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In treno nei Balcani: incontri del terzo tipo da Bucarest a Chisinau

Articolo pubblicato il 17 dicembre 2012
Articolo pubblicato il 17 dicembre 2012
Chi viaggia in treno lungo l'Europa dell’Est non si aspetti vagoni confortevoli e sedili comodi. Al massimo ci si può imbattere in  hotel lussuosi per uomini d’affari libidinosi, forniti di escort. Solo mescolandosi alla popolazione si può guardare in faccia una realtà a dir poco singolare. La Romania e la Moldavia non fanno eccezione alla regola.
Un belga racconta il suo tragitto Bucarest-Chisinau in treno, di notte, in compagnia di un maestro di yoga ben poco rassicurante.

"In carrozza, si parte", si sgola un’impiegata delle ferrovie rumene. Tira fuori il fischietto. Sale sul primo gradino del treno e fischia. Un ritardatario corre sul binario con le sue valigie, ingombranti quasi quanto il ventre, enorme. Lei non gli permetterà di salire e finirà per restare a Bucarest ancora per un po’. Le porte si chiudono, la massa decrepita di acciaio e di legno si stacca a malapena dalla ruggine delle rotaie.

Mamma, ho preso il treno

Ceausescuaveva proibito lo yoga, era un segno di sovversione

Ogni vagone dispone di un “capo”. In realtà, si tratta più di una madre. Vi indica la cuccetta, vi dà le lenzuola, si assicura che siate ben sistemati e vi sveglia una volta a destinazione. La mia, di “mamma”, apprezza il mio accento francofono quando parlo rumeno. Mi vuole coccolare e mi mette con un trentenne. "Penso che sia il più pulito di tutti i viaggiatori di questa notte. Di certo non troverai i suoi vecchi calzini accanto al tuo panino o sul cuscino". Grazie mamma.

"Ciao, mi chiamo Tomas. Sto andando a Iasi, a trovare la mia amante. Merda, aspetta, mia moglie mi sta chiamando. Fai un po' di rumore di sottofondo, per favore, non deve sentire che sono sul treno!". Scuoto la mia valigia, la sbatto contro le pareti. Tossisco.

Di vodka, yoga e leoni nel giardino

Tomas riattacca. Si libera del kit viva-voce che non lascia mai. "Sai, ho sentito che hai un certo accento. Sei sicuramente un rumeno della diaspora. Quindi sai di cosa sto parlando, è un paese di persone marce e corrotte. È per questo che utilizzo un kit viva-voce. Così non possono spiarmi". Apro la finestra. Nello scompartimento non si respira per colpa del formaggio e dei salumi che marciscono nel mio zaino. Il caldo torrido non aiuta affatto. L’uomo "più pulito di tutto il treno" non ha avuto fortuna. È incappato nel più puzzolente. "Perché hai paura di essere spiato?", chiedo, incuriosito. "Semplice. Sono una persona con due facce. Lavoro nella pubblicità, il mio scopo è di vendere merda ai consumatori. Ma sono anche un maestro di yoga. ECeausescuaveva proibito lo yoga, era un segno di sovversione". Tiro fuori la mia vodka e la mia salsiccia.

"Lo sai, la maggior parte dei problemi in Romania sono dovuti ai gitani". Mando giù tutto d’un colpo qualche sorso di vodka. Questa filastrocca, l’ho sentita migliaia di volte. Mi stanca. Tomas continua nella stessa direzione. "Ho due aneddoti da raccontarti. Il primo risale a quando ero tecnico logistico per le forze speciali della polizia, a Bucarest. Un giorno, dovevamo fare un’operazione a casa di uno dei principali malavitosi gitani della capitale. Ho accompagnato la squadra d’intervento per dare un'occhiata. Volevamo entrare nella sua immensa proprietà scalando i muri. Alla fine abbiamo deciso di suonare alla porta. Lo sai cosa ci ha detto il tizio? Aspettate, lego i leoni! Non scherzo, questo tipo aveva ben due leoni nel giardino! Una volta entrati, nel salone c'era una valigia aperta. Dentro c’erano diversi milioni di lei (valuta rumena, ndt). Tutti ci siamo guardati. E poi ci siamo girati verso di lui. È diventato tutto bianco, ha capito cosa stavamo pensando. Sarebbe stato talmente facile, avremmo smascherato il tutto per caso. Ma alla fine l’abbiamo soltanto fatto salire a bordo e poi messo il denaro sotto i sigilli. Come degli stupidi. Abbiamo dato i soldi della mafia ad un’altra mafia, lo Stato".

Mi tiro indietro la cravatta. Trasecolo. Questo play-boy non è altro che un chiacchierone. "Il secondo aneddoto è stato quando ero in campagna. Io e mia moglie guidavamo tranquillamente per la città. All’improvviso, un cavallo ha attraversato come una furia la strada, inseguito da un branco di zingari. Per la paura, è passato sulla mia macchina". La nostra mamma adottiva si affaccia nello scompartimento e chiede se tutto va bene. Il nostro play-boy le dice che andrebbe meglio se lei restasse con lui per la notte. Lei ride e se ne va. "Dov’ero ? Ah sì! Sono uscito dalla macchina e ho detto al gruppetto di gitani là, che avrei chiamato la polizia, che è quello che si fa in questi casi. Mi hanno preso in giro dicendo che la polizia ha paura di loro. Si sono allontanati. Ecco, lì sono impazzito. Ho detto che se avessero fatto ancora un passo, li avrei uccisi tutti. Non mi hanno ascoltato. Sono risalito in macchina, e ho messo il gas". Per poco non soffoco con un pezzo di salsiccia. "Li hai stesi?", "Beh, sì, cosa volevi che facessi ? Mi hanno danneggiato l'auto". Mi verso un bicchiere.

"Comunque, nessuno è morto. Il problema è che uno degli zingari aveva un neonato in braccio. È caduto e si è ferito un po’ alla testa, gli altri si sono rotti qualche arto, nulla di grave. Bene, ho dovuto darmela a gambe, altri zingari mi rincorrevano per uccidermi. Mi sono sentito male". Gli ho chiesto se si sentiva male perché aveva quasi sterminato una ventina di persone. "Ma no, sei scemo o cosa?!? Sarei andato in prigione", la risposta che avrei dovuto immaginare. "Alla fine tutto si è sistemato. Il commissario della città era un cugino di mia moglie. Io gli ho dato una buona busta e le denunce sono scomparse. È così che funziona qui".

Foto: copertina (cc) Dustin Diaz/flickr. Nel testo: Treno moldavo (cc) Juan Ribón/flickr; stazione di Chisinau (cc)Savinov Alexandru/flickr