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Tour de France, una finestra sull'Europa

Articolo pubblicato il 21 luglio 2015
Articolo pubblicato il 21 luglio 2015

Il Tour de France è il terzo evento sportivo più seguito in TV, dopo le Olimpiadi e i Mondiali di calcio. Ci si chiede spesso cosa spinge la gente a guardare dei ragazzi in pantaloncini correre dietro ad una palla. Ma che dire di coloro che, sazi di ricordi del Tour, seguono i ciclisti in tute aderenti scalare le montagne? Una pedalata all'indietro attraverso varie testimonianze.

Un modo di viaggiare. Un mondo di ricordi e di sogni (infranti)

«Per capire la mia passione per il Tour de France, occorre risalire agli anni Novanta a Madrid, durante i mesi di luglio in cui la temperatura si avvicinava generalmente ai 40 gradi all'ombra. Un ventilatore e la televisione. In TV, i ciclisti passano attraverso dei paesaggi incredibili, verdissimi. Le strade sono accerchiate da gente, colori, bandiere, e un nuovo universo si apre davanti a me, ancora un bambino. Scopro allora che ogni giorno c'è un nuovo capitolo di storie epiche, fatte di sforzi e di eroi che scalano i "muri" altissimi delle Alpi.

«Dopo la tappa del giorno, vero le 19 (facevano ancora 30 gradi) si usciva per la strada con gli amici per rivivere la Storia. "Hai visto Indurain?" (Miguel, ciclista spagnolo, ha vinto ben cinque Tour consecutivi, n.d.r.) . "Incredibile quel Jalabert (ciclista francese ormai ritiratosi, n.d.r.) sulle montagne!". I miei migliori ricordi sono per forza legati alla montagna da scalare, quelle parole scritte sull'asfalto della salita, la mascotte del diavolo rosso che garreggia accanto ai corridori, e l'arrivo a Parigi. Guardare il Tour de France in televisione, era per me un modo di viaggiare. Di evadere dalla casa dove, da bambino madrileno, mi sentivo recluso».

Manu Spagna

«Ho amato il Tour de France per via dei ricordi della mia infanzia. Come non sognare durante le vacanze in Sardegna quando il peloton, il gruppo di testa, attraversava gli Champs-Élysées e la Place de la Concorde, in televisione? Quando sono venuto a lavorare e a vivere a Parigi, ho seguito il Tour del 2009 come giornalista. Dopo l'ultima tappa, sono andato ad intervistare i corridori sugli Champs. Sua maestà Lance Armstrong mi ha dato i brividi passandomi accanto in bicicletta. O Franco Pellizotti, che festeggiava la vittoria della maglia à pois (indossata dal miglior scalatore, n.d.r.). Alcuni anni dopo, le performance che mi avevano emozionato sono state cancellate dalla storia, per doping. A grandi linee, quelli che avevo visto, erano campioni di cartone...».

Nicola Italia

«Può sembrare strano, ma guardo il Tour de France per i suoi paesaggi: tutti i castelli, le sue montagne, il Mont Saint-Michel... Come mi disse un giorno un amico: "Il Tour de France, è una cartolina della Francia che dura tre settimane". Certo, facevo caso ai risultati e apprezzavo le peripezie delle tappe, tra la sofferenza degli scalatori e l'agitazione dei velocisti. Il Tour, è il massimo per quanto riguarda la resistenza. Quest'anno, ho tengo d'occhio Peter Sagan, lo slovacco che indossa la maglia verde (indossata dal leader della classifica a punti, n.d.r.). Il verde è il colore preferito dagli slovacchi a Luglio.

«Il mio ricordo più bello? Sicuramente i più bei traguardi del Tour. Penso a quello del 1989 che ha visto Greg Le Mond (americano, n.d.r.) soffiare la maglia gialla a Laurent Fignon (corridore francese morto nel 2010, n.d.r.) con soli 8 secondi di scarto. Era la prima Grande Boucle che avessi mai seguito. Più recentemente, mi ricordo di Cadel Evans (ciclista australiano ritiratosi nel 2015, n.d.r.) che sfilò la maglia gialla ad Andy Schleck (lussemburghese, professionista fino al 2014, n.d.r.). Poi, un ricordo più doloroso, la morte di Fabio Casartelli dopo un incidente il 18 luglio 1995...»

Tomas Slovacchia

I supereroi, tra il rombo dell'elicotteri e il "Gigante della Provenza"

«Sono sempre stato affascinato dalle montagne del Tour. Non ho nessun dubbio sul fatto che il vero eroe sia colui che arriva sugli Champs-Elisées con la maglia à pois addosso. Richard Virenque (francese, in sella fino al 2004, quando fu investito da uno scandalo per doping, n.d.r.) e Marco Pantani (morto nello stesso anno, n.d.r.) sembrano essere nati per quelle salite leggendarie come l'Alpe d'Huez o il Mont Ventoux, soprannominato "il Gigante della Provenza" (la vetta culmina a 1.911 metri di altitudine, n.d.r.).

«Da ragazzo, potevo passare ore davanti alla televisione aspettando le ultime battaglie al di sopra delle nuvole. Ricordo Virenque e Pantani en danseuse in piedi sui pedali, che sembravano spinti in cima da una forza invisibile. Ormai, sappiamo bene che questa forza si spiegava con le sostanze illecite che assumevano. In un certo modo, i "Re della montagna" sono dei supereroi. Lugubre ed affascinante».

Jasper Germania

«Mio nonno è originario di Bagnères-de-Bigorre e sono stato due o tre volte con lui ai bordi della strada ad incitare i corridori che passavano, su per i mitici colli di Aspin e del Tourmalet nei Pirenei. Sono stati i miei primi contatti col Tour de France, tra la folla, con i furgoncini dei souvenir, le maglie à pois e "l'auto-scopa" che chiudeva la corsa e mi affascinava. Poi, per me, il Tour è come una storia di ombra e di freschezza. Durante le calde giornate di luglio, mi rifugiavo in salotto dove la televisione sputava le immagini impressionanti delle montagne. Non si guarda mai veramente una tappa per intero, ma è rilassante. La voce dei motocronisti, quella del pubblico, il rombo dell'elicottero...

«Ricordo sopratutto i visi. Quello impassibile di Lance Armstrong, quello sofferente di Jan Ullrich (ritiratosi, n.d.r.), le boccacce di Francisco Mancebo (corritore spagnolo, n.d.r.). Ma il mio ricordo migliore rimane l'ascesa eroica di Ivan Basso (ciclista italiano, n.d.r.) verso La Mongie, nel 2004, inseguito da Armstrong. La strada che si apre in cima, piano piano; mentre la folla, tutta arancione, si ritira. E con tutto quello che ormai sappiamo, la vittoria di un eroe, uno vero».l

Lucas Francia