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Cinque pregiudizi sul Vecchio Continente

Articolo pubblicato il 05 giugno 2008
Articolo pubblicato il 05 giugno 2008
In tempo di crisi economica generale gli Stati Uniti sono quelli più toccati. E l’Europa? Forse è ora di sfatare i miti che la dipingono come “non competitiva”. Alla vigilia del summit sloveno Ue-Usa del 10 giugno, l’opinione di un esperto (americano).

1°: «L’economia europea è troppo rigida per essere leader a livello mondiale».

I sedici milioni di dollari – questo il volume d’affari dell’economia europea – rappresentano circa un terzo dell’economia globale, di fronte agli Usa (27%), al Giappone (9%) e alla Cina (meno del 6%). Nel periodo dal 2000 al 2005, quando l’economia statunitense era in recupero, alimentata dal boom dei mutui sub-prime e dalle speculazioni sul mercato edilizio, l’Ue aveva un tasso di crescita economica pro-capite pari a quello degli Stati Uniti. Alla fine del 2006 li ha sorpassati. L’Europa crea più rapidamente posti di lavoro, ha un deficit di budget più basso e guadagni legati alla produttività più alti, grazie anche a un commercio in attivo per tre milioni di dollari.

2°: «Nessuno vuole investire nelle compagnie e nell’economia dell’Ue perché poco competitiva».

L’Europa ha più aziende nella Fortune Global 500 (classifica stilata dall’omonima rivista sulle più grandi aziende del pianeta, ndr) di ogni altra area del mondo. Tra il  2000 e il 2005, l’investimento diretto straniero era circa metà del totale. «L’Europa è una calamita per gli investimenti: al momento è il mercato più lucrativo del mondo» dice Dan O’Brien della rivista The Economist. Nella classifica della competitività stilata dal World Economic Forum (un’organizzazione internazionale che periodicamente riunisce personalità politiche ed economiche per discutere di strategie economiche, ndr), i Paesi europei occupano i primi quattro posti, e sette dei primi dieci nel biennio 2006/07, davanti agli Usa (in sesta posizione), all’India (43°) e la Cina (54°).

3° «Europa: terra della disoccupazione»

La disoccupazione europea ha raggiunto, nel marzo 2008, il minimo storico del 6,7%. Se il tasso di disoccupazione includesse anche la popolazione carceraria, l’Europa si troverebbe, virtualmente, allo stesso livello degli Stati Uniti. Di là dall’Atlantico, infatti, la disoccupazione è del 5%: includendo la popolazione carceraria – negli Usa il tasso d’incarcerazione è da 7 a 10 volte maggiore di quello europeo – salirebbe di circa l’1.4%, mentre quello europeo solo dello 0.2%.

E mentre negli Stati Uniti molti impieghi sono ancora mal pagati e non tutelati, in Europa il disoccupato ha ancora accesso al sistema sanitario nazionale, può usufruire di sussidi di disoccupazione e abitativi, e di programmi di riqualificazione lavorativa.

4°: «Lo stato sociale europeo ostacola e danneggia lo sviluppo economico».

Forse bisognerebbe parlare di “workfare state”, cioè un sistema d’intervento statale più centrato sul lavoro che sull’assistenzialismo. «Per quanto riguarda l’Europa non è corretto parlare di “welfare society”, perché ha un sistema globale di istituzioni orientato al mantenimento di salute e al lavoro», ha commentato recentemente un analista politico inglese.

Una caratteristica degli Stati Uniti è l’assenza dell’accesso universale alla sanità pubblica e all’istruzione superiore. Gli europei hanno, invece, una sanità pubblica di qualità, tutele alla maternità, una (quasi) gratuita istruzione superiore, un sistema pensionistico e trasporti pubblici di qualità. Hanno una media di cinque settimane di ferie pagate (negli Usa sono due) e la settimana lavorativa più corta. In generale l’economia europea finanza il sistema sociale e sostiene le famiglie e i lavoratori in un’epoca di capitalismo globalizzato, che minaccia di trasformarci in lavoratori internazionali. Insomma, il sistema sociale europeo contribuisce alla prosperità.

5°: «L’Europa dipende dalla Russia e dal Medio Oriente per la maggior parte dei suoi bisogni energetici».

Il panorama del continente è stato trasformato da mulini a vento ad alta tecnologia, impianti solari, centrali idroelettriche, pile a idrogeno, sistemi “cap and trade” (meccanismi per ridurre le emissioni di anidride carbonica mediante il fissaggio di una soglia massima, ndr), progettazione di edifici ecologici e strategie di risparmio nel settore residenziale, commerciale, industriale e dei trasporti. L’Europa sta sviluppando il trasporto pubblico, veicoli a basso consumo di carburante e migliaia di chilometri di piste ciclabili e zone pedonali. Inoltre, l’Europa si procura la maggior parte di petrolio e gas dall’Africa settentrionale e dall’Azerbaijan, non dipendendo quindi dalla Russia e dal Medio Oriente.

Sull’autore:

Steven Hill: è il direttore del programma di riforma politica del New America Foundation e autore di 10 Steps to Repair American Democracy. Il suo prossimo libro, Forward Europe, Backlash America, sarà pubblicato nella primavera del 2009.