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L’Euro 2012 è multietnico. E alla fine vince sempre la Germania…

Articolo pubblicato il 05 giugno 2012
Articolo pubblicato il 05 giugno 2012
C’è chi prova a convincere gli emigrati di seconda generazione, chi ha la doppia nazionalità e sceglie la squadra più forte, e chi semplicemente valorizza un vivaio di giovani di diverse etnie. L’Europeo 2012 si vince grazie al multiculturalismo, a un calcio più globalizzato, vario e imprevedibile. I tempi cambiano, e i tedeschi restano i più forti.

Nel Mondiale 2010 la nazionale di Joachim Loew sembrava tutto fuorché una Maanschaft. Un tempo la Germania era una squadra di marcantoni imbattibili di testa, cinici coi piedi, raramente aiutati dai guizzi di fantasia di tipi come Tommasino Hassler. Adesso la Germania parla brasiliano, turco, ghanese, gioca un calcio veloce, frizzante, in Sudafrica ha fatto impazzire tutti tranne i campioni – molto iberici e nient’altro – spagnoli. In Polonia, dove alloggia durante l’Europeo nonostante i match del girone siano in programma in Ucraina, la Germania riporta a casa i suoi attaccanti. Perché, come recriminano giustamente a est di Berlino, Miroslav Klose e Lukas Podolski sono polacchi. Arrivati da bambini con i genitori immigrati hanno imparato a giocare a pallone in Germania e, assetati di trofei, hanno scelto giustamente la nazionale tedesca.

I polacchi non sono rimasti a guardare: nel 2009 recuperarono a centrocampo Ludovic Obraniak, francese del Bordeaux che non aveva mai messo piede nella terra del nonno polacco, e provarono a ingaggiare in attacco Robert Acquafresca, attaccante italiano di mamma polacca in forza al Bologna. Ricevettero un due di picche.

Alla superpotenza tedesca non si può dire di no, a costo di spaccare una famiglia. Si prendano i fratelli Jerome e Kevin Prince Boateng. Il primo, difensore del Bayern Monaco, ha scelto i colori del paese dov’è nato e cresciuto. Il secondo, devastante centrocampista offensivo del Milan, ha scelto di giocare per il Ghana, paese di origine del padre. A centrocampo la nazionale tedesca schiererà due stelle del Real Madrid che di nome fanno Mesut Özil e Sami Khedira: figli di immigrati turchi e tunisini, si sono integrati perfettamente nelle scuole calcio tedesche, sono loro la marcia in più della squadra favorita.

Non funziona allo stesso modo in altri paesi. Francia, Olanda e Inghilterra, ex paesi coloniali e con un sistema di integrazione più rodato, fanno storia a parte. La Spagna non schiera nomi esotici, la Grecia neppure. L’Italia s’è desta. Dopo anni di ostracismo lippiano e cori razzisti vomitevoli, Mario Barwuah Balotelli si è preso finalmente il ruolo di leader degli Azzurri. “Sono un genio, voglio diventare il giocatore più forte del mondo”, ha detto al settimanale francese France Football. Nessuno lo discute più, neppure dopo le innumerevoli bravate commesse nell’ultimo anno a Manchester, tra cartellini rossi a ripetizione e case incendiate. E’ il più forte, e i tifosi razzisti che in passato lo hanno preso di mira dovranno farsene una ragione.

Nato 22 anni fa a Palermo da genitori ghanesi, abbandonato e poi accolto da una famiglia del nord Italia, ha dovuto aspettare il compimento del 18° anno per ottenere la nazionalità del suo paese, in base alle assurde leggi italiane sullo ius sanguinis. Il Ghana bussò alla sua porta e lui disse no, fiero di essere italiano. Poi c’è un altro giocatore, altrettanto bravo ma meno discusso perché caratterialmente più tranquillo: Angelo Ogbonna, nato da genitori nigeriani, è il vice-capitano del Torino e merita un posto da titolare nella difesa di Cesare Prandelli. “Se questi due giocatori facessero trionfare l’Italia all’Europeo, per gli italiani sarebbe una bella lezione”, commenta un intellettuale italiano esiliato a Parigi, alludendo al razzismo imperante nelle curve di Serie A.

Molte altre squadre dovranno affidarsi ai gol di attaccanti di origine straniera. Zlatan Ibrahimovic, punta della Svezia, è un cocktail di talento serbo-croato, nato e cresciuto in Svezia a Rosengård, sobborgo multietnico di Malmoe. Un attaccante così potente e imprevedibile, in Scandinavia, difficilmente nasce coi capelli biondi. La Croazia orfana di campioni del passato del calibro di Davor Suker, scommette invece sui gol di Eduardo, brasiliano dello Shaktar Donetsk arrivato a Zagabria all’età di 15 anni. Occhio a Jores Okore, promettente difensore centrale della Danimarca nato in Costa d’Avorio, e a Theodor Gebre Selassie, terzino ceco di origini etiopi. L’euro-calcio si colora, il gioco delle nazionali si trasforma, talenti multietnici hanno purtroppo vivacizzato il gioco dei tedeschi. E adesso, chi li ferma più?

Foto di copertina: (cc) Morgan Ossola/Flickr; nel testo: (cc) zeropuntosedici/flickr. Video: 92lenin/youtube e topfootballclips/youtube.