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Un tuffo nell'Adriatico. Dai tetti di Bruxelles

Articolo pubblicato il 22 maggio 2012
Articolo pubblicato il 22 maggio 2012
A Bruxelles spesso ho la sensazione di trovarmi nei Balcani. Non mi accade nel quartiere europeo, determinante per l’immagine della città belga all’estero. Non mi accade nemmeno se penso alla situazione politica, al conflitto costante tra due gruppi etnici e alle circostanze che hanno portato il Belgio a raggiungere il record mondiale di mesi trascorsi senza un governo.

Bruxelles mi ricorda i Balcani. Non la Bruxelles politica ma la Bruxelles in cui vivo. Le sue strade ad asfalto poroso, qualche volta pulite con cura casuale, l’effetto delle facciate delle case decorate ma trascurate, i suoi vecchi tram spesso inaffidabili, gli autobus un po’ ammaccati… e ultima, ma non per importanza, la sua gente, che ama trascorrere il tempo nei numerosi caffè e ristoranti ben arredati della città, affrontando la giornata con molta calma. Fa ore di fila alla posta, aspetta pazientemente in ospedale e se il bus non si decide a partire, si chiede come mai, con un pizzico di acidità. Questo adoro della gente di Bruxelles.

In teoria… a Bruxelles

Gli abitanti di Bruxelles sono persone che sanno bene che esistono delle regole, tuttavia prendono talvolta in considerazione di poterle trasgredire. “En principe oui mais…” (in teoria sì…ma…) è una tipica risposta belga alla domanda se questo o quello sia necessario. Mio figlio di sette anni ha bisogno del biglietto per prendere i mezzi pubblici? “In teoria sì…ma…”. Mi ricorda un atteggiamento simile croato che i miei parenti riassumono con la frase “Nema problema”. Un’espressione retorica molto cara anche ai belgi! Il motto è “non preoccuparsi”: “Pas de souci” dicono, sorridendo.

A Bruxelles ci si saluta con un solo bacio, non passando con disinvoltura da una guancia all'altra. Il fatto è che mi piace questa gente. Mi ricordano i miei. Anche i miei parenti croati si meravigliano quanto qui sia tutto così familiare. Sono gli unici a cui riesco a far mangiare il piatto nazionale belga “Moules frites” (molluschi e patate), anche se ogni volta mi ribadiscono che le cozze dell’Adriatico sono di gran lunga migliori.

Il Belgio sull’Adriatico

Altre volte il Belgio mi ricorda la Croazia. Non solo per le cozze ma soprattutto per le dimensioni di questi due paesi e paradossalmente per la sconvolgente varietà di caratteristiche che in sé racchiudono. C’è il mare (anche se non è bello come l’Adriatico) e ci sono le montagne. Le città vantano numerosi tesori architettonici lasciateci in eredità dai domini stranieri: Ragusa di Dalmazia, Spalato e Pola in Croazia; Anversa, Bruges, Gand in Belgio. Sia Bruxelles che Zagabria sono state residenze asburgiche, anche se non nello stesso periodo e con lo stesso ruolo.

Che la lingua “jugoslava” non esista, è quanto avrei dovuto specificare prima, ma lo faccio ora, chiarendo che non esiste nemmeno il “fiammingo” o il “vallone” (sulla lingua belga, per fortuna ricevo raramente delle domande), ma esistono l’“olandese” e il “francese”, con le rispettive varietà regionali fiamminghe o vallone. I paesi di piccole dimensioni hanno bisogno di grandi lobby, ciò vale sia per i paesi balcanici che per il Belgio. Un esempio è il mondo editoriale. Mentre all’estero i prodotti della stampa francese sono riconosciuti e i premi letterari francesi garantiscono guadagni, anche oltre i confini, si contano tra i prodotti di esportazione belgi solo le praline, la birra e le patatine fritte. Per non parlare delle “French fries” molto conosciute negli USA con questo falso nome. Se si esula dai personaggi Disney, i più grandi eroi della nostra infanzia sono nati in Belgio: Tintin, i puffi e Marsupilami. Vi viene in mente un autore belga nel frattempo?

Amélie Nothomb ad esempio. I lettori sanno che è cresciuta in Giappone, ma è conosciuta come autrice belga? I suoi libri vengono pubblicati da un’importante casa editrice francese. Che Paul Verlaine e Arthur Rimbaud fossero una coppia invece, è abbastanza noto, ma non tutti sanno che proprio vicino alla Grand Place di Bruxelles è avvenuta la famosa scenata di gelosia, durante la quale Verlaine ferì il fidanzato Rimbaud con un colpo di pistola. Per citarne altri, Victor Hugo trascorse qui il suo esilio, Karl Marx, proprio nella via in cui io abito, scrisse il Manifesto Comunista.

Non c’è da meravigliarsi che il Belgio sia la patria dei grandi surrealisti René Magritte e Paul Delvaux, coloro che sono riusciti a rendere probabile l’improbabile.

Come disse René Magritte: “in riferimento alla mia pittura, spesso la parola sogno viene fraintesa. I miei lavori non appartengono al mondo onirico, al contrario si tratta di sogni che non vogliono addormentarvi, ma svegliarvi”.

Jacques Brel, anche lui spesso considerato francese, ha coniato un altro aforisma, nel quale si rivolge con benevolenza a Bruxelles. “J’aime le Belges” (amo i belgi). Anch’io ora nutro un sentimento profondo per questa terra. È una patria per me, la terza dopo la Germania e la Croazia. Per questo sono contenta (così vuole la politica) quando anche qualcuno originario dei Balcani, oltre agli italiani, greci, spagnoli o francesi, non mi dà la precedenza all’incrocio. Nel caotico variopinto traffico di Bruxelles.

Un articolo di Patricia Friedrich.

Foto di copertina: (cc)David Olkarny Photography/flickr; nel testo: (cc)Elilemie/flickr e (cc)Gilderic Photography/flickr