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Viaggiare infinito: là dove abitano due "nomadi entusiasti"

Articolo pubblicato il 23 dicembre 2015
Articolo pubblicato il 23 dicembre 2015

Sono partiti dall’Italia il 12 giugno 2014. Da allora non si sono più fermati. In sella ad un tandem "ci siamo messi in viaggio con una meta in mente: Wenzhou," raccontano Alessandro e Stefania, due viaggiatori “per scelta”. "Ora siamo in Tailandia, dopo aver attraversato 16 paesi, percorso circa 20 mila chilometri" ed abitato in centinaia di case diverse, senza possederne nessuna.

Entrambi nati nel 1984, l’Italia e Prato sono ciò che possono considerare la loro “provenienza”. «Ma in realtà siamo di origine meridionale, di natali quasi esteri, e abbiamo vissuto a lungo lontano dalla città…» dicono. Stefania è laureata in antropologia culturale e scrive per il web. Alessandro si cimenta in tutti i lavori manuali. Si definiscono «nomadi entusiasti e viaggiatori impenitenti,» fin da quando Stefania vagava, zaino in spalla, per l’Africa orientale e Alessandro attraversava gli Appennini a dorso d’asino.

Diciotto mesi fa l’inizio dell’ultima avventura: da Prato – che ospita una delle chinatown più popolose d’Europa – a Wenzhou, in Cina. «Un tandem per due, un bagaglio essenziale, viaggiare leggeri per le strade del mondo, il nostro scopo». L’obiettivo più “nobile” è anche «documentare le esperienze legate all’ecologia sul proprio cammino, e diffonderne gli stili di vita attraverso la nostra scelta esistenziale e di viaggio». Dopo una prima tranche lungo lo Stivale, dal 4 ottobre 2014 Alessandro e Stefania non hanno mai riportato i loro pedali in Italia: «20 mila chilometri: fa strano pensare di prendere un aereo e annullare in poche ore la distanza percorsa in più di un anno,» dice Stefania. Anzi, hanno deciso di non fermarsi e oggi sono da qualche parte nel Sud-est asiatico. Destinazione: Nuova Zelanda.

Nessuna casa oppure tante "case" diverse?

Nell’ultimo anno e mezzo Stefania e Alessandro hanno abitato in centinaia di case diverse, senza possederne nessuna: «Da una parte ci sentiamo “senza casa” perché non abbiamo l’affitto o le bollette da pagare. Però è altrettanto vero che ci sentiamo a casa ovunque andiamo, e pensiamo con nostalgia a tutti quelli che ci hanno accolto». Per questa coppia l’idea di casa non è qualcosa di concreto: «La tenda è un semplice oggetto dove dormiamo. Al contrario, “casa” è il profumo delle lenzuola o il sapore del cibo delle nostre mamme,» ma al tempo stesso è «dove la gente ci accoglie; il fazzoletto di terra dove piazziamo la tenda la sera, e il cielo infinito sotto cui ci svegliamo al mattino».

La casa è poi il fulcro dell’ospitalità, riflette l’atteggiamento di ogni popolo nei confronti dello straniero. Quasi ogni famiglia turca o iraniana prevede uno spazio comune dove accogliere i visitatori, spesso la stessa unica stanza dove si stende il tappeto per mangiare e si srotolano i materassi per dormire. In Iran «chiamavano parenti e amici per farci attendere da loro al nostro arrivo nella città successiva,» racconta Stefania. «In Turkmenistan e Uzbekistan lo spazio per gli ospiti spesso è all’esterno, su un’accogliente piattaforma di legno. Sulle montagne kirghise le yurte dei pastori sono aperte a tutti, sinonimo di sopravvivenza. Nella frenetica Cina, abbondano ostelli, mense, dormitori e bagni pubblici, incastrati dentro abitazioni private; non c’è separazione tra strada e casa, tra mercato e ufficio». In Laos e Cambogia, infine, le palafitte di bambù «sembrano rifugi improvvisati in balia della corrente, dove la gente non ci ha mai invitato, preferendo accoglierci nelle aule delle scuole, sulle amache all’ombra di alberi secolari».

«Capita così che le culture che si incontrano si attacchino addosso giorno dopo giorno: quando abbiamo lasciato l’Iran, era ormai un’abitudine anche per noi ringraziare con la mano aperta sul cuore. In Tailandia il saluto a mani giunte diventa sempre più spontaneo,» spiega Stefania. 

Un 2015 lontano da… casa

Per Stefania e Alessandro, l’«elastico» che unisce Europa e resto del mondo ha continuato ad allungarsi e sobbalzare per tutto il 2015. Attraversando Paesi a maggioranza islamica, dopo Charlie Hebdo, hanno conosciuto l’altra faccia del sedicente scontro culturale: «Eravamo considerati, solo perché europei, come portavoce della paura islamofoba da loro attribuita alla società occidentale. Si preoccupavano di farci conoscere l’unico autentico spirito dell’Islam». In Cina, invece, l’Europa è diventata davvero piccola e lontana: «Qui non se ne sa nulla, tanto quanto da noi non si sa niente di questa parte di mondo. Se non fosse stato per il crollo dell’euro al cambio, non ci saremmo accorti neanche noi degli ultimi attentati a Parigi».

La coppia italiana ha ripercorso in parte e all'inverso le rotte migratorie verso l’Europa. «Siamo rimasti sopraffatti dalla crisi siriana nel Kurdistan iraniano, dove la TV trasmetteva di continuo video musicali di propaganda captati dal vicino Iraq, invitando tutti i compatrioti curdi alla guerra contro l’ISIS,» ricorda Stefania. «Viaggiamo a mente aperta perché contiamo sull’ospitalità della gente, sappiamo che ovunque andremo, la nostra casa ci aspetta intatta: ad un rifugiato niente di simile è concesso, e ce ne vergogniamo».

Una distanza siderale separa l’area Schengen, a cui sono abituati gli europei, da queste terre – letteralmente – di frontiere. «I visti sono sicuramente la più grossa seccatura, che può far perdere tempo e denaro nelle tediose Capitali degli Stan». In un periodo in cui si discute del futuro della libera circolazione, «viaggiando al di fuori dell’Europa, ci si rende conto di quanto la libertà di muoversi e attraversare i confini sia privilegio di pochi, un segno di benessere e sviluppo». Una «immensa risorsa», come dicono i due viaggiatori, che l’Europa farebbe bene a tenersi stretta.

Prossimo obiettivo: Nuova Zelanda. E dopo? «Per un anno ci fermeremo là a lavorare per poi continuare il viaggio. Vorremmo tornare in Asia per toccare anche l’India, il Nepal, la Birmania, prima di cambiare continente. Il Sudamerica è un altro sogno nel cassetto». 

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Questo articolo fa parte della serie di storie con cui abbiamo scelto di salutare il 2015 e dare il benvenuto al nuovo anno. La parola chiave scelta dalla redazione di cafébabel è: "Home", casa.