Napoli

ARTE VIVA: I TABLEAUX VIVANTS A NAPOLI

Articolo pubblicato il 10 aprile 2014
Articolo pubblicato il 10 aprile 2014

L’ar­te è viva, ha un’a­ni­ma, un corpo e non è mai stata così umana. Un tuffo nelle rap­pre­sen­ta­zio­ni di ta­bleaux vi­van­ts a Na­po­li at­tra­ver­so le voci dei Ma­la­thea­tre di Lu­do­vi­ca Ram­bel­li e di Tea­tri 35.

LA VI­SIO­NE DI GIOT­TO

"La vi­sio­ne fron­ta­le e in­ge­nua di Giot­to – poi­ché que­sto è un sogno rea­li­sti­co – è piena di pro­spet­ti­ve folli e vere, di un lu­mi­no­so ca­ra­vag­ge­sco, dove il sole è sole e il fuoco è fuoco."  (Pier Paolo Pa­so­li­ni, Tri­lo­gia della vita. Le sce­neg­gia­tu­re ori­gi­na­li di Il De­ca­me­ron, I rac­con­ti di Can­ter­bu­ry, Il Fiore delle Mille e una notte, Mi­la­no, Gar­zan­ti, 1995)

Ad ac­com­pa­gna­re la "vi­sio­ne di Giot­to", nel De­ca­me­ron di Pa­so­li­ni del 1971, è un ta­bleau vi­vant raf­fi­gu­ran­te il Giu­di­zio Uni­ver­sa­le della Cap­pel­la degli Scro­ve­gni di Pa­do­va. At­to­ri in carne e ossa po­sa­no, com­po­nen­do l’o­pe­ra in que­stio­ne per il tempo ne­ces­sa­rio a ren­der­la ri­co­no­sci­bi­le agli occhi del pub­bli­co. Il mo­men­to si pre­sen­ta come una vera e pro­pria epi­fa­nia al­l’in­ter­no della nar­ra­zio­ne, la ri­ve­la­zio­ne di un mi­ste­ro che at­tra­ver­sa la di­men­sio­ne del sacro e del­l’o­ni­ri­co. E, tut­ta­via, tra gli at­to­ri in posa, scor­gia­mo i volti dei per­so­nag­gi delle no­vel­le con­te­nu­te nel film, "i volti della po­ve­ra gente na­po­le­ta­na, del po­po­lo santo", scor­cio di quel­l’u­ma­ni­tà che Pa­so­li­ni in­ten­de­va ri­trar­re. È pro­prio nel­l’u­so del ta­bleau vi­vant che i ruoli di re­gi­sta e ar­ti­sta si in­trec­cia­no, fa­cen­do­ne un espe­dien­te ca­pa­ce di an­da­re ben oltre la sem­pli­ce ci­ta­zio­ne let­te­ra­ria per par­lar­ci della ne­ces­si­tà di ri­flet­te­re sulla di­men­sio­ne e il ruolo del­l’o­pe­ra d’ar­te. Gli spet­ta­co­li di ta­bleaux vi­van­ts sono oggi un fe­no­me­no piut­to­sto raro, ma a Na­po­li que­sta forma d’ar­te con­ti­nua a vi­ve­re, an­dan­do in scena in al­cu­ni dei luo­ghi più sug­ge­sti­vi della città. Ca­pa­ci an­co­ra di sor­pren­der­ci, per la loro di­men­sio­ne ibri­da, cro­ce­via tra più forme ar­ti­sti­che, i "qua­dri vi­ven­ti" man­ten­go­no il dia­lo­go sul sacro e il pro­fa­no del­l’ar­te sem­pre aper­to e at­tua­le. L’in­con­tro con i Ma­la­thea­tre di Lu­do­vi­ca Ram­bel­li e Tea­tri 35, i nomi di due delle com­pa­gnie tea­tra­li che svi­lup­pa­no la tec­ni­ca dei ta­bleaux vi­van­ts, offre lo spun­to per an­da­re a sca­va­re nella sto­ria di que­sta per­fo­man­ce rac­co­glien­do ri­fles­sio­ni pre­zio­se sul per­ché con­ti­nui ad avere un im­pat­to emo­zio­na­le tanto forte an­co­ra oggi.

EDU­CA­ZIO­NE, IN­TRAT­TE­NI­MEN­TO E SPE­RI­MEN­TA­ZIO­NE

Se la com­par­sa dei primi “qua­dri vi­ven­ti” è dif­fi­ci­le da da­ta­re, la loro ori­gi­ne ri­sul­ta tut­ta­via fa­cil­men­te in­tui­bi­le. La sem­pli­ci­tà e la po­ver­tà ma­te­ria­le che li ca­rat­te­riz­za ci ri­por­ta ad una forma ele­men­ta­re di tea­tro, che si av­vi­ci­na alle raf­fi­gu­ra­zio­ni po­po­la­ri della na­ti­vi­tà e della pas­sio­ne. Un esem­pio ne sono i Pa­geant del­l’In­ghil­ter­ra me­dioe­va­le, ce­ri­mo­nie spet­ta­co­la­ri che sfrut­ta­va­no rap­pre­sen­ta­zio­ni bi­bli­che con in­ten­to edi­fi­can­te. Tut­ta­via, l’u­ti­liz­zo dei ta­bleaux non si è li­mi­ta­to al solo am­bi­to sacro. Al­cu­ne com­par­se nel tardo ri­na­sci­men­to sotto forma di al­le­go­rie e di ma­sque, ave­va­no la fun­zio­ne di in­trat­te­ne­re gli stra­ti più colti della po­po­la­zio­ne. Lu­do­vi­ca Ram­bel­li ri­cor­da il ruolo svol­to da Lady Ha­mil­ton, i cui spet­ta­co­li erano par­ti­co­lar­men­te ap­prez­za­ti pres­so la corte bor­bo­ni­ca di Fer­di­nan­do I. Poi, nel ‘900, que­sta forma di espres­sio­ne vive un pe­rio­do di par­ti­co­la­re splen­do­re, do­vu­to so­prat­tut­to allo svi­lup­po di nuove arti vi­si­ve quali la fo­to­gra­fia e il ci­ne­ma. Gae­ta­no Coc­cia, com­po­nen­te di Tea­tri 35 in­sie­me a Fran­ce­sco De San­tis e An­to­nel­la Par­rel­la, ri­por­ta gli esem­pi di Pier Paolo Pa­so­li­ni e Jean-Luc Go­dard, i quali fe­ce­ro dei ta­bleaux vi­van­ts un vei­co­lo di spe­ri­men­ta­zio­ne.  

SVE­LA­RE LA FIN­ZIO­NE, COR­ROM­PE­RE IL SACRO

L’e­spe­rien­za dei ta­bleaux vi­van­ts pren­de piede al­l’in­ter­no della com­pa­gnia Ma­la­thea­tre dal 2006, a se­gui­to di un la­bo­ra­to­rio di­dat­ti­co ri­vol­to agli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri. "Mi resi conto che quel la­vo­ro era molto bello, molto forte", spie­ga la re­gi­sta Lu­do­vi­ca Ram­bel­li. Oggi i Ma­la­thea­tre por­ta­no in scena ben 23 qua­dri vi­ven­ti dal­l’o­pe­ra di Ca­ra­vag­gio nello spet­ta­co­lo La con­ver­sio­ne di un ca­val­lo. A col­pi­re Lu­do­vi­ca ogni volta che as­si­ste alle prove è "Il reale che si mo­stra, senza com­men­ti. Il sacro in quan­to reale."  E è pro­prio una "sete di ve­ri­tà", un’"urgen­za di real­tà", che sem­bra gui­da­re la spe­ri­men­ta­zio­ne tea­tra­le sui “qua­dri vi­ven­ti”. "Lavo­ra­re senza avere le quin­te, ma co­struen­do 

e de-co­struen­do in scena, ci serve per svelare la real­tà ed evi­ta­re la fin­zio­ne sce­ni­ca" ri­ve­la Gae­ta­no Coc­cia che, con i col­le­ghi di Tea­tri 35, ha bat­tu­to per­cor­si ca­ra­vag­ge­schi in più di uno spet­ta­co­lo. In que­sto senso, i ta­bleaux si di­stin­guo­no dalla dram­ma­tur­gia tra­di­zio­na­le per la pre­sen­za di una regia “in­ter­na” an­zi­ché “ester­na”, che co­strin­ge gli at­to­ri nel ruolo di "tec­ni­ci, at­trez­zi­sti, sce­no­gra­fi, co­stu­mi­sti ed in ul­ti­mo mo­del­li"Unico in­ter­ven­to ester­no am­mes­so? La mu­si­ca, senza la quale l’in­te­ro spet­ta­co­lo non po­treb­be reg­ger­si in piedi. "La mu­si­ca, in tutti i miei la­vo­ri, è la dram­ma­tur­gia, il mio di­se­gno, il mio com­men­to, in­som­ma è il testo che non c’è", am­met­te Lu­do­vi­ca Ram­bel­li. Se da un lato è la mu­si­ca a scan­di­re il ritmo della rap­pre­sen­ta­zio­ne, dal­l’al­tro è l’o­pe­ra pit­to­ri­ca a co­sti­tui­re l’i­spi­ra­zio­ne, non­ché il ri­man­do fi­na­le dello spet­ta­co­lo. Gli ar­ti­sti e i temi at­tra­ver­sa­ti sono vari, ma tra di essi si scor­ge si­cu­ra­men­te un’in­cli­na­zio­ne per Ca­ra­vag­gio. La "strut­tu­ra fo­to­gra­fi­ca" della sua opera, "la di­na­mi­ca, il gesto fer­ma­to", co­sti­tui­sce non solo una sfida per gli at­to­ri in scena, ma pos­sie­de un im­pat­to dram­ma­ti­co unico sugli spet­ta­to­ri. E, anche se l’o­biet­ti­vo è quel­lo di "sug­ge­ri­re ciò che av­ve­ni­va nello stu­dio del pit­to­re", il ri­sul­ta­to fi­na­le tra­su­da la stes­sa at­mo­sfe­ra sacra e tut­ta­via cor­rot­ta, che si re­spi­ra di fron­te alle tele del Me­ri­si.  

Si in­tui­sce come al Sud, a Na­po­li in par­ti­co­la­re, dove la vita quo­ti­dia­na si nutre an­co­ra della re­li­gio­si­tà e del fol­clo­re ti­pi­ci, que­sta rap­pre­sen­ta­zio­ne ac­qui­si­sca un si­gni­fi­ca­to par­ti­co­la­re. Lo di­mo­stra­no il la­bo­ra­to­rio de­di­ca­to alla chie­sa di San Giu­sep­pe delle Scal­ze a Pon­te­cor­vo, con­dot­to da Lu­do­vi­ca Ram­bel­li in oc­ca­sio­ne dello scor­so Mag­gio dei Mo­nu­men­ti, così come lo spet­ta­co­lo La­bi­rin­to, con il quale Tea­tri 35 ha vinto il pre­mio I Tea­tri del Sacro, espe­rien­ze ori­gi­na­li, dalla forte im­pron­ta lo­ca­le. Ma co­mun­que, la forza emo­ti­va dei ta­bleaux vi­van­ts po­treb­be es­se­re sem­pli­ce­men­te spie­ga­ta come la ri­spo­sta più umana e na­tu­ra­le che ci sia di fron­te al "bello". Non a caso, nel­l’i­dea­re la vi­sio­ne di Giot­to, Pa­so­li­ni scri­ve­va: "C’è da re­sta­re a bocca aper­ta da­van­ti alla gran­dez­za, alla bel­lez­za, alla ve­ri­tà."