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Perché non volare a Shanghai? Perche é pericoloso!

Articolo pubblicato il 21 agosto 2014
Articolo pubblicato il 21 agosto 2014

Perché volare a Shanghai quando puoi andarci in bicicletta? Alex Hurst rivive la sua avventura che lo ha portato per undici mila chilometri da Istanbul al cuore economico della Cina.

Una sera dello scorso agosto un amico e io eravamo riuniti attorno a un fuoco sulle montagne del Caucaso, in Georgia, quando una piccola automobile apparve dalla nebbia, scoppiettando oltre la cima del passo e si spinse fino a fermarsi a due metri di distanza. Un robusto georgiano uscì dall’auto, grugnì in russo, e ci puntò contro un fucile. Lanciai nervosamente uno sguardo al mio amico, chiedendomi se fosse stata davvero una buona decisione quella di venire in Caucaso. Poi l’uomo si mise a ridere, tirò fuori una bottiglia di vodka e due pesche dalla sua tasca e ci propose un brindisi: all’amicizia, disse. Bevemmo la vodka, facemmo fuori le pesche, e tirammo un sospiro di sollievo mentre lui se ne andava via attraverso la nebbia.

Perché ero in Caucaso in quella notte d’estate? Beh, insieme al mio amico Nicolas stavo andando in bicicletta da Istanbul a Shanghai, un viaggio lungo undici mila chilometri sull’antica Via della Seta. Nel corso di cinque mesi abbiamo pedalato attraverso Turchia, Georgia e Tagikistan, lottato per le steppe in Kazakistan, deserti in Uzbekistan, le montagne del Tagikistan e poi attraversato la Cina fino a Shanghai. Avevamo finito entrambi l’università di recente e volevamo scoprire le antiche strade e quelle nuove: per vedere i resti di regni, imperi e khanati; per socializzare con venditori di tappeti, conduttori di cammelli e affrescatori; per nuotare nei fiumi e scalare le montagne e per esplorare l’ignoto. E questo è esattamente ciò che abbiamo fatto.

Ci sono stati dei preparativi, ovviamente. Comprammo due biciclette da viaggio, impacchettammo la nostra roba e collezionammo visti. Ma c’era tanto a cui non potevamo prepararci e per noi, come per Marco Polo settecento anni prima, la Via della Seta fu tanto più sorprendente quanto più irreale di quanto ci fossimo immaginati. A volte poteva essere spaventosa, come qualcosa che ci siamo portati a casa dopo un breve incontro con l’esercito georgiano al confine con l’Azerbaijan. Pensavamo di andare a goderci il tramonto giù lungo una dorsale, mentre loro pensavano che stessimo mettendo in pericolo l’integrità di uno stato sovrano, una leggera differenza di prospettive che ci vide protagonisti per un'ora di un nervoso interrogatorio davanti alla canna di un AK-47. Ma l’unico momento di puro terrore durante il viaggio è stato pedalare per un chilometro attraverso un tunnel buio pesto nella Cina occidentale. Non riuscivo a vedere la strada, non riuscivo a vedere i muri, né la fine del tunnel, così mi misi a cantare I have confidence dei Sounds of Music. Non mi sono mai sentito tanto lontano dalle gocce di pioggia sulle rose e dai baffi dei gattini.

La verità è che il culmine del pericolo fu quello di incontrare un cowboy sule montagne caucasiche. Non era poi così vicino. Ciò risulta sorprendente per alcuni. “Non è stato rischioso”, chiedono, “e non eravate spaventati?” La mia risposta è semplicemente che sono stato sopraffatto dalla cordialità della gente che abbiamo incrociato nel nostro cammino. Dei 150 giorni sulla strada ne abbiamo spesi almeno quaranta sotto il tetto di perfetti sconosciuti ed è impossibile stimare il numero di bicchieri, coppe e tazze di tè, i mucchi di pilaf, di fichi freschi e di albicocche secche, le bottiglie di vodka, vino, birra e baijiu con cui ci hanno servito i nostri ospiti. Sono troppi da descrivere o anche solo da nominare, ma alcuni si distinguono: Sait che leggeva Georges Bataille, figlio di devoti musulmani turchi emigrati da poco ritornati dalla Germania; Yuldash, il logorroico deportato che abbiamo incontrato sul battello dall’Azerbaijan, che ci ha portato a un matrimonio turco una settimana dopo quando passammo dal suo villaggio in Uzbekistan; Muzaffar, che mi ha mostrato le rovine rimaste in piedi della capitale di Tamerlano a Shahriksabz Zafar, che ci ha invitato alla sua festa di fidanzamento dieci minuti dopo averci incontrato.

Alcuni momenti rimarranno con me per sempre: pedalare su per la Valle di Wakhan nel Tagikistan meridionale, superando vecchie fortificazioni, cumuli funerari e stupa lasciati da millenni di esploratori, mercanti e missionari buddisti; un’escursione illegale e spettacolarmente rischiosa in Afghanistan oltre il rapido, gelato fiume Panj; volare oltre le distese dell’Uzbekistan settentrionale spinti da una brezza vivace; attraversare il passo finale dei Monti Pamir e ammirare la strada che discende nel Kirghizistan color verde rame. Ma se c’è una cosa che ricorderò più di qualunque altra, è la gentilezza. Perciò, uscite a scoprirla voi stessi, specialmente su una bicicletta.

Leggi ancora della nostra gita sul nostro blog, www.whynotflytoshanghai.wordpress.com, e ancora meglio, guarda le immagini.