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La storia di Olivier Dauw, il ragazzo belga che ha corso 10 km in Corea del Nord

Articolo pubblicato il 29 maggio 2017
Articolo pubblicato il 29 maggio 2017

Lo scorso 9 aprile, Olivier Dauw ha fatto quel che molti avrebbero ritenuto impensabile: dopo aver radunato gli amici e parlato loro della maratona di Pyongyang, si reca in Corea del Nord per vincere la fatidica corsa. Il giovane belga ci racconta della sua esperienza, tra spaghetti freddi e intimidazioni.

Olivier è quel che definiremmo oggi un globe-trotter, ovvero un giramondo. Dopo una laurea in ingegneria e un pò di anni spesi lavorando nel campo, il giovane belga ha viaggiato in Africa prima di volare a Singapore, dove attualmente lavora per Uber. Tra le numerose avventure, Olivier ha anche trovato il tempo di visitare la Corea del Nord e partecipare alla 10 km di Pyongyang, collezionando un mucchio di ricordi interessanti. 

Cafébabel: Come sei venuto a conoscenza della gara? 

Olivier Dauw: Per caso. Lo scorso anno alcuni amici parteciparono alla gara, invogliandomi con i loro racconti. Non potevo non prendervi parte, così ho chiesto loro le modalità di partecipazione e dopo aver convinto altri amici, abbiamo creato un piccolo gruppo e siamo partiti.

Cafébabel: Tra tutte le gare al mondo, perché proprio questa? 

Olivier Dauw: A essere onesti, non eravamo lì per la gara, quanto per la possibilità di andare in Corea del Nord. La maratona di Pyongyang è l'unico evento internazionale che questa nazione organizza, così abbiamo pensato bene di combinare le due esperienze, visitare il Paese e partecipare alla competizione.

Cafébabel: Chi ha preso parte alla competizione?

Olivier DauwParticipanti da ogni dove, tra cui europei, australiani, asiatici e americani, per un massimo di 800 stranieri. Non c'è una nazionalità predominante e tutti sono invitati a gareggiare, tranne sudcoreani e malesiani. In seguito all'assassinio del nipote di Kim Jong-un in Malesia infatti, a questi ultimi non è più permesso mettere piede in Corea del Nord. Alla maratona hanno inoltre partecipato molti nordcoreani, bambini inclusi, con parenti e famigliari ai lati delle strade pronti a fare il tifo. In questa nazione sono davvero poche le attività di svago, e correre è il passatempo domenicale.

Cafébabel: Quali sono stati i rapporti con la popolazione locale?

Olivier Dauw: Quotidianamente eravamo in contatto con quella fetta di popolazione che parla inglese, in un certo senso l'elite del Paese: guide, staff alberghiero, museale, eccetera. Parliamo di cittadini che hanno ricevuto una formazione specifica per stare a contatto con gli stranieri, e non di "popolazione reale", come ad esempio i contadini delle campagne. Con i primi abbiamo discusso di varie tematiche, sempre tenendo a mente che qualsiasi loro opinione poteva essere pura facciata. In effetti non era sempre chiaro se stessero dicendo davvero quel che pensavano. 

Cafébabel: Di sicuro hai un aneddoto da raccontarci...

Olivier Dauw: Ogni sera cenavamo in un ristorante in città, frequentato per lo più da turisti. Solo una sera è capitato di incontrare una famiglia del posto con la quale abbiamo iniziato a colloquiare. All'improvviso hanno chiesto il conto e, con il cibo impacchettato, hanno lasciato il locale frettolosamente. Credo avessero paura di dire o fare qualcosa che non era loro permesso.

Cafébabel: Sei uno dei pochi ad aver attraversato la "cortina di ferro." Qual è stata la prima impressione una volta arrivato in Corea del Nord?

Olivier Dauw: Piuttosto normale. Giunti in aeroporto abbiamo seguito la procedura standard per l'uscita. La sicurezza è piuttosto rigida, è vero, e infatti siamo stati esaminati a fondo: hanno aperto le nostre valigie e ad alcuni di noi è stato chiesto di accendere i computer per controllarne il contenuto. In particolare verificano se sono state raccolte informazioni specifiche sul Paese. Quel che conta è tenere i nordcoreani all'oscuro di quel che accade all'esterno.

Cafébabel: Come è stato organizzato il viaggio?

Olivier Dauw : Considerato che i posti destinati agli stranieri sono solo 800, per garantirmene uno ho dovuto prenotare a novembre. A dicembre erano tutti già esauriti. In termini di prezzo, ho speso 1.400 $, visto incluso, per 4 giorni, partendo da Pechino. Una volta sul posto non abbiamo speso molto, a eccezione di qualche bibita e souvenir. All'arrivo i partecipanti sono stati divisi in due hotel, il primo situato su una penisola collegata alla città da un punto, il secondo in centro. In entrambe le strutture il servizio è stato impeccabile e organizzato ottimamente. L'albergo presso cui ho pernottato era pulitissimo, anche se con delle limitazioni di altro genere. Non c'erano bistecche nè patatine fritte, quindi è possibile solo mangiare cibo locale, principalmente spaghetti freddi e kimchi, ovvero verza in salsa piccante. Non c'era neppure internet nè alcuna connessione telefonica. In ogni caso avevo già deciso di lasciare il cellulare a Pechino, piuttosto che portarlo con me.

Cafébabel: Come sappiamo, il tema della libertà in Corea del Nord è piuttosto problematico. Hai ricevuto qualche raccomandazione peril viaggio?

Olivier DauwAbbiamo tutti ricevuto una guida con delle regole da seguire durante la gara. La maratona di Pyongyang non ha loghi, pubblicità, né riferimenti ai diversi colori nazionali. Seppur essendo molto rigide, nessun commento da parte delle autorità locali è stato espresso in riferimento a queste regole. Durante la competizione abbiamo dovuto indossare una maglietta ufficiale con la bandiera della Corea del Nord, mentre per la cerimonia di premiazione t-shirt e pantaloncini corti non erano ammessi in rispetto alla cultura locale.  

cafébabelDurante il soggiorno, come sono andate le visite?

Olivier DauwIn quanto stranieri, nessuno ha avuto la libertà di visitare liberamente il Paese. Ciò è permesso solo affidandosi a delle guide locali che hanno inoltre il compito di controllarti costantemente. Esistono delle ferree linee guida da seguire: ad esempio, se si vogliono fotografare le statue dei leader politici, è obbligatorio ritrarli per intero e con il paesaggio in sottofondo, per mostrare la loro grandezza e glorificare il Paese. E ancora, strappare o gettare una rivista nazionale è considerato un insulto.

Mi Mi è anche stato chiesto di cancellare alcune foto scattate nell'area di confine con la Corea del Sud: ho fotografato una torre con delle antenne, quel che poi ho scoperto essere un edificio di pubblica sicurezza. Dunque sì, ci sono regole da rispettare, ma non è in fondo difficile attenervisi. Dopotutto, anche in alcuni dei paesi più sviluppati è vietato fotografare aeroporti e ambasciate.

Cafébabel: Ti sei sentito oppresso da questi controlli? 

Olivier Dauw: In realtà no, tranne quando abbiamo visitato l'area demilitarizzata. Lì le guide erano piuttosto opprimenti e frettolose e non ci hanno dato il tempo di leggere i dcoumenti riguardanti la guerra tra le due Coree, custoditi in ampi stanzoni. Non dovevamo analizzarne i contenuti, né porci delle domande. Inoltre, dei soldati nordcoreani erano stati disposti  lungo il confine per impedirci di fuggire... strano, no?

Cafébabel: La Corea del Nord è uno dei paesi più isolati al mondo e il suo regime è stato più volte accusato di aver violato i diritti umani. Credi che partecipare alla gara abbia rappresentato una specie di supporto al regime?

Olivier DauwNon credo. Da un punto di vista finanziario, il turismo rappresenta un introito supplementare per il regime. Circa 5000 turisti vengono stimati ogni anno, con una spesa media pari a 1.500 $ a persona, per un totale di circa 7,5 milioni di dollari. Non molto per una nazione. Se parliamo di propaganda invece, è vero, il governo utilizza il turismo quale strumento per acquietare la popolazione. E' importante che gli ambasciatori internazionali in visita in Corea del Nord mostrino ai locali un volto umano e non ostile: da questo punto di vista si può parlare di propaganda positiva.