante è che questo sistema che fa il gioco dei torturatori, che applaude gli aguzzini,  vota un testo pasticciato che insinua il dubbio che non possa essere applicato a situazioni analoghe a quelle contestate dalla Corte europea e che sa di contentino. Non sapremo mai chi fece cosa. Non sapremo mai chi spezzò un braccio e una gamba ad Arnaldo Cestaro, chi pestò Lorenzo Guadagnucci, giornalista, mentre faceva scudo a una ragazza che era stata già colpita.

Mai più

Quello che sappiamo è che non possiamo accettare questa cultura della violenza e della repressione. La Corte ci ha dato una possibilità unica: quella di fare approvare una legge che assicuri che fatti del genere non si presentino mai più, o quantomeno che i responsabili non restino impuniti. Opportunità che questo parlamento si sta facendo sfuggire.