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Ambroise Tézenas e il turismo "dark"

Articolo pubblicato il 02 ottobre 2015
Articolo pubblicato il 02 ottobre 2015

Ambroise Tézenas è un fotografo di paesaggi francese, ma non uno come gli altri. Auschwitz, Pryp'jat', RwandaSri Lanka sono città e Paesi tristemente noti per alcune storie crudeli e per il passato catastrofico che racchiudono. Dal 2008 Tézenas percorre e fotografa tutte queste mete un po' "macabre", oggi sempre più turistiche. Il nostro incontro.

Fare soldi a spese dei defunti, è ciò che propone il "turismo dark" o "turismo della desolazione". L'idea? Recarsi nei luoghi strettamente legati alla morte, alla sofferenza, visitare le città (o quello che ne resta) che sono state teatro di catastrofi naturali con centinaia di vittime. Questo nuovo genere di vacanza attira un numero sempre crescente di viaggiatori.

Da un'offerta turistica a un'altra, la visita può arricchirsi di tappe più o meno turistiche. A Černobyl' una guida vi indicherà durante l'intera visita a quale livello di radioattività vi trovate, tanto per farvi venire la pelle d'oca. Sulle rovine del terremoto di Wenchuan, in Cina, non mancherà certo di comunicarvi il numero esatto delle vittime morte durante la catastrofe. Nella prigione lettone di Karosta potrete anche "prestarvi al gioco" di fingervi detenuti per una notte atroce. Insomma, ce n'è per tutti i gusti.

cafébabel: Lei ha lavorato con un professore dell'Università di Glasgow, il professor John J. Lennon studioso dell'industria del turismo. Ha iniziato selezionando una decina di luoghi. Quale è stato il suo metodo di lavoro e su quali criteri si è basata la selezione?

Ambroise Tézenas: Quando ho iniziato a lavorare su questo progetto mi sono reso conto che una delle autorità in proposito era questo professore di GlasgowJohn J. Lennon che, in particolare, ha scritto un libro Dark Tourism, the Incruising Interest for Death and Disaster, un punto di riferimento per questo argomento. Sono andato quindi a Glasgow per incontrarlo e poi abbiamo continuato a lavorare a distanza. La selezione dei luoghi è stata portata avanti da entrambi. Ce n'erano alcuni incontestabili di cui aveva parlato nel suo libro o nelle sue ricerche, e poi altri che ho selezionato durante le mie analisi. Volevo che questa selezione illustrasse la nozione di "turismo dark", che ci fosse una discussione e una riflessione a proposito di questo concetto. Il professor Lennon ha firmato la prefazione del mio libro, spiegando in modo accademico che cos'è il turismo della desolazione.

cafébabel:Lei è partito come fotografo, ma partecipando a questi gruppi di "turisti dark". Quale era lo scopo del suo approccio?

Ambroise Tézenas: In effetti contattavo i tour operator, pagavo i miei viaggi e partecipavo alle visite come un turista qualunque, con qualcosa in più però: un treppiede e un banco ottico. Fin dal principio, ho fissato delle regole che ho seguito durante tutto il progetto. Invece di interessarmi ai visitatori e alle loro motivazioni, mi sembrava molto più stimolante studiare il funzionamento di questo "turismo dark" e le offerte turistiche che i tour operator proponevano. In alcune località mostravano una volontà reale di commemorare un fatto storico, ma per altre non esitavano a strumentalizzare il luogo. Come il carcere di Karosta (sulle rive del Baltico in Lettonia, gestita da privati che affittano l'edificio alla città, n.d.r.), in cui viene proposto ai turisti di passare qualche ora o una notte nei panni di un detenuto, in una cella della prigione, con una guardia che arriverà a svegliarvi in piena notte.

cafébabel:Per la nuova generazione, "l'esperienza vissuta" è forse il solo mezzo per comprendere?

Ambroise Tézenas: Il giorno in cui ho visitato la prigione di Karosta, alcuni giovani si sono prestati al gioco e vi hanno trascorso una notte da detenuti. Facevano parte di un gruppo scolastico e il professore mi ha confessato che secondo lui era importante far vivere loro quel momento storico. Si è svolto nell'ambito dell'insegnamento. Ma i tre ragazzi sono comunque morti di paura durante quella notte...

cafébabel:Come spiegherebbe questo bisogno di "vivere l'orrore", questa volontà di poter dire "io l'ho vissuto"? Che cosa ha provato visitando quei luoghi della memoria?

Ambroise Tézenas: Non credo ci fosse qualcosa da comprendere, l'idea era di osservare quel sentimento, di analizzarlo e di porsi delle domande. Una delle prime cosa da mettere in discussione è la rilettura della storia portata avanti dall'industria del turismo, poiché la logica economica di questi tour operator va di pari passo con il disprezzo totale per la verità storica. L'offerta turistica propone una lettura assai selettiva della storia: ci sono luoghi commemorati, addirittura troppo commemorati, e altri che invece passano inosservati.

cafébabel:Accanto all'aspetto documentaristico, c'è un'estetica molto curata nelle sue foto. Si tratta forse di un desiderio di far emergere una certa bellezza da questi luoghi?

Ambroise Tézenas: Niente affatto. Sono un fotografo che lavora con un'attrezzatura piuttosto semplice: con il banco ottico, con l'analogica, molto spesso con un solo obiettivo. Non sono interessato tanto alla dimostrazione pittorica. Ma capita che, quando si fanno foto da più di vent'anni, con il passare del tempo si costruisca una sorta di scrittura fotografica. Il carattere documentaristico dell'immagine mi affascina e mi ossessiona, ancora di più in questo genere di luoghi in cui anche se la reinterpretazione è soggettiva resta comunque una rappresentazione di ciò che accade.

cafébabel: Lei lavora con il banco ottico, questo implica una certa distanza che, a quanto dice, è indispensabile. Perché questa importanza di una distanza fotografica e che cosa le permette?

Ambroise Tézenas: Per me il lavoro fotografico è innanzitutto la distanza. Si tratta di un modo di essere coinvolti o meno nell'immagine e di provocare nello spettatore un sentimento o di partecipazione o, al contrario, di allontanamento. Per un soggetto come questo, soffermarsi troppo sulle persone sarebbe stato come puntare il dito, invece la mia intenzione è totalmente differente, poiché si crea un pathos e qualcosa di caricaturale. Si dà il caso che nella mia pratica fotografica, il banco ottico si sia rivelato il mezzo con il quale mi sentivo più a mio agio per catturare il soggetto o il paesaggio. Per la distanza ma anche per i limiti che impone: tempi di installazione lunghi, poche pellicole quindi poche foto, una maggiore riflessione. Mi piace la mancanza di immediatezza che comporta.

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Da leggere (e guardare): Ambroise Tézenas, Tourisme de la désolation (Actes Sud, 2014)