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Privacy digitale: annullato il "Safe Harbor" grazie a uno studente austriaco

Articolo pubblicato il 07 ottobre 2015
Articolo pubblicato il 07 ottobre 2015

Secondo la Corte di giustizia dell'UE, i dati personali online degli europei non sono sufficientemente protetti negli Stati Uniti. È per questo che ha annullato l'accordo "Safe Harbor", che regola lo scambio di dati tra server e web company dall'UE verso gli USA. Se alcuni salutano la notizia come un punto a favore per la tutela della privacy, altri riconoscono una minaccia per la libertà del web.

L'Europa prende sul serio la sfera privata dei suoi cittadini

La giustizia europea difende i diritti dei suoi cittadini. La testata economica spagnola Expansión, di orientamento conservatore, plaude alla decisione della Corte di giustizia europea, che avrebbe «messo in chiaro che, nel dilemma tra la sicurezza e la tutela della sfera privata, quest'ultima ha la priorità per l'UE. Ad ogni modo, la sentenza non obbliga i social network a interrompere fin da subito l'uso dei dati degli utenti europei. A tal proposito, Facebook ha preso posizione chiedendo un accordo adeguato tra l'UE e gli Stati Uniti. La Corte di giustizia europea ha tuttavia messo in chiaro che l'UE prende sul serio tanto la separazione dei poteri quanto lo stato di diritto».

DaExpansión Spagna » 07/10/2015

Il processo è stato innescato dal ricorso dello studente austriaco Max Schrems, 27enne laureato in legge, presentato nel 2011 presso le autorità giudiziarie irlandesi (n.d.r.).

Il web libero è in pericolo

Dopo la sentenza della Corte di giustizia, gli Stati Uniti e l'Unione Europea devono immediatamente sostituire il "Safe Harbor" con un nuovo accordo, sostiene il quotidiano di centrosinistra Tages-Anzeiger: «Un tempo Internet era sinonimo di libertà senza confini. Con gli anni, il web ha perso la sua innocenza, minacciato da frammentazione e perversione. Dalla Cina alla Russia, Internet e i social media sono anche uno strumento di esercizio del potere e controllo sulle masse. Tra Europa e America, differenti concezioni della tutela dei dati personali minacciano pericolose lacerazioni nel mondo digitale. Gli Stati del mondo libero hanno tutto l'interesse a difendere le conquiste di Internet e le potenzialità dell'economia digitale. Questo implica che Stati Uniti e UE debbano trovare rapidamente un nuovo "Safe Harbor", che sia davvero degno di questo nome. Se neppure europei e americani riescono ad accordarsi su standard comuni riguardo la tutela dei dati privati, allora rideranno tutti i nemici della libertà, da Mosca a Pechino».

Da Tages-Anzeiger Svizzera » 07/10/2015

Il dilemma dell'Irlanda

Dublino il Governo deve, da un lato, rispondere alle numerose aziende statunitensi che hanno la loro rappresentanza europea nella Capitale irlandese (per esempio Facebook e Google); dall'altro, le autorità irlandesi sono tenute a osservare la legislazione comunitaria in materia, è l'analisi del quotidiano di centrosinistra The Irish Times: «La sentenza della Corte trascina l'Irlanda in un bel pasticcio morale e giuridico. La Corte di giustizia dell'EU ha infatti sollevato un dibattito, troppo a lungo evitato, che ha scottanti parallelismi con le questioni della neutralità e sovranità poste dagli aerei da combattimento americani che fanno rifornimento all'aeroporto di Shannon (nell'Irlanda occidentale, n.d.r.). A chi deve essere leale l'Irlanda? Quando si parla di Facebook e degli altri giganti informatici, che hanno il loro quartier generale europeo a Dublino, lo Stato e i suoi funzionari percepiscono se stessi quali difensori dei diritti fondamentali dei cittadini irlandesi ed europei? Oppure pensano di essere l'avamposto dei servizi di sicurezza americani nell'era digitale?».

Da The Irish Times Irlanda » 06/10/2015

L'UE potrebbe contrastare il potere delle multinazionali

Tutelare gli utenti è assolutamente giusto, osserva il quoditiano cattolico Avvenire lodando la sentenza della Corte di Giustizia dell'EU. Tuttavia sarebbe auspicabile formulare una regolamentazione a livello europeo, invece di delegare la questione ai singoli Stati: «Che una sentenza obblighi gli Stati a tutelare maggiormente la privacy dei cittadini è sempre una buona notizia. (...) Invece, uno dei rischi derivanti da questa sentenza è che l'Europa non riesca a dare vita a una politica comune di protezione dei dati digitali e che ognuno dei Paesi europei faccia di testa sua, mettendo in difficoltà tutti gli altri. (...) Provate a immaginare cosa succederebbe se l'Europa vietasse a Google, Facebook, Twitter e a tutte le altre aziende che controllano la rete di usare i nostri dati a fini commerciali. (...) Nell'attuale impero digitale, retto da una potentissima oligarchia, ci sarebbe una rivoluzione con serie conseguenze serie, persino difficili da immaginare. Perché in rete i veri soldi sono i dati. Tolti quelli, molti giganti non sarebbero più tali».

Da Avvenire Italia » 07/10/2015

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