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Io, stagista italiana a Limerick

Articolo pubblicato il 05 marzo 2015
Articolo pubblicato il 05 marzo 2015

Un po' marinara, un po' campagnola: è questa la Limerick di Irene, che ha appena finito il suo stage di 6 mesi in una piccola agenzia di viaggi. Rugby, Irish breakfast e tanta, tanta ospitalità.

È una strana giornata, la mia ultima domenica a Limerick city. Sono da sola in una coffee house, a consumare quello che probabilmente sarà l’ultima Irish breakfast della mia vita (o almeno del prossimo futuro), dal momento che non mi viene in mente quale occasione potrei avere in Italia di mangiare salsicce, fagioli e uova fritte accompagnate da un caffè abnormemente grande.

Le strade sono tranquille e i pub stipati di gente trepidante per la sfida Irlanda – Inghilterra al Sei Nazioni. Limerick è la patria del Munster, la leggendaria squadra che nel 1978 batté gli All Blacks 12-0: il rugby non è solo una passione, ma rasenta lo status di religione.

Dopo cinque mesi trascorsi qui ho imparato a voler bene a questa città: mezza marinara e mezza campagnola, un centro affacciato sul grande fiume Shannon e dei sobborghi estesi verso la campagna, popolati di strambi edifici costruiti durante il boom edilizio dei primi anni Duemila.

L’Irlanda, periferia europea, terra di emigrazione, perennemente preda dei venti oceanici e dei cambiamenti storici. Mi ci sono trasferita più o meno per caso. La mia meta iniziale per l’Erasmus Traineeship era Londra. Ma dopo aver riflettuto un po’ (non troppo, solo un po’) ho deciso di seguire la mia inguaribile inclinazione per le province, per le zone a margine. Forse, dopotutto, non sarò mai adatta alla vita di una capitale, che mi affascina e mi spaventa allo stesso tempo. Per cui eccomi arrivare nella famigerata stabbing city, un sabato di inizio ottobre, dopo aver attraversato il Paese in treno ed essere passata sotto tre o quattro arcobaleni.

Nuove città, nuove abitudini

Vivo in una villetta a schiera, piuttosto vicino al centro, con dei coinquilini adulti: sono rimasta sorpresa da quanto sia diffuso il modello delle case in affitto condivise, anche tra persone adulte e lavoratori, non solo tra studenti. Il mio padrone di casa è un uomo sulla sessantina, gentile e cordiale. Ex marinaio, tornato in Irlanda negli anni Novanta, ha perso il suo lavoro durante gli anni più bui della crisi, e ora si mantiene grazie a una piccola pensione. Il prezzo di una stanza è in media leggermente più alto che in Italia, così come il costo della vita in generale: risparmiando sui trasporti (mi faccio dare un passaggio da una collega) me la cavo con poco meno di 600 euro al mese, di cui circa 350 di affitto e bollette. E i trasporti sono un risparmio non da poco, visto che un biglietto per una corsa in autobus costa 2 euro, un abbonamento settimanale 20, e il mio ufficio si trova quasi dall’altra parte della città.

Lavoro in una piccola agenzia che si occupa di vacanze studio e soggiorni linguistici, con un programma di tirocinio non retribuito. Le prime settimane i ritmi sono stati sfiancanti, non essendo io abituata a stare fuori casa per otto ore di fila o a mantenere a lungo un livello alto di concentrazione. Tornavo a casa tutte le sere stravolta, alle otto ero sotto il piumone e non mi si ripigliava più fino alla mattina seguente. Ma con il tempo - e tenendo duro - le cose sono migliorate molto, e in conclusione posso perfino azzardarmi a dire che la routine nine-to-five mi mancherà. Insieme alla mia nuova abitudine di bere birra tra le 5.30 e le 7.00 di sera, per liberarmi dallo stress.

Ho imparato molto su cosa significhi affrontare una vita adulta: trovarsi a chilometri da casa, senza conoscere nessuno, senza gli amici di sempre, a doversi guardare intorno e costruirsi da zero, con poco tempo libero e un buon carico di responsabilità lavorative. Cinque mesi non sono certo abbastanza per dire di esserci riuscita in pieno, ma sono stati sufficienti a vedere che non è impossibile.  

L’accoglienza insita nel DNA degli irlandesi ha aiutato: in una piccola città come Limerick, dove non si respira di certo l’atmosfera metropolitana di Dublino, uno straniero è visto come qualcosa di prezioso ed esotico, e chiunque si prodiga come può per farti sentire a casa. In questi ultimi giorni, prima di lasciare la città, mi sto ritrovando a salutare commossa i cassieri del supermercato, i cuochi della mensa, i negozianti, gli spazzini, i parrucchieri gli autisti degli autobus: tutte le persone che hanno punteggiato di gentilezze inaspettate questo tratto della mia vita.

Farewell, Ireland. Torno a casa con una biografia di Joyce a fumetti, una bandiera del Munster Rugby nello zaino, una neonata passione per il whiskey e un genuino fastidio per l’accento british. E con un’esperienza in più sulle spalle, non certo delle più semplici o rilassanti, ma senza dubbio tra le più formative e gratificanti.

Ora sono pronta a riprendere la mia vita da studentessa universitaria, con le idee un leggermente più chiare sul futuro e  sulle mie capacità. Ma prima ho deciso di concedermi due settimane di vacanza, per viaggiare ancora un po’ in questo mio splendido paese ospitante: marzo, la stagione delle piogge, quale momento migliore?

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Hanno background differenti, sono diversi e credono in cose diverse. La loro vita può andare in qualsiasi direzione, casa loro domani può essere ovunque. Ma una cosa è certa: ad un certo punto tutti quanti faranno un tirocinio. Meglio se all'estero. Intern Nation: i ritratti dei tirocinanti e delle loro esperienze in Europa.