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La Serbia nell’Ue: la contropartita

Articolo pubblicato il 28 luglio 2008
Articolo pubblicato il 28 luglio 2008
L’arresto di Radovan Karadžić è solo uno dei segnali che i serbi stanno lanciando per rientrare nell’assemblea delle nazioni europee. E ora il riconoscimento del Kosovo. Due pesi e due misure?

Questa settimana la Serbia incomincerà a far tornare presso le rispettive sedi europee gli ambasciatori che aveva richiamato dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo. Il Governo serbo lo annuncia dopo l’arresto e la consegna al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja di Radovan Karadžić , politico serbo-bosniaco presunto responsabile del genocidio di 8.000 musulmani a Srebrenica nel 1995. Tutto questo succede a due mesi dal ritorno al Governo dei due partiti europeisti serbi (il Partito Democratico e il Partito Socialista).

Il Commissario europeo per l’Allargamento, Olli Rehn, ha definito l’arresto «una pietra miliare» per l’integrazione della Serbia nell’Ue. Javier Solana, responsabile della Politica Estera, della Sicurezza e della Difesa comunitarie, da parte sua, ritiene questi ultimi gesti della Serbia di «cooperazione totale». Nonostante questo, la rapidissima successione degli eventi nasconde paradossi che rendono difficile capire se la Serbia sta davvero cambiando atteggiamento rispetto alla propria storia e al proprio futuro. Secondo Alexander Mitic, analista-capo dell’istituto 4S di Bruxelles e unico corrispondente straniero durante i bombardamenti in Kosovo nel 1999, «già da quando era al Governo il conservatore nazionalista Kostunica, vennero sospese le azioni giudiziarie contro molti fuggitivi accusati di crimini di guerra». Come precisa lo spagnolo Ricardo Angoso, coordinatore dell’Ong Dialogo Europeo ed esperto del conflitto balcanico , oltre che osservatore elettorale nell’area per conto delle Nazioni Unite: «Kostunica si dichiarava pubblicamente contrario a consegnare al Tribunale dell’Aja i criminali serbi fuggiti. Per lui, dovevano essere giudicati dalla giustizia nazionale serba».

Entrare nell’Ue non è gratis

Risulta difficile realizzare che fino a quando il Partito Socialista serbo – fondato da Slobodan Milošević, criminale di guerra e protettore di personaggi come Karadžić – non è giunto al Governo del paese, non è stato possibile arrestarlo. Un dettaglio non casuale per Angoso: «Sono passati molti anni da quando la famiglia Milošević ha lasciato orfani i compagni del partito. È probabile che Karadžić fosse protetto dai servizi segreti serbi e che ora che nel Paese governano i filoeuropeisti Tadic e Cvetkovic, la Serbia sia disposta a pagare questo prezzo per entrare nell’Ue».  «È probabile che la Serbia debba mettere in stato di fermo anche il Generale Ratko Mladic, accusato di crimini quanto il suo amico Karadžić, anche se, essendo un militare, è sicuramente protetto dall’esercito serbo», aggiunge Angoso. Il Ministro degli Interni, il socialista Ivica Dacic, ha chiesto pubblicamente a Mladic di consegnarsi alla giustizia: un proposito a cui si stenta a dar credito. L’Olanda, il Paese che più di tutti si oppone a premiare la Serbia con accordi commerciali finché Mladic non verrà consegnato, rimane ferma sulle sue posizioni. «E inoltre», interviene nuovamente lo spagnolo, «c’è ancora una terza fattura che l’Ue richiederà alla Serbia di pagare per accoglierla al suo interno: il riconoscimento del Kosovo». Contestualmente, il ritorno degli ambasciatori serbi nei paesi europei.

Un nazionalismo vivo

Due Serbie come le due Spagne uscite l’una contro l’altra dalla dittatura? «Niente affatto», spiega Angoso: «In Serbia non esiste una base sociale filo-Milošević come c’era invece la base franchista in Spagna». La giovane francese Julie Thisse ha lavorato tre anni in una missione di formazione dei magistrati serbi a Belgrado, su mandato del Ministero degli Esteri francese: «Tutti sono nazionalisti. In Serbia non c’è autonomia di pensiero: si è prima di tutto serbi e poi uomini o donne, di sinistra o di destra, credenti o agnostici, etc...».

«Anche se non ho dubbi che si ripeteranno le manifestazioni in appoggio a Karadžić , considerato un martire da una minoranza di persone, non credo che queste rispecchino un sentimento generalizzato nella società serba», ritiene invece, Mitic; «c’è una generazione di serbi nati dopo l’era Karadžić , che non lo conosce nemmeno».

«La memoria dei popoli è corta e riscontro un profondo senso di disgusto in Serbia dopo tanti anni di sconfitte e crisi economiche», riassume Angoso. È possibile che i serbi decidano di voltare pagina. Di certo questo paese sta sviluppando scambi commerciali con i suoi vicini balcanici, Croazia e Slovenia. Al contrario, Mitic pensa che siano i vicini a non sembrare tanto interessati alla riconciliazione con la Serbia, «bensì a presentarle il conto». «Attenzione al nazionalismo albanese che si estende in Kosovo e Macedonia», avverte Angoso, «è il più pericoloso della regione per il processo d’integrazione nell’Ue e farà parlare di sé in futuro».

Umiliazione nazionale?

«Rabbia e tristezza», è quello che prova Angoso di fronte a quello che considera un sistema di «due pesi e due misure» che criminalizza la Serbia rispetto agli altri Paesi. «Nessuno critica il politico croato Tudjman, morto nel frattempo, né il bosniaco Izetbegovic. Si è prodotta una gerarchizzazione delle responsabilità per i crimini commessi durante le guerre dei Balcani, a discapito della Serbia». «Le ferite della Serbia sanguinano ancora», sostiene Mitic. «È il Paese con il più alto numero di rifugiati, le hanno tolto illegalmente parte del suo territorio e ben noti criminali di guerra che hanno martoriato la sua popolazione, come il kosovaro Haradinaj e il bosniaco Naser Oric, sono stati assolti dalla giustizia internazionale. La secessione del Kosovo accettata dall’Ue ha ridotto la fiducia di molti serbi nell’Europa: lo vedono come un tradimento dei valori comunitari», conclude Angoso.