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Patrick Monahan, humour senza frontiere

Articolo pubblicato il 18 agosto 2006
Articolo pubblicato il 18 agosto 2006
L’attore comico di cabaret metà irlandese e metà iraniano, si ritaglia una pausa durante il suo tour europeo per condividere con cafebabel.com la sua visione della comicità.

C’è chi fin da giovane si rende conto di avere una vocazione. Per alcuni è religiosa, per altri prende la forma della politica o del business. Per una minoranza coincide con il mondo dello spettacolo. Patrick Monahan appartiene senza alcun dubbio a quest’ultima categoria. Di padre irlandese e madre iraniana, per legge di natura Patrick già si porta dentro qualcosa d’un giullare: «Gli irlandesi sono noti per essere grandi conversatori» mi dice «e gli iraniani fanno questi ampissimi gesti con le braccia. Io possiedo entrambe le caratteristiche».

Ed è vero. Mi rendo conto, parlandogli in un caffè di Londra, che Patrick è un fiume in piena. Le sue braccia vivono di vita propria e i loro movimenti si proiettano nell’aria come se stesse dirigendo un’orchestra. Le sue parole paiono un flusso verbale in caduta libera capace di investire come un turbinio chiunque. Non c’è da stupirsi se i critici paragonano le sue energiche performance sul palcoscenico a quelle di un boxer nel ring. E oltre ad essere energico, il suo discorso è anche coinvolgente.

Sulla sua vita in Inghilterra – lasciò l’Iran per venire a Londra quando aveva tre anni – Patrick comincia a parlare del suo modello di riferimento da bambino: suo padre, un grande conversatore. «Mi ricordo mio padre, seduto su una sedia, che parlava, parlava, parlava. Era capace di ribattere a qualsiasi argomento e aveva una storia pronta per tutti. È stato grazie a lui che ho cominciato a capire che anch’io volevo essere un “animatore”».

«Sono meno serio nella vita»

Il giovane Patrick già sentiva l’ispirazione, ma non era ancora riuscito tuttavia a perseguire attivamente la sua recente scoperta: la passione per lo spettacolo. «I miei genitori volevano che studiassi e andassi all’università. Mia madre avrebbe voluto che seguissi mio fratello e mia sorella facendo legge o economia». Sospira. «Ma alla fine ha capito, una volta cresciuto, che sarei stato più felice nel mondo del cabaret o della commedia. Fondamentalmente, sapeva che non avevo la stoffa dell’accademico come i miei fratelli e che prendevo la vita meno seriamente. A partire dal fatto che non c’era maniera di farmi alzare dal letto prima delle 10 di mattina!».

Da adolescente Patrick decise di tentare la fortuna e si scritturò per uno spettacolo comico a Londra. Il primissimo dei suoi spettacoli ebbe luogo nel Purple Turtle Pub, in occasione di una serata di libere esibizioni. «Avevo qualche battuta scritta su un pezzetto di carta che mi ero preparato prima. Mi ricordo di essere entrato e di essermi seduto al fianco di una coppia di turisti che non aveva la più pallida idea di cosa stesse succedendo».

Una specie di eccentrico?

Ciononostante approdò al palcoscenico e salutò l’ignara “folla” con un caloroso Hey!.

«Ho poi cominciato a mitragliare il pubblico a ritmo serrato con il mio numero. Non ho letteralmente respirato durante tutti e sette quei minuti. Mi gustai ogni singolo minuto, ma il mio pubblico non sembrava altrettanto entusiasta. Sono sicuro che gli organizzatori pensasseno che fossi solo una specie di eccentrico».

Fu allora che Patrick imparò uno degli ingredienti essenziali di un buono spettacolo comico: il ritmo. «È davvero importante inserire pause durante la performance. Poco importa dove». Il punto di climax, che genera la risata, è una specie di mitizzazione: in realtà tutto può fare da apice. Solo bisogna assicurarsi di aumentare gradualmente l’attenzione del pubblico, fermarsi, e infine svelare la parola chiave».

Tutti possono farlo

Riassume puntualmente in quattro parole gli altri ingredienti di punta per comici in erba: raccontare, esagerare, ricreare, rendere partecipi. E nel momento in cui si inventano battute, essere certi di essere dei bravi osservatori della realtà. «In teoria, tutti possono fare i comici, anche chi generalmente non parla bene».

Il senso dell’umorismo di un comico di respiro internazionale deve essere quanto più universale e coinvolgente possibile. Patrick fa notare come il mercato della comicità sia diventato «veramente globale: la guerra del Golfo, gli americani, McDonald’s – questi temi funzionano dappertutto».

Sin dall’inizio non ha avuto bisogno di guardare tanto lontano per trovare l’ispirazione comica: i suoi differenti background di origine – cosa di cui va molto fiero – diventano una componente dominante del suo modo di trattare i problemi geopolitici contemporanei. «Quando i vicini litigano – scherza – tutti chiamerebbero la polizia. Ma quando sono i miei genitori a litigare, si dovrebbero chiamare le Nazioni Unite!».

Scherzi a parte, continua: «Quando le persone pensano all’11 settembre, all’Iraq, all’Irlanda del Nord e a tutti questi conflitti, spesso li senti parlare di una frattura tra Occidente e Oriente. Io credo tuttavia che esista un futuro in comune. Basta guardare me: con i miei spettacoli, nati dalla mia storia personale, possiamo riuscire a costruire ponti».

Tutti i muscoli per ridere

Chiedo a Patrick dei diversi pubblici che ha incontrato viaggiando per l’Europa e lui per tutta risposta mi elenca le sue impressioni rispetto ai differenti «muscoli per ridere» in ogni nazione: «Ai tedeschi piace l’umorismo fisico del genere “acrobazie in Bmx”. I francesi preferiscono invece l’umorismo politico e sono anche molto educati: riconoscono le battute e rispondono con applauso sicuro. Gli inglesi che ho incontrato tendono ad essere molto cerebrali, soprattutto quando sono ubriachi. I greci raramente capiscono una parola di inglese. Per questo la maggior parte di quello che faccio per loro è a livello fisico».

Questo significa che per la maggior parte delle platee Patrick deve poter contare su un “Piano B” nel caso i suoi giochi di parole non siano capiti. «Se questo accade, bisogna andare avanti come se tutto fosse previsto e parte del piano… semplicemente si cerca di distogliere l’attenzione e si fa una domanda a qualcuno del pubblico tipo “e lei che cos’ha fatto?”».

Ma nemmeno Patrick stesso è sicuro che questa strategia di emergenza possa funzionare nella patria di sua madre, l’Iran. «Mi piacerebbe poter fare uno spettacolo là, ma probabilmente sarebbe abbastanza difficile di questi tempi; per non parlare del fatto che se entrassi nel Paese dovrei farmi due anni di servizio militare obbligatorio! In ogni modo avere la possibilità di fare il mio ultimo spettacolo da qualche parte in Iran costituirebbe per la mia vita un ottimo finale!».