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Gli ultimi sherpa d’Europa

Articolo pubblicato il 22 gennaio 2006
Articolo pubblicato il 22 gennaio 2006
Solo sulle cime del Tatra si trovano ancora degli sherpa che riforniscono i rifugi montani. Una volta all’anno, questi uomini (e donne) partecipano ad una competizione tutta particolare: la corsa degli sherpa.

Stary Smokovc, Slovacchia. Un cielo azzurro limpido si stende sulla più corta catena montuosa d’Europa, gli Alti Tatra: montagne alte fino a 2632 metri che svettano ripide e improvvise dalla pianura circostante, vicino a Poprad. Manca poco a mezzogiorno quando il 54enne Victor Beranek, di fronte alla stazione di posta di Hrebeniok, rivolge ai presenti le ultime raccomandazioni: “Cari compagni e compagne!”. Una pausa, e subito si corregge: “Oh, scusate, questi erano i saluti di una volta…” Poi aspetta che le risate si diradino, e rivolge il suo saluto a partecipanti e spettatori della ventunesima Corsa annuale degli sherpa. Quest’anno bisognerà arrivare 800 metri più su, al rifugio Terry, quota 2.015. I primi “atleti” si erano raccolti già due ore prima, per preparare il carico: bottiglie di plastica variopinta contenenti limonata o, a scelta, sacchi di carbone; il tutto da caricare su un attrezzo lungo un metro e mezzo, fatto apposta per trasportarli. Il peso esatto è stabilito dalla bilancia: 60 chili per gli uomini, 20 per le donne.

Spirito olimpico

Questa gara ha le sue tradizioni: è cominciata 21 anni fa, quando la regione era ancora parte della scomparsa Cecoslovacchia e il governo centrale, giù a Praga, era in mano ai comunisti. Allora gli uomini del servizio forestale, nel corso delle loro periodiche escursioni, procuravano carbone e cibo ai rifugi raggiungendoli a piedi. In questa realtà tutta al maschile non mancavano i confronti per stabilire, magari davanti ad una buona birra, chi aveva trasportato più peso e chi era stato il più svelto. Finché, nel 1985, Victor Beranek non decise di organizzare la prima gara ufficiale fra portatori. Erano in otto: “Volevamo sapere chi fra noi fosse il migliore”, ricorda Victor. Neanche oggi, dopo quattro vittorie, il “campione” si limita ai discorsi di benvenuto: a mezzogiorno in punto, insieme ad altri 36 uomini e 13 donne, imboccherà anche lui il sentiero che lo condurrà in cima.

In mezzo a tutti quegli abeti, il buonumore iniziale lascia il posto alla concentrazione necessaria per affrontare il terreno. Una poltiglia piena di radici, debolmente illuminata dalla luce che filtra attraverso gli alberi: un passo falso, lì sotto, potrebbe avere pessime conseguenze. Da qui parte la prima, dura salita. Procedendo a zig-zag i concorrenti, come perle appese a un filo, si battono per arrivare 400 metri più in alto. A spingerli è una sorta di ispirazione olimpica: “Quando fai il portatore, il 70% della tua impresa consiste nel saper sopportare il dolore”, spiega fra gli affanni il 25enne Ivan Manga, alla sua prima gara dopo diversi anni passati come sherpa su queste montagne. Ha appoggiato il suo zaino a una pietra e si asciuga il sudore dalla fronte, mentre gli altri gli passano davanti. “Bisogna ritmare bene la corsa, sapere quando fermarsi, altrimenti alla fine le cosce cedono”.

25 centesimi al chilo

La Corsa degli sherpa è unica in Europa. D’altronde, solo sui Tatra si trovano ancora degli sherpa che riforniscono i rifugi: sulle Alpi e su altre catene montuose, sono gli elicotteri a rifornire quelli lontani dalle strade. È più veloce, e anche più economico. Sui Tatra, uno sherpa guadagna circa 10 corone slovacche (25 centesimi di euro) per ogni chilo trasportato. Tutto sommato, la corsa è un affare per i rifugi dei Tatra, che in un giorno solo si vedono consegnare 250 chili di beni.

Ora, la collana di perle formata dai portatori si è spezzata. Della parte centrale, avviata lungo una leggera salita, solo i bianchi sacchi di carbone spiccano sul verde intenso della vegetazione. La parte più avanzata della spedizione, invece, si raccoglie sullo sfondo grigio di una ripida salita rocciosa. Qui ogni curva del percorso torna utile per una pausa, mentre pian piano si dà fondo alle bevande energetiche. Anche l’acqua di Ivan Manga è ormai esaurita. Ad ogni passo, i dolori alle gambe gli increspano la fronte. Flebili imprecazioni si mescolano al suo respiro affaticato. “La vittoria, posso anche scordarmela” commenta lui con rassegnazione, mentre butta un occhio alle gambe stremate dalla fatica.

Birra e medaglie

Ma appena si scorgono i primi spettatori in cima alle rocce, e il vento porta con sé grida e baccano, questi pensieri non contano più. La meta è vicina, e presto i dolori passeranno. Con passo gagliardo, Ivan supera le ultime rocce e giunge finalmente al traguardo fra le urla dei presenti, sfoderando un gran sorriso. Il cronometro dell’arbitro lo informa del suo tempo: un’ora e 55 minuti, sesto posto. “E adesso una birra”, commenta soddisfatto, mentre lascia scivolare a terra il suo pesante fardello. E scompare dentro al rifugio.

Una mezz’ora più tardi anche Victor Beranek arriverà senza affanno alla meta, per poi procedere, dopo gli ultimi arrivi, alla premiazione. Vengono distribuiti attestati, boccali di birra e medaglie di pane; ai vincitori va una coppa di legno con un’effigie raffigurante uno sherpa. Ma l’importante, stando a quanto ci racconta lui, non sono premi e tempi di percorrenza: “ La cosa più bella di questa corsa è il fatto di incontrarci in montagna tutti insieme, e divertirci tutti insieme”.

Quando Malicky sale sulla funivia per Stary Smokovec, passa accanto alla mappa dei sentieri: il tempo previsto per andare da lì al rifugio Terry, inciso nel legno scuro del tabellone, è di due ore e tre quarti. Con uno zainetto leggero.