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Mostar, la guerra e la ricostruzione: una storia di ponti

Articolo pubblicato il 13 ottobre 2011
Articolo pubblicato il 13 ottobre 2011
Tra me e Mostar è una vecchia storia. Un incontro mancato. Gennaio 1998, tre anni dopo l’entrata in vigore degli accordi di Dayton, partecipo a un viaggio di studio in Bosnia. Sulla strada tra Sarajevo e Mostar un autobus prende fuoco, la SFOR arriva in soccorso e Mostar diventa solo un ricordo. Settembre 2011, Cafebabel.com organizza l'annuale Babel Ackademy a Dubrovnik.
Appena mi rendo conto che la città dista solo 150 chilometri da Mostar, decido all’istante. Mi prendo una rivincita sul destino e ritento il mio viaggio. Una storia di ponti: quello che non avevo visto nel 1998 e quelli che ho scoperto nel 2011.

Ciò che le infrastrutture dei trasporti rivelano sui rapporti di buon vicinato

Sveglia all’alba. Ho intenzione di raggiungere Mostar in autobus. Mi attende un tragitto di circa tre ore. Alleggerita di 88 kune, mi informo sugli orari per il rientro. Costernazione: esiste un solo collegamento per tornare... è alle ore 12 ma, l’arrivo del mio autobus è previsto per le 11! Nonostante la mia guida riporti diverse partenze giornaliere nelle due direzioni. Qualcuno potrebbe spiegarmi qual è il senso di attivare una linea di autobus che consente di soggiornare sul posto per un’ora soltanto? Si vorrebbe dissuadere il viaggiatore dal recarsi in Bosnia, altrimenti sarebbe inspiegabile. Fortunatamente, riesco a farmi rimborsare il biglietto senza problemi e salgo su un pullman privato. Dopo aver messo da parte l’impressione costante che il destino si accanisce per intromettersi tra me e Mostar, non posso fare a meno di chiedermi: forse la linea non è conveniente? Sono solo i turisti a voler andare in Bosnia?

La strada che porta in Bosnia costeggia il magnifico litorale croato. La penisola di Plješac è caratterizzata da acque turchesi, ulivi e vigneti. Oltre a questi tesori naturali, il tragitto presenta una strana curiosità: attraversiamo tre volte la frontiera. Croazia/Bosnia/ri-Croazia/ri-Bosnia, in meno di una trentina di minuti. Responsabile di questo gioco del «salta frontiere» è l’enclave di Neum. Questa anomalia geografica è frutto di un accordo territoriale concluso con la Bosnia a seguito della «guerra d’indipendenza» croata. La striscia di costa è attualmente l’unico accesso al mare della Bosnia, ma divide il territorio croato in due. Nel 2005 sono stati avviati dei lavori per la costruzione di un ponte in grado di congiungere il nord al sud del paese, con il pretesto di aggirare l’enclave e quindi evitare inutili formalità doganali agli automobilisti. Un progetto dal costo esorbitante di cui si sarebbe potuto fare a meno?

L’accordo doganale di Neum del 1998 prevedeva che i due paesi confinanti negoziassero delle agevolazioni di transito sul territorio bosniaco per gli automobilisti in viaggio da e per la Croazia. Cooperazione doganale o «balcanizzazione», bisogna decidersi.

L’utilità di un nuovo ponte

Osservando i miei compagni di viaggio, mi tormenta una domanda: perché abbiamo deciso di perderci a Mostar? Ma è ovvio, per il suo ponte! Poiché il destino dello Stari Most è indissociabile dalla storia politica della regione. Nel 1998, già mi recavo qui per il ponte. O, piuttosto, per la sua assenza. Volevo farmi un’idea delle divisioni che erano state generate dalla guerra civile. Le rovine del «vecchio ponte», vittime di urbicidio, sono in tal senso emblematiche. Il 9 novembre 1993, il ponte crollò sotto i tiri dell’artiglieria delle milizie bosniaco-croate e la città fu divisa in base all’appartenenza etnico-religiosa delle comunità che la componevano (croati cattolici a ovest, bosniaci mussulmani a est). Nel 2011, il ponte è ormai identicamente ricostruito. Grazie al finanziamento di una comunità internazionale che, impotente di fronte al violento smembramento della Jugoslavia, aveva evidentemente deciso di pulirsi la coscienza.

Gesto apparentemente vano, poiché a Mostar esistono ancora una duplice amministrazione (servizi comunali, posta, sistema educativo) e delle squadre di calcio «etnicizzate». Percorrendo il Bulevar, ex linea di demarcazione tra le due comunità che si sono affrontate nel corso del conflitto civile, la guerra è ancora scolpita su ogni facciata. Abbandonando il quartiere storico, fin troppo pulito, si ha la stessa sensazione. Il contrasto è toccante. Facciate barocche divorate dagli alberi, edifici di cemento crivellati dai colpi di proiettile. Altre tracce immancabili delle rivalità comunitarie: un’enorme croce sulla collina all’ingresso della città per identificare il territorio croato, un «Tito, ti adoriamo» inciso sulle sommità orientali/mussulmane, un campanile in cemento di altezza smisurata (sempre i Francescani), costruito per dominare i minareti delle moschee, anch’essi rimessi a nuovo. In una tale atmosfera, gli abitanti possono veramente voltare pagina? Non ritengono che le somme investite nella ricostruzione di un ponte e degli edifici religiosi siano indecenti, dal momento in cui i loro bisogni non sono stati ancora soddisfatti? Il messaggio scandito dalla nostra guida locale vuole essere positivo. Oggi la popolazione convive. Allora perché si parla di «quartieri croati», «centro storico ottomano/musulmano»? Si sarebbe parlato così prima della guerra? Addio al patrimonio culturale comune, benvenuta l'affermazione identitaria. La mia guida ammetterà persino che la Bosnia non ha più un governo, poiché l’esecutivo tricefalo è paralizzato. Constatazione amara che sembra confermare l’idea secondo la quale il simbolismo del «nuovo vecchio ponte» resta un messaggio vuoto.

A Dubrovnik, ho avuto l’impressione che il passato sia scomparso (le ferite risalenti al 1991 sono diventate invisibili). A Mostar, è ancora troppo presente. Tra qualche anno forse ritornerò. Si parlerà finalmente di qualcosa di diverso dal vecchio ponte che attraversa le verdi acque della Narenta

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