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Nuruddin Farah: «Vi racconto la guerra in Somalia»

Articolo pubblicato il 25 maggio 2007
Articolo pubblicato il 25 maggio 2007
A 62 anni lo scrittore somalo è già considerato uno dei più grandi autori della letteratura africana.

Da una delle grandi finestre vetrate del Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona si può scorgere un paesaggio che invita al silenzio, con quell'orizzonte formato da terrazze e antenne paraboliche sparpagliate qui e là. Desolatamente anarchico. In fondo il castello di Montjuïc s'innalza maestoso. Siamo venuti qui per ascoltare una conferenza dello scrittore somalo Nuruddin Farah, nel quadro di un ciclo di dibattiti su questo Paese del Corno d'Africa. Nato a Baidoa, nel sud della Somalia, Farah è diventato il testimone letterario della crisi collettiva della società somala. È anche un sostenitore dell'emancipazione delle donne africane. I combattimenti che oppongono le truppe del governo di transizione e il suo alleato, l'Etiopia; alle milizie dell'Unione dei Tribunali islamici e al clan Hawiye a Mogadiscio sono recentemete ripresi. Non potevamo non chiedere la sua opinione.

«Tutto il mondo è colpevole»

All'ora prevista ci incontriamo con Nuruddin Farah in un'ampia sala riunioni del Cccb. Senza giri di parole, gli domandiamo chi è il responsabile di questa situazione. «Tutto il mondo – risponde il grande scrittore – è praticamente colpevole. Facciamo parte della stessa società e dobbiamo essere responsabili delle nostre azioni».

L'autore ha studiato in India e in Gran Bretagna. Poliglotta, parla l'amarico (lingua ufficiale in Etiopia, ndr), l'inglese, l'arabo e l'italiano. Ha vinto numerosi concorsi letterari tra cui, nel 1998, il prestigioso premio internazionale di letteratura Neustadt, vinto nel 1970 anche dal nostro Giuseppe Ungaretti.

«Se io appoggio un dito sulla tavola, tu fai lo stesso e così tutti gli altri, la tavola diventa instabile» dice per illustrare la situazione del suo Paese. Secondo lui, gli ultimi sedici anni di guerra civile in Somalia sono «la conseguenza di identità mal comprese, fattori economici e storici, ma soprattutto di crisi mal gestite. Esitono problemi di cui nessuno osa sa assumersi le responsabilità e di cui tutti si disinteressano».

In questa situazione, non stupisce che molti somali vedano di buon occhio la possibilità di ritornare sotto una dittatura. Secondo loro riporterebbe un po' di ordine nel Paese. Ma Farah non è d'accordo. Durante la dittatura di Siad Barre, Farah fu costretto all'espatrio dopo la condanna a morte in contumacia per il libro dal contenuto critico A Naked Needle , ("Un ago nudo", 1976).

Durante il suo esilio Nuruddin Farah si è dato da fare per spiegare le cause delle dittature nella sua trilogia Variations on theme of African Dictatorship, "Variazioni sul tema della dittatura africana" (1980-1983). Secondo lui il totalitarismo può esistere nel continente nero perché «la maggior parte delle famiglie sono autoritarie». A scapito di donne e bambini. Le tradizioni non ammettono «la tolleranza della diversità, necessaria per la democrazia». Dopo la caduta di Siad Barre, nel 1966, lo scrittore ha potuto rimettere piede nella sua Somalia. Da allora vi fa ritorno regolarmente. Con la sua famiglia vive prevalentemente a Città del Capo, in Sudafrica.

Il cammino verso la pace

Qual è dunque la strada che può portare alla stabilità la Somalia? «Persino i gobbi imparano a vivere con il loro fardello» risponde Farah, citando un proverbio

somalo. Contrario a tutte le ingerenze esterne, reputa che la soluzione debba essere trovata dai somali. «Si troverà una soluzione solo capendo che la guerra è una forma di autodistruzione. Con la pace, al contrario, la porta delle possibilità si apre a noi». Un punto di vista che, per la prima volta – crede l'autore – molti somali stanno condividendo.

Per Farah, nel caso di ipotetiche negoziazioni di pace, bisognerebbe dare un ruolo di primo piano alle organizzazioni della società civile e «non a quei soggetti che fanno parte del problema, come gli islamici». O i signori della guerra. Quest'ultimi, secondo lo scrittore, sono «dei veri criminali» che dovrebbero essere giudicati dal Tribunale Penale Internazionale.

Le donne come fonte d'ispirazione

I suoi racconti sono ambientati in Somalia e in essi le donne ricoprono un ruolo di primo piano. Troviamo personaggi femminili coraggiosi come Cambara, l'esiliata che rientra nel suo paese nell'ultimo romanzo Knots ("Nodi", 2007). Oppure Ebla, la nomade che rifiuta di sottomettersi a un matrimonio combinato in From a Crocked Rib (1970), il suo romanzo d'esordio. O ancora l'enigmatica Sholoongo di Secrets, ("Segreti", 2000), testimonia la posizione dell'autore in favore dei diritti alle donne. Un impegno rinforzato dal suo matrimonio con la scrittrice, accademica e femminista nigeriana Amina Mama.

Per dirla con le parole di Farah, questa presa di posizione vien da lontano. «Quando ero piccolo, mi sentivo molto vicino a mia madre. Con il tempo ho percepito attraverso i suoi gesti quanto fosse infelice. Grazie al suo esempio ho sviluppato una sorta di empatia verso le donne». Per guadagnarsi qualche soldo, il giovane Farah scriveva lettere su richiesta delle persone analfabete. «Un giorno un uomo mi chiese di scrivere a sua moglie che era scappata di casa. Voleva che le dicessi che se non fosse rientrata entro tre mesi lui sarebbe andato a cercarla e che quando l'avrebbe trovata l'avrebbe picchiata e riportata con la forza a casa». Al posto di scrivere la lettera richiesta, l'autore somalo spedì una versione completamente differente, nella quale l'uomo concedeva il divorzio. Anche se questo fatto gli ha provocato in seguito dei problemi, Farah dice di esserne fiero.

La prosa nella denuncia e nella lotta.

Ecco le sole armi di un autore impegnato non solo per la causa dell'uguaglianza dei generi, ma anche per il rispetto dei diritti dell'uomo nel suo Paese. Farah è il portavoce di un'Africa che guarda con uno sguardo critico e pieno di speranza il suo presente e che annuncia che il suo futuro è nelle proprie mani.