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«Il maggior crimine d’Inghilterra»? Il calcio

Articolo pubblicato il 11 giugno 2008
Articolo pubblicato il 11 giugno 2008
Quelli che il pallone non lo amano. Sono organizzati e spopolano sulla rete. E hanno un illustre antenato: Jorge Louis Borges.

«Cento mila anni di evoluzione dell’intelligenza umana non possono finire così». Sono perentorie le affermazioni degli autori di nodo50.com, insieme al manifesto, tutt’altro che indiretto, della lega anti calcio. «No al calcio, no alla noia. Due palle sono meglio di una».

I hate football

Foto: pindec / FlickrDigitando in google “hate football” (odio il calcio) si trovano varie pagine che offrono aiuto psicologico ai non amanti del calcio che sembra abbiano trovato nella rete il modo di esprimere il loro dissenso. Trovare associazioni anti calcistiche al di fuori di Internet non è tanto facile, forse perché per lottare contro lo sport di massa è necessario seguirlo da vicino, insomma, mettere il nemico in casa.

Di sicuro risulta molto più facile ignorarlo che combatterlo apertamente. Ma è veramente possibile evitare il calcio? Il week end no. Nessuno può fuggire dalle ultime novità calcistiche date all’unisono da radio, televisione, internet e giornali: risultati, allineamenti, dimissioni, lesioni… è anche vero però che la tecnologia ha aiutato nell’utopico obiettivo di isolamento dal mondo calcistico. Neanche tanto tempo fa in qualsiasi luogo pubblico, spiaggia, strada, e parchi, non era raro imbattersi nel tifoso sfegatato che con radiolina appiccicata all’orecchio, dando prova di seri problemi all’udito, obbligava tutti i passanti a condividere la partita della domenica, ululando a qualsiasi rete, «goooaaoooooool»!

«Il calcio è popolare, perché la stupidità è popolare»

Foto: wikipediaNel blog di Juan Ensucho si trovano argomentazioni valide al fine di dissuadere la gente ad abbandonare questo hobby «vergognoso». Propone, ad esempio, di approfittare di questo tempo per stare con la moglie, arrivando fino a sostenere una crociata mondiale contro il pallone. Come? Lanciando l'idea di bucare tutti gli esemplari esistenti, riproponendo il sogno di uno dei migliori scrittori di lingua castigliana, l’argentino Jorge Luis Borges. Fu proprio Borges a spiegarci il successo di questo sport: «il calcio è popolare perché la stupidità è popolare». Ed era anche convinto di che «il calcio fosse uno dei maggiori crimini dell’Inghilterra». Bisogna riconoscere però che il calcio non è uguale in tutto il mondo. In Africa, ad esempio, come in altri paesi del terzo mondo, significa speranza. Anche gli altermondisti riconoscono che è uno strumento che dà l’opportunità. Fatou Diome nel suo libro En un lugar del Atlantico (In un luogo dell’Atlantico) narra di due ragazzi senegalesi il cui unico sogno è diventare calciatori famosi e giocare in Europa. Un sogno che a volte si trasforma in un amaro e umiliante incubo, pieno di disperazione e sfruttamento.

Siamo d’accordo con Borges che il calcio non è questione di palle. In Iran ad esempio, sono le donne che hanno lottato per poter giocare e assistere alle partite di calcio fuori e dentro lo stadio. Forse è per questo che il geniale Abbas Kiarostami ha realizzato un film, volontariamente assurdo, sulle donne iraniane e il calcio, simbolo della vicinanza delle culture in questo mondo globalizzato. Perché, anche nel calcio, la proibizione genera rivendicazione, e l’imposizione, ribellione.