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Volontourism: Miti, Abusi E Realtà

Articolo pubblicato il 09 luglio 2013
Articolo pubblicato il 09 luglio 2013

Sempre più di moda, sempre più sentito come un obbligo da studenti inglesi e americani, l’anno sabbatico dedicato al volontourism ha assistito a un boom negli ultimi anni. Africa Insight stima un profitto totale di 173 miliardi di dollari solo per il 2012, e la crescita dell’offerta è in costante aumento.

VIAGGIARE FACENDO VOLONTARIATO

Il volontourism (crasi di volontariato e turismo, ndr) nasce come forma di viaggio alternativa che include attività di volontariato, utilizzando la lingua inglese, presso villaggi di comunità in via di sviluppo, in località remote, sviluppando progetti di ricerca e lavoro in riserve naturali mirati alla conservazione di ecosistemi in via di estinzione. Nonostante sia promosso come qualcosa da fare durante il proprio gap year, spesso la durata dei programmi è solo di qualche mese, ma anche solo qualche settimana.

Fino a qualche anno fa, questo tipo di esperienza era tipicamente offerto solo da ONG, organizzazioni fondate per promuovere una causa specifica. Tuttavia, nell’ultimo decennio, i grandi operatori turistici hanno visto in questa forma di viaggio alternativa un’allettante opportunità di lucro e hanno deciso di lanciare il prodotto sul mercato mainstream. È così che l’anno sabbatico dedicato al volontariato è diventato sempre più popolare, fino a essere sentito quasi come un obbligo in paesi come il Regno Unito, dove il gap year è, per tradizione, un anno dedicato alla scoperta di se stessi che i giovani intraprendono una volta finito il liceo.

Moda, marketing e business

Le grandi agenzie turistiche hanno sapientemente introdotto il volontourism sul mercato come una lunga vacanza soleggiata che, in più, valorizza il curriculum. Così, molti giovani europei e americani partono ogni anno alla volta di questo viaggio con un bagaglio pieno di aspettative, purtroppo molto lontane dalla realtà, e senza un’adeguata preparazione. La verità è che partecipare a questo tipo di progetti richiede dedizione, forza e spirito di adattamento. Come sottolinea la professoressa Barbara Heron, ricercatrice presso l’Università di York, nel suo libro Desire for Development: Whiteness, Gender and the Helping Imperative, i volontari che utilizzano agenzie turistiche sono spinti da motivazioni diverse rispetto a quelli che si rivolgono a ONG con anni di esperienza nel settore. Questi spesso partono alla volta di una vacanza per vedere il terzo mondo e come funziona, con il vantaggio di avere una voce da aggiungere al curriculum e qualche foto da mostrare agli amici. Altri partono solo perché “lo fanno tutti” – perché, appunto, va di moda.

Le agenzie turistiche non possiedono la necessaria competenza nel settore del volontariato e non sono familiari con il processo di selezione dei volontari, che avviene parzialmente anche in base alle loro competenze. Una volta pagata la quota di adesione (praticamente unico requisito per la partecipazione), si viene lasciati a se stessi fino al giorno della partenza, quando si riceve l’inevitabile shock. È business, niente di più.

Volontourism? Sì, ma preparati

ONG consolidate e nate con il proposito di sostenere comunità in via di sviluppo e proteggere la biodiversità, invece, si assicurano che chi parte sia preparato e motivato a partecipare in maniera positiva ai progetti sociali, messi in piedi a fatica e con tanto lavoro alle spalle.

Da volontaria nei quartieri generali di Frontier qui a Londra, ogni settimana assisto al solerte lavoro di preparazione di coinvolgimento con gli studenti che partono alla volta della loro esperienza di volontourism, sia in patria sia sul posto. I telefoni negli uffici squillano perennemente con domande, dubbi e richieste, a cui lo staff risponde, dando ai volontari il maggior numero possibile di dettagli sull’esperienza che si accingono ad intraprendere. Spesso sono i genitori a chiamare, preoccupati per qualche dettaglio sul trasferimento dall’aeroporto al campo base, o per assicurarsi che i propri figli siano al sicuro nel mezzo di una giungla selvaggia. Prima della partenza i volontari partecipano a un weekend di briefing, durante il quale hanno accesso a corsi di training come il TEFL. Inoltre, ogni volontario ha la possibilità di restare in diretto contatto con lo staff che lavora al progetto scelto, per apprendere le ultime novità e sapere cosa aspettarsi. Una volta sul luogo, i volontari sono pronti per il lavoro che li attende.

Viaggiare come volontario significa crescere

Il blog Into The Wild, redatto da Frontier, offre un numero pressoché infinito di storie di viaggio di volontari che vogliono condividere l’esperienza di una vita. Molti parlano del "travel bug", il virus del viaggiatore, contratto durante il loro anno sabbatico. Altri descrivono le straordinarie creature che hanno ammirato nel proprio ambiente naturale mentre contribuivano alla loro conservazione. Altri ancora, raccontano delle qualificazioni conseguite durante il viaggio, della sfida alla vita in una piccola comunità nel mezzo della natura e dello spirito di adattamento che ora portano con sé, ovunque il futuro li porti.

Viaggiare facendo del bene è un’esperienza che fa crescere. In un mondo sempre più orientato al capitalismo, è fin troppo facile pensare di sfruttare un nuovo trend per ricavarne un lauto guadagno, quanto lo è rovinare qualcosa di nobile a causa di vili secondi fini. Prima di partire per questa fantastica e indimenticabile avventura che è il volontourism, è dunque bene assicurarsi di esser pronti a voler lasciare le comodità di casa, per immergersi in un’esperienza che mette a dura prova e cambia in modo positivo e permanente.