Milano

Se Milano avesse il mare: storia di un porto di terra

Articolo pubblicato il 25 aprile 2015
Articolo pubblicato il 25 aprile 2015

Sembra strano ma anche Milano ha un porto. La storia dei canali perduti della città nel giorno della riapertura della darsena.

Se Milano avesse il mare sarebbe una città bellissima.

È la fantasia di molti, soprattutto di chi vive a Milano ma è nato e cresciuto a due passi dall’acqua salata: avremmo un clima mite, un inverno temperato e la pelle abbronzata tutto l’anno. Palme e pini marittimi ombreggerebbero parchi e strade e il profumo di salsedine nell’aria ci allieterebbe la giornata attirandoci tutti in riva al mare, un posto dove la morsa della metropoli si allenta e l’acqua ti culla facendoti sentire minuscolo di fronte alla sua immensa distesa, con le onde che s’infrangono sugli scogli coprendo il perenne rumore dei motori. Le chitarre e le birre le porteremmo in spiaggia e non in colonne: di sicuro il milanese medio avrebbe un umore più solare e, probabilmente, anche meno voglia di riempirsi la giornata di lavoro e impegni.

Queste purtroppo sono e resteranno fantasie, ma qualcosa di marittimo a Milano c’è stato per davvero, il porto: proprio quella darsena che il 26 aprile rivedrà la luce restaurata in occasione di Expo. Sembra incredibile a vederla oggi: è un luogo centrale nel cuore pulsante della movida cittadina. Eppure in passato è stato uno dei porti commerciali più importanti d’Italia. Gli unici dati certi che abbiamo, a partire dal 1870, parlano di un traffico di oltre ottomila barconi merci annuali, che si mantenne constante fino alla chiusura del porto, avvenuta nel 1939.

La struttura, come i milanesi l’hanno vista per quasi mezzo millennio, risale al 1603: il governatore spagnolo Pedro Enriquéz de Acevedo decise di costruire un porto fluviale al di fuori delle mura della città per collegare la fitta rete di canali che una volta avvolgeva Milano per poi inoltrarsi in centro città fino al Duomo. 

I canali di Milano sono stati una risorsa importantissima della città per secoli: il territorio è sempre stato ricco di risorse idriche naturali, fin dall’antichità. I romani crearono il primo canale artificiale dopo la conquista della città avvenuta nel 222 e sono stati ritrovati i resti di quella che sembra essere una banchina portuale di epoca romana nei pressi di piazza Fontana. La rete si sviluppò progressivamente nei secoli successivi sia per collegare Milano ai fiumi che la circondano (che permettono di collegare via fiume la città al Lago Maggiore e al mare) sia per creare barriere difensive contro le incursioni dal nord, in particolare a partire dal 1152, con la guerra fra Barbarossa e i comuni del nord Italia. I canali furono ampliati e ingranditi in particolare nel corso del Rinascimento: alcuni progetti, come il perfezionamento del Naviglio Grande, videro la presenza di Leonardo da Vinci fra gli ingegneri, seppure in ruolo più marginale di quanto si sia creduto.

Milano cambiò improvvisamente faccia nei primi decenni del ‘900: le industrie si erano ormai insediate stabilmente in città e gran parte delle acque circostanti erano diventate malsane. Inoltre i canali erano navigabili solamente da imbarcazioni di medie dimensioni e il mezzo del futuro, l’automobile, chiedeva i propri spazi cementificati: fu così che fra il 1890 e il 1930 quasi tutti i canali della città furono chiusi per fare spazio a strade asfaltate. I bombardamenti subiti dalla città durante la seconda guerra mondiale fecero il resto, e la ricostruzione del dopoguerra stravolse ulteriormente la fisionomia della città, favorendone un assetto ancora più produttivo.

La darsena invece, a differenza di quasi tutta la superficie navigabile che avvolgeva una volta Milano, non fu interrata e conservò ancora per qualche decennio il proprio ruolo di porto. Perse a inizio secolo i bastioni spagnoli che dividevano la conca dal canale e dal 1939 smise di essere un’area portuale.  Eppure, durante le due guerre il traffico lungo i canali addirittura aumentò: giacché, infatti, le merci erano impossibilitate a viaggiare sia via aria che via terra, il trasporto fluviale si pose come un’ottima alternativa per foraggiare la città. Anche dopo il ’45, la darsena ebbe ancora qualche decennio di vita, ma la zona era ormai avviata a diventare ricreativa e presto i navigli diventarono un punto di riferimento per i grandi nomi del jazz internazionale. Il ruolo di porto era così perso per sempre. L’ultimo barcone solcò le acque della darsena nel 1979, e da allora il bacino fu lasciato al degrado e all’incuria fino al 2003. 

Nel settembre del 2004 Milano ha rischiato di vedere cancellato per sempre anche il ricordo di quello che fu il suo porto: il Comune aveva infatti appaltato l’area per la costruzione di un parcheggio sotterraneo e il progetto prevedeva sostanzialmente di cancellare la conca. A metà dei lavori iniziali di scavo, però, affiorarono i resti delle mura e dei bastioni spagnoli: l’area fu considerata di interesse archeologico e i lavori subirono un arresto prima per poi venire cancellati. I reperti sono stati interrati nuovamente per preservarli in attesa di una futura valorizzazione, ma il resto della conca è rimasto per dieci anni esattamente come lo avevano lasciato le ruspe, permettendo alla natura di ritagliarsi negli anni una piccola oasi naturale floristica e avifaunistica.

La situazione della darsena, in bilico fra cemento, natura spontanea e riqualificazione, sembrava essersi sbloccata con Expo. Nel progetto di riqualificazione la darsena sarebbe dovuta diventare l’approdo in città delle vie d’acqua, un canale navigabile lungo venti chilometri scavato fra Rho e il centro città: uno dei tanti progetti mai realizzati di Expo. L’unica parte sopravvissuta del progetto è la riqualificazione di piazza 24 maggio e della darsena, progetto che a sua volta ha subito molti ridimensionamenti. Quello che è rimasto del mastodontico progetto è la riapertura del canale del ticinello e la valorizzazione del ponte romano ritrovato sotto la piazza: è troppo poco far per intravedere di nuovo la darsena che hanno visto i nostri nonni e che, purtroppo, ora siamo sicuri che rivedremo solo nelle cartoline d’epoca.