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Ulisse: stagione 2014, episodio 1

Articolo pubblicato il 15 dicembre 2014
Articolo pubblicato il 15 dicembre 2014

Si potrebbe pensare che le sequenze di ricordi che noi percepiamo come déjà-vu e reminiscenze siano testimoni del nostro passato personale. Tuttavia, non è del tutto così: è il passato degli altri ad animarle. Ma c'è qualcosa di male se viaggiare nel passato degli altri risulta, in fondo, molto più accattivante?

Bart Muliegiewicz, ben riposato, scese le scale a passo svelto, portando un pezzo di pane in una ciotola su cui si incrociavano un coltello e un cucchiaio da tè. Era dalla caduta del muro di Berlino che non si vedeva una giornata di sole simile a Varsavia anche se, a dir la verità, Bart quell’evento non l’aveva vissuto direttamente: all’epoca non viveva a Berlino da almeno dieci anni ed era ancor meno probabile che al momento della caduta del muro vivesse a Varsavia.

Il giovane si stiracchiò e lasciò che la sua mano, che teneva una tazza di tè, lo portasse al balcone. La città, irradiata da un sorriso che proveniva dalle facciate in pietra degli edifici, somigliava a un pasto comunista non terminato. Sotto i suoi piedi, Bart poteva sentire il ribollire della folla che intonava slogan. Non aveva mai visto una tale quantità di persone nemmeno a uno dei suoi concerti. Nel mezzo di questo turbinio di corpi, si trovavano le rovine di quello che solo il giorno prima era stato un trionfante e vistoso simbolo di tolleranza.

Molti avevano cercato di abbellirne le ceneri con dei tulipani, ma erano riusciti solo a enfatizzarne l’aspetto macabro. La vicina di Bart, una vecchia e indolente donnaccia che passava le sue giornate al balcone a sputare in testa ai passanti, intercettò il suo sguardo. «Lo giuro - disse, scoprendo i denti gialli - non vedevo una folla simile dal 2002, quando ci fu quella brutta storia della caduta del bambino». Al ricordo, i suoi occhi brillarono d’eccitazione. «Quello sì che fu un diavolo di scandalo» disse con un rantolo, lo sguardo sognante. Bart era stanco di spiegare in continuazione che aveva tenuto suo figlio molto stretto (quel giorno) e che non c’era nessun pericolo che cadesse.

Dopo aver rivolto alla vicina uno sguardo al vetriolo, Bart lasciò il balcone infastidito e iniziò il suo rituale personale: indossare gli stivali rossi e lucidi, risalenti al periodo di Ziggy Stardust. Una volta messi ai piedi, scese le scale e si infilò in strada. Aveva tutto il giorno per sé e poteva dedicarlo a qualsiasi cosa volesse, visto che Annushka aveva già travasato l’olio di girasole e quindi non avrebbero dovuto incontrarsi. Senza un attimo di esitazione Bart, vibrante di emozione, si immerse nella folla e ne assorbì le voci che stavano commentando l’atto di vandalismo avvenuto il giorno precedente e i cui resti giacevano miserevolmente al centro della piazza. Come solitamente accade nel paese in cui questa storia ha luogo, l’indignazione autentica di una parte della folla, e lo stagnante brontolio di approvazione dell’altra, interagirono e si scontrarono. Bart fuggì dalla piazza e, dopo aver superato il Rozbrat, si diresse verso il fiume Vistola.

All’angolo tra le vie Solec e Ludna, Bart vide un elemento che non avrebbe certo desiderato incontrare sulla sua strada: il suo compagno di università Stefan Dedalowsky, intento a fumare una sigaretta. Stefan era un obeso ruffiano, diventato famoso all’università per la sua dislessia-disgrafia-discalculia. Bart non fu affatto felice di vederlo. Pensò, rassegnato, di andare inesorabilmente incontro a un monologo pieno di ricordi dell’era Solidarnosc e di confronti tra il governo di Aleje Ujazdowskie 1/3 (ufficio del Primo Ministro polacco ndr) e quello del 10 di Downing street. Tuttavia, per qualche strano caso, Stefan non lo riconobbe e Bart potè proseguire senza intoppi il suo percorso. Sulle sponde del fiume Wybrzeze Kosciuszkowskie, quelli che in estate erano locali in cui regolarmente suonavano i loro pezzi migliori, erano diventati crateri che emanavano un acuto senso di vuoto.

Dopo aver passato il ponte Slaski-Dabrowsky, Bart entrò nel negozio all’angolo a comprare le sigarette. Una lolita che stava dietro la cassa, con una maglietta con la scritta “No future”, lo accolse con un’espressione stanca. Quando si girò di spalle per prendergli le sigarette, Bart notò sul retro della maglietta la scritta “No past”. Sopra la sua testa stava appeso al muro, come un miraggio blu, uno schermo, dal quale uno speaker spiegava: «Il flusso di informazioni non necessarie che affollano le nostre coscienze causano la frammentazione della nostra memoria autobiografica. Le sue parti sono rimpiazzate con immagini provenienti dalla stampa e con estratti di biografie di persone famose». Bart sentì il potere di quel discorso travolgerlo.

La voce della commessa lo riportò alla realtà. «Ho visto alla tv come ha incitato le persone alla rivoluzione. Che Guevara dei poveri. Comunque, come mai hai rotto con Katy Perry? Eravate una coppia così carina». Bart borbottò qualcosa sul dannato capitalismo e, uscendo dal negozio, svanì nella luce del sole. Adesso si stava dirigendo al quartiere di Muranow, distrutto la sera prima dalle bombe, dove si trovavano ancora alcuni manifestanti feriti.

Bart pensò che forse poteva andare a Dworzec Grańsky, dove la sua avventura a Varsavia aveva avuto inizio. A quei tempi era una città completamente diversa. Non senza nostalgia, ricordò se stesso nel momento in cui comprava un disco dei Śląsk Song and Dance Ensemble in piazza Komuna Paryska. A piazza Saviour, la folla sembrava anche più fitta. Tuttavia, parte di questa si spostò, molto superficialmnte, a bere del Prosecco al vicino bistrot Charlotte. Bart avvicinò un poliziotto impegnato a sorvegliare e difendere la qualità del caffè servito. Era un giovinastro, senza quei peli sul viso che potessero farlo prendere sul serio, e che aveva desiderato ardentemente quel lavoro. Bart gli chiese perché la folla non si stesse disperdendo. «Lo chiede a me - rispose il poliziotto - ma io non vedevo tutta questa confusione a Varsavia dal concerto degli Stones del ‘67». Bart capì che quel povero idiota stava probabilmente facendo confusione con i tempi e tentò di abbandonare quella conversazione senza senso, ma il poliziotto lo afferrò per la manica e sussurrò in tono confidenziale «È vero quello che dicono sul loro onorario. Ho visto con i miei stessi occhi dare agli Stones un vagone pieno di vodka polacca».

Davanti alla casa di Bart ci fu un boato. Prima che riuscisse a trovare le chiavi della porta di casa, l’aria si riempì di grida e improvvisamente, solo Dio sa come, Bart venne spinto all’interno di una macchina della polizia, che puzzava di quegli hot-dog della stazione di benzina, e sottoposto a interrogatorio.

«Nome, cognome, data e luogo di nascita» disse il poliziotto con fare aggressivo, i suoi occhi un paio di luci all’alogeno.

«Ma di chi? - chiese Bart, confuso - miei?»

«E di chi credevi - chiese il poliziotto visibilmente irritato, ma allo stesso tempo già orgoglioso della battuta che si stava preparando a fare - di Vladimir Putin

Davanti alla macchina, un gruppo di ragazzini stava scrivendo sul muro con una bomboletta spray gialla “Questa non era la tua vita”. Bart fissò il suo sguardo su di loro e con un’improvvisa rivelazione, rispose al poliziotto.

«Questa è un’ottima domanda» disse e, dopo un momento, si aggiustò gli occhiali rotondi sul naso. Le lenti portavano ancora le tracce delle impronte delle dita che Yoko aveva lasciato su di loro quella mattina.

Questo articolo fa parte del nostro speciale di fine anno sulla nostalgia. La realtà spesso ci delude. Qual è la nostra storia? Che cosa ci manca oggi, che ricordi abbiamo? E infine, in che misura la nostra memoria è contaminata dalle esperienze altrui e come possiamo essere sicuri che tutti i nostri ricordi ci appartengono veramente?