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La vita all'ombra dei campi nazisti di Auschwitz

Articolo pubblicato il 04 settembre 2014
Articolo pubblicato il 04 settembre 2014

Dopo il suo passaggio a Cracovia, il pulmino Bulli è partito alla volta di Oswiecim, in Polonia, più comunemente nota con il nome di Auschwitz. Segnata dalla presenza di due dei più importanti campi di concentrazione nazisti, la città e i suoi abitanti tentano di sottrarsi dall'ombra del passato.

Il contachilometri del pulmino segna 11.000 km. Dopo aver visitato l'Ungheria,, ci siamo diretti verso la Polonia e abbiamo deciso di fare una piccola sosta ad Auschwitz, in polacco Oswiecim.

Klaudia Domzal è nata e cresciuta ad Oswiecim. La sua città natale si sviluppa tutt'attorno all'ex campo di concentramento e sterminio di Auschwitz. Oggi, la vita nella piccola cittadina polacca scorre pacifica. Ma quando le chiedono da dove viene, Klaudia riconosce che la faccenda si complica: «Spesso la gente si sente a disagio quando dico che sono di Oswiecim. Alcuni pensano che abito in una baracca del campo. Nessuno sa che la città esisteva già prima che arrivassero i nazisti e che ci si può vivere tranquillamente».

Improvvisandosi guida, Klaudia ci porta per le stradine di questo paese che conta circa 40.000 abitanti. Scopriamo così il volto normale di una cittadina normale: bar, ristoranti e vari nightclub, due cinema, un liceo, un'università, un negozio di tattoo e una biblioteca rimessa a nuovo. «È una città molto bella, mi piacerebbe poterci vivere ed invecchiare. Mi piacerebbe che la gente venisse a vedere di persona come si sta bene qui. Sì, è vero che l'ex campo è proprio accanto alla città, ma la nostra vita quotidiana non è legata alla sua storia. Sappiamo che il campo c'è, conosciamo bene la storia, ma viviamo senza pensarci continuamente».

La Seconda Guerra Mondiale? Meglio evitare l'argomento

La famiglia paterna di Klaudia ha sempre vissuto ad Oswiecim. Tuttavia, è difficile rievocare gli anni '40 con i suoi nonni. Con loro, Klaudia preferisce evitare l'argomento. Questo non le ha comunque impedito di visitare tre volte il memoriale e di partecipare ai concorsi di storia organizzati dall'Accademia. 

Nella piazza centrale di Oswiecim, Klaudia ci mostra i bar aperti da poco e le facciate degli edifici ridipinte con colori accesi: «Negli ultimi cinque anni, hanno rifatto tutto. Il governo polacco ha concesso importanti aiuti finanziari alla nostra municipalità. Prima non avevamo una piazza pubblica così viva, c'erano solo alcuni vecchi bar. Ora invece è piacevole andare in centro, c'è una gelateria, ci sono ristoranti e locali con i tavolini all'aperto».

Convivenza

Benché mura e ringhiere separino la città di Oswiecim dall'ex campo di Auschwitz, l'atmosfera non è comunque delle migliori. I 200 ettari di Auschwitz I e Auschwitz II sono divisi in due parti, al confine tra le due città Oswiecim e Brzezinka (Birkenau). Dal campo si vedono da lontano le casette col giardino... e viceversa. 

Alcuni avevano delle proprietà qui già prima della guerra, e sono tornati per riprendersi la casa. Altri hanno approfittatto dei prezzi allettanti per trasferirvisi. L'immagine più sorprendente rimane quella della casa che si trova proprio di fronte all'ex campo di Birkenau. I binari della ferrovia (che portavano alle camere a gas) passano per un giardinetto privato. Sopra ai binari, c'è un'altalena verde e rossa. 

Danny Ghitis, un'artista ebrea americana, ha deciso di parlare di questi fantasmi di Auschwitz fotografando la vita quotidiana e ordinaria degli abitanti di Oswiecim e Brzezinka. La serie di foto «Life in the shadow of Auschwitz» ritrae una ragazzina che corre sui roller davanti agli edifici in mattoni, un contadino che brucia della legna non lontano dalle camere a gas, o ancora una suora che gioca a badminton davanti all'ex campo. 

Contattata da Oswiecim, Danny Ghitis ci spiega: «L'idea mi è venuta circa dodici anni fa, quando ho scoperto che Auschwitz era anche una città. Sono rimasta subito affascinata dalla sua storia e non ho mai smesso di pensarci. Poi ho deciso di andarci di persona, e ho vissuto a Oswiecim per cinque mesi. Avevo molti pregiudizi sulla Polonia e sul suo passato. Ho scoperto invece una gioventù che si interessa alla cultura ebraica del suo paese. Anche se le mie foto mostrano un certo contrasto e una volontà di utilizzare come simboli il fumo e le fiamme, ho mitigato la mia visione e accettato una verità tanto semplice quanto complessa: la vita continua, nonostante tutto...».

Così, la vita ha ripreso il suo corso, persino qui, davanti al luogo simbolo del genocidio del XXesimo secolo. Alcuni abitanti lasciano trapelare una certa resistenza, altri la volontà di dimenticare.

Questo articolo fa parte di una serie di reportage realizzati nel quadro del progetto «Bulli Tour Eu­ropa» di cui Ca­fe­ba­bel Stras­bourg è partner. Per scoprire gli altri articoli, visita il sito www.​bul­li­tour.​eu