Lifestyle

Tempo di Ramadam

Articolo pubblicato il 28 agosto 2009
Articolo pubblicato il 28 agosto 2009
Siamo affamati e abbiamo fretta. Il sole della sera è ancora forte, quel tanto che basta ad infuocare l’asfalto della strada. Sono a Bologna e il mio amico Badr mi accompagna all’iftar, l’incontro che segue l’interruzione giornaliera del digiuno durante il Ramadam.

(Image: ©mohib ahmad/Flickr)L’odore di fritto ci assale prima ancora di arrivare nel posto: Azemour, una bettola rinomato tra gli espatriati marocchini per i suoi kefta (polpette speziate), il suo tè alla menta e per i kebab tra gli studenti tira tardi. Hassan siede fuori su una sedia: sembra ancora più giallo del solito. Niente è passato per la sua bocca per ben quindici ore: né acqua, né cibo o la tanto bramata nicotina. Strizza gli occhi per via del sole accecante. Secondo il calendario, oggi il digiuno può essere interrotto esattamente alle 19:43, quattro minuti più tardi rispetto a ieri. Badr mi fa strada. Una volta dentro, siamo assaliti da una disarmonia di aromi. Un odore di stantio sale da una massiccia pentola nera sulla stufa; carne speziata scoppietta sulla griglia, delicati dolci di pasta sfoglia dorata fanno capolino da dietro il bancone di vetro. Diversi uomini siedono sugli sgabelli, in attesa. Il titolare, Kahlid, ci accoglie con una ferma stretta di mano. Mi accompagnano verso una sedia. Su di noi cala il silenzio, mentre aspettiamo che gli ultimi cinque minuti trascorrano. Una calma tesa si diffonde, mentre guardiamo una mosca zigzagare a casaccio. Si ode il brontolio di qualche stomaco. Hassan fa il suo ingresso da fuori. Insiste che il suo orologio segna le 19:43. 

Una miriade di dolciumi

Badr corre velocemente verso il frigorifero per fare incetta di bottiglie di acqua fresca, che allunga verso le braccia ansiose. Tutti si dissetano con sollievo. Con un gesto teatrale, s’inizia a servire il cibo. Per cominciare, datteri. Devo ammettere di non essere mai stata una fanatica di datteri in passato, ma non appena la dolce consistenza gommosa e caramellata del frutto m’invade il palato, mi devo (Image: ©Julie70/Flickr)ricredere. Hassan, idratato e rallegrato, si avvicina offrendomi una coppetta di plastica nella quale versa il contenuto di una caraffa. Il liquido è leggermente schiumoso e di colore verde menta. Lo sorseggio sospettosa. Ricorderò per sempre questo, come il momento in cui è avvenuta la mia conversione al frullato di avocado. È squisito e sostanzioso e, a quanto pare, capace di stimolare la virilità maschile. Il frullato serve per innaffiare il ricco banchetto offerto. I chabakia sono dei dolcetti tipici del Ramadam: croccanti tortine di pasta sfoglia di mandorle, intinte nel miele e insaporite con zafferano e acqua di fiori d’arancia, alle quali si aggiunge una spolverata di semi di sesamo. Degli sfouf, fette di torta a forma di diamante, un dolce libanese fatto con semolino, curcuma e pinoli, vengono distribuite nella sala, accompagnate da baghrir, frittelle di semolino con miele e burro fuso. 

Pesce fritto e zuppa di agnello

Adesso è il momento del salato: msamane è una pasta sfoglia che è stata fritta fino ad assumere una consistenza dura e un aspetto smaltato. Tutta contenta sgranocchio la mia porzione. Khalid si avvicina con un piatto di plastica, sul quale è stesa una testa di pesce fritta, le sue orbite croccanti mi rivolgono uno sguardo cieco. Con agilità, fa inversione all’ultimo minuto e lo porge ad un altro fortunato, che rapidamente lo trasforma in un boccone, meno intimidito di me. Infilo in bocca il pezzo di pesce e sgranocchio le spine con i molari. Punge. Mi offrono un uovo bollito.

L’atmosfera si fa festosa. «Se fossi stato a casa di mia madre» ricorda Badr, «sai che piatti ti avrebbe preparato... ». «Tagine!», suggeriscono dalla cucina. «Una tagine enorme», si vanta Badr « e quattro diversi tipi di zuppa. Dolci. Agnello arrosto. E pesce, ma non pesce come questo», e lo indica, agitando la spatola, anche se non mi sembra faccia i complimenti nel mangiarlo, «pesce così fresco che è ancora vivo. Mia madre passerebbe tutto il giorno a cucinare. Finito di mangiare, giocheremmo a pallone. Ogni notte, durante il Ramadam, ci sono feste per strada».

Il piatto che segue è una prelibatezza: una pentola di harira, una zuppa densa tradizionale che può essere di agnello o verdure e funziona da piatto unico. Nonostante sia piena, accolgo avidamente ogni singola cucchiaiata. Risucchio i vermicelli e ogni tanto schiaccio i ceci con la lingua. Mentre tiro su l’ultimo boccone di agnello rimasto nel piatto, mi appoggio alla sedia, appagata. Prendiamo i bicchieri caldi di tè dolce al sapore di menta e ci facciamo strada verso la porta, per goderci la tanto attesa prima sigaretta della giornata. Come per miracolo in strada si è fatto buio, il solo si è ritirato. Presto, perlomeno per i miei compagni di cena, avrà di nuovo inizio il digiuno.

Ricetta per preparare la zuppa harira

½ kg di bocconcini di agnello

Un cucchiaino di curcuma

Un cucchiaino di pepe

Una manciata di zenzero in polvere

4 noci di burro

2 cipolle affettate

Un ciuffo di prezzemolo tritato

Una scatola di pomodori pelati

Sale q.b.

90 mg di lenticchie

240 gr di ceci (vanno bene anche in scatola)

30 ml di vermicelli per zuppa

2 uova, lavorate con l’aggiunta del succo di mezzo limone.

Mettete l’agnello in una pentola insieme al burro, le spezie, la cipolla e il prezzemolo, mescolando a fuoco lento per 5 minuti. Unite il pomodoro e continuate a cuocere per altri 15 minuti. Aggiungete sale e 1,5 litri d’acqua. Portate ad ebollizione, riducete il fuoco e proseguite la cottura per circa due ore. Quando ormai è quasi pronto, aggiungete i ceci e i vermicelli e continuate a cuocere per altri 5 minuti. Non appena la zuppa inizia a bollire, versate le uova, cui avete unito precedentemente il succo di limone. Con un cucchiaio di legno sufficientemente lungo mescolate lentamente, affinché si formi una patina di filo di uova e la zuppa si raddensi. Salate e pepate a piacere. Servite la zuppa spolverandola di cannella.

Si consiglia di servire questo piatto accompagnato da mezze lune di limone.