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Lisbona: terra di nomadi digitali

Articolo pubblicato il 19 ottobre 2017
Articolo pubblicato il 19 ottobre 2017

A Lisbona sono ovunque. Seduti davanti ai caffè, riuniti negli spazi di coworking, sulla spiaggia per fare surf a fine giornata… Chi sono? I nomadi digitali. Attirati dai viaggi, la vita con la V maiuscola e il Wi-Fi, sono diventati abbastanza numerosi da costituire un genere a parte. Obbligatoriamente a parte.

A cavallo nelle steppe dell’Asia centrale, in Somaliland tra città e sabbia, al largo delle barriere coralline del Madagascar, negli spazi aperti del Maghreb o in zone quasi inesplorate dell’America. I nomadi nell’immaginario collettivo sono senza fissa dimora, ma soprattutto sono… lontani. Il nomadismo è innanzitutto esotico. Commercializzato, come nel tormentone surrealista francese degli anni ‘90 o più personale, come la voglia di un week-end EasyJet in yurta, a un tiro di schioppo dalla propria dimora ben fissa.

Ma allora, cosa fanno i nomadi nelle grandi città europee? Non stiamo parlando di pastori beduini o mongoli ma di quelli che errano nei caffè armati di zaino trendy e di MacBook customizzato con gli sticker. Diciamocelo: i nomadi di oggi non sono più veramente gli stessi. I nomadi digitali, che hanno avuto dei gloriosi precursori già alla fine degli anni ‘80, da da due anni non hanno più niente di straordinario. E sconvolgono il nostro immaginario incarnando gli avatar del lavoratore del XXI secolo. Perché il nomade digitale non è un globetrotter 2.0, è anche qualcuno che lavora sodo. Semplicemente, poiché il suo solo strumento di lavoro è una (buona) connessione Wi-Fi, è qualcuno che lavora sodo e ama viaggiare. Ovunque. Sempre.

«I love my life»

Ma, benché nomade, l’individuo 2.0 deve pur mettersi in luce da qualche parte. In questa fine estate 2017, il place-to-be (-but-only-for-two-weeks) per i nomadi digitali è Lisbona. La capitale portoghese organizza due eventi dedicati a questo stile di vita, tra cui l’inequivocabile Digital Nomad Conference organizzata da DNX, una delle numerose agenzie create in questi ultimi mesi per accompagnare, incoraggiare e guidare i nuovi nomadi. Chi c'è dietro? Felicia Hargarten e Marcus Meurer, trentenni tedeschi già ripartiti per il Brasile, che propongono conferenze suggestive e workshops per trasmettere know-how concreti a quasi 600 nomadi venuti da 45 paesi diversi.

Vecchia fabbrica tessile riconvertita intorno al 2010 in paradiso per classi creative superiori (boutique di creatori, ristoranti, spazi di coworking e locali per start-ups, scuole di cucina, ecc.), la LX Factory ospita l’orda digitale. All’interno di un vecchio deposito modernizzato, in una misteriosa penombra blu, il week-end si apre su uno slogan che sembra preso da Instagram: «I love my life». In una breve introduzione, Marcus e Feli’ raccontano il loro percorso di imprenditori location-independent, cominciato quando, durante un periodo sabbatico, la coppia si è resa conto che poteva, in realtà, continuare a lavorare viaggiando. Prende quindi la parola Pat Flynn, celebre creatore americano di podcast nel campo del cosiddetto coaching aziendale. Anche lui evoca la sua «vita perfetta» e ben pianificata nella quale ha provocato una frattura per meglio percepire la paura dell’avvenire, uscire dalla zona di comfort e finalmente realizzarsi. Dopo una seduta di ice-breaker, che consiste nel raccontare al proprio vicino la cosa di cui si è più fieri, e una pausa meditazione, altri oratori arrivano sulla scena: l’ex-direttore del programma digitale dell’Estonia, per esempio, che ci vanta i meriti dell’e-Residency, un nuovo modo, adatto ai nomadi digitali, di dichiararsi cittadini virtuali europei, vivendo e lavorando in giro per il mondo. Imprenditori o coach, convinti guru occasionali, tutti gli speakers insistono sull’aspetto non convenzionale della vita del nomade digitale, sulla forza interiore che questa vita esige e sulla scoperta di sé e del mondo che ne deriva.

Dei super camps

Ma chi dice apertura al mondo dice anche… name-dropping geografico. Una tedesca di 25 anni, in infradito, braccialetto alla caviglia, leggings neri e camicia a quadri, sfoggia una borsa «Berlino – Sydney – Bangkok - Dahab». Un olandese di 22 anni, fresco di studi di grafica, si tiene pronto a diventare nomade dopo qualche mese passato a testare il backpacking alternato a esperienze lavorative. Ha «fatto» Bali, il Nepal, l’Europa dell’Est. È obbligatorio mostrare dove si è stati, le destinazioni percorse sono inevitabili soggetti di conversazione: il mondo è una checklist che si spunta.

Per Marcus e Feli’, i nomadi sono «persone che amano la libertà, viaggiare, sono di mente aperta, vogliono progredire, istigare un cambiamento nel mondo e non sono assoultamente felici nel sistema tradizionale del lavoro 9h-17h». Loro che organizzano anche dei camps di due settimane, ovunque nel mondo ma soprattutto in posti piuttosto simpatici (il prossimo sarà a Lemno, accogliente isola del mar Egeo), non temono di creare il mito del nomade digitale, computer in riva al mare e pausa yoga tra due clienti via Skype. Perché, in fin dei conti, «si può vivere come nomadi digitali per tutta la vita». Famiglie di nomadi con bambini piccoli sono la prova che una certa stabilità, malgrado la vita movimentata, è possibile. «Perché no? Finché si ama questo stile di vita, non c’è motivo di smettere!» continua Feli’, per la quale «l’importante è trovare una comunità e avere intorno persone con la stessa mentalità». Molti nomadi digitali vivono così per un periodo della loro vita, qualche anno. Restano due settimane, uno, due, tre mesi in un paese e poi ripartono. Ma in generale (ed è vero a maggior ragione se si è nomade a lungo) hanno uno o più campi base, nel loro paese o altrove, dove possono riprendere le loro abitudini, una routine e… una vita sociale.

«Il problema è che la gente del posto non vuole incontrarci», spiega Ash, un indiano di 30 anni che ha vissuto da nomade per cinque anni restando al massimo due mesi nello stesso posto. «Devo andare in Africa, conosco solo due o tre paesi là.» «Non è facile integrarsi alle comunità locali, non hanno tempo da dedicarti, hanno la loro vita, il loro lavoro, i loro amici, la loro famiglia. Ad un certo punto la solitudine è diventata un problema», aggiunge. Dopo cinque anni di nomadismo, Ash, ingegnere software che «organizza il [suo] lavoro in funzione delle opportunità», fa una pausa, un po’ stanco delle pratiche senza fine per installarsi. Ha incontrato Rosanna, luso-olandese di 33 anni, nomade da due, e insieme hanno creato un gruppo per combattere questa solitudine. Lei, dopo aver penato a incontrare i suoi simili sui gruppi Facebook o Slack, aveva finito con il mettere dei volantini nei caffè della città, «Lavorate online? Dovremmo incontrarci!». Rosanna e Ash accolgono adesso un gruppo di 1500 persone (di cui 500 sono arrivate in questi due ultimi mesi) che si riuniscono una volta alla settimana per parlare delle loro aspirazioni e problematiche comuni, scoprire insieme la capitale portoghese, bere qualcosa e poi salutarsi. La prima cosa che fa un nomade quando arriva a Lisbona? «Trova un gruppo Meet-Up, per forza il nostro, e incontra delle persone

Poiché il lavoro a distanza finirà di sicuro con il generalizzarsi e un domani potremmo anche vivere in perpetuo movimento in automobili senza conducente, la nozione di sedentarietà è comunque da ripensare: tanto vale abituarsi allo stile di vita nomade! Rosanna, giustamente, difende una visione del nomade digitale non proprio idealizzata. Certo, il nomade vuole fare del kitesurf e della capoeira, ma lavora anche tanto e soprattutto non è una persona qualunque: in genere ha già delle competenze professionali nel suo campo e, idealmente, un network e dei clienti - che altrimenti potrà trovare tra i suoi colleghi bevendo del Porto Tónico. «Possiedo un divano, un materasso e un tavolo», racconta Ash. Il nomade digitale vuole essere più che avere. E tanto meglio, perché «quando si ha uno stile di vita come questo, è molto complicato avere uno status sociale», aggiunge Rosanna, i cui incontri sono frequentati tanto da freelance al verde quanto da quelli con una situazione più agiata che lo fanno per divertimento.

La « primavera portoghese »

Allora, perché Lisbona? Sulla scala di valutazione del nomade, la città ottiene il voto, dignitoso, di 3.67 su 5. Penalizzata da una connessione Internet mediocre di soli 13mb/s, una quantità di luoghi per lavorare giudicata troppo ridotta, ma anche una qualità dell’aria o una vita notturna appena «OK», la capitale portoghese resta nelle Top 300 delle città digital nomads- friendly, ben lontana dalle immancabili asiatiche (Bali, Chiang Mai e Bangkok) o europee (Berlino, Barcellona e la leader, Budapest). Comunque, la capitale portoghese fa parte dei luoghi apprezzati dalla comunità nomade per la sua qualità di vita (Lisbona è classificata numero 1 mondiale secondo questo criterio dal punto di vista degli espatriati, N.d.A), la mentalità anti-cool dei giovani portoghesi, i suoi spot per fare surf, il suo statuto di residente non abituale che permette di ridurre l’imposizione fiscale.

Fino a oggi, Lisbona si spopolava. In 50 anni, 200 000 persone, pari ai due terzi della popolazione iniziale, hanno abbandonato il centro storico. La crisi economica mondiale e i piani di austerity non hanno migliorato la situazione. Da allora a sentire gli economisti che registrano un deficit ai minimi storici e la stampa che fa a gara di metafore eloquenti per raccontare la «primavera portoghese», una bella storia si sta scrivendo. Bella, sì. Anche vera? Rosanna che è sbarcata a Lisbona nel 2015 dopo sei anni di assenza è rimasta «di stucco», lei che aveva conosciuto solo il Portogallo «in crisi». «Quando sono tornata, c’era un’energia positiva che non avevo mai percepito. Prima, il sogno dei giovani portoghesi era soprattutto di emigrare, adesso, dopo gli studi, anche se non si trova per forza lavoro, ci si dice piuttosto “Proviamo a fare qualcosa qui”.»

La città conta su due nuove idee fisse per rifarsi: il turismo, le cui ricette sono aumentate del 10% all’anno in media da dieci anni e impiega non meno di un lisbonese su dieci, e l’attrattività economica, in particolare nella sfera del digitale. La più bella conquista della città? Il Web Summit - la maggiore conferenza legata alle nuove tecnologie, strappata a Dublino dal 2016 e diventato il nuovo stendardo della città, aspettando che nel vecchio quartiere industriale Beato veda la luce il campus più grande del mondo dedicato all’imprenditoria digitale. Gli incubatori di start-up si mostrano sui cartelloni pubblicitari, tentando di far dimenticare i dibattiti legati all’impatto sulla città del turismo di massa, soggetto inevitabile per i candidati alle elezioni municipali di Lisbona. I nomadi digitali si limiteranno solo a passare in questa Lisbona da sogno, attrattiva e intraprendente? «Non serve a niente fare progetti», dice Ash. «Comunque vada, alla fine si farà sempre il contrario», conclude Rosanna.

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