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Airbnb: economia collaborativa o business?

Articolo pubblicato il 01 ottobre 2015
Articolo pubblicato il 01 ottobre 2015

Affittare un appartamento per le vacanze attraverso una piattaforma online sta diventando sempre più popolare. Cosa sta accadendo ai siti come Airbnb, utilizzati da migliaia di turisti? Mantengono una vocazione all'economia collaborativa, o si deve parlare di imprenditoria e sono necessarie regolamentazioni?

Negli ultimi anni abbiamo assistito al proliferare di decine di piattaforme online, che rispondono al principio dell'economia collaborativa. Senza dubbio, tra le più popolari, vi sono i portali dedicati a mettere in contatto proprietari di appartamenti con utenti interessati ad affittarli, un fenomeno noto come house sharing 

Sembra proprio che Airbnb sia la piattaforma più conosciuta. Aperta nel 2008, oggi è presente in 34 mila città in 190 Paesi. Si calcola che, soltanto nella scorsa estate, 17 milioni di persone in tutto il mondo abbiano usufruito del servizio per trovare un appartamento per le vacanze.  

I vantaggi sono innumerevoli: da un lato, gli utenti risparmiano notevolmente per il pernottamento, dall'altro, gli affittuari possono contare su un'entrata finanziaria extra. Inoltre, la maggior parte degli appartamenti sono fuori dal circuito turistico tradizionale, e questo significa rivitalizzare molte aree delle città. 

Nonostante ciò, molte città sono poste di fronte al dubbio di quale sia il quadro legale entro cui dovrebbe essere regolata questa attività di affitto per mezzo di piattaforme online. «Ci sono molte persone che approfittano dei vuoti legislativi per dare vita a una vera e propria agenzia; gli albergatori si lamentano, e hanno ragione di farlo. È un peccato che una buona forma di consumo collaborativo degeneri in questo modo,» osserva Carolina Salvador, utente abituale di Airbnb. Attualmente non esiste una legislazione concreta alla quale fare riferimento, e ciascun Paese ha optato per l'applicazione di una formula propria. 

Paesi Bassi

La capitale olandese è stata la prima città europea a legiferare sull'house sharing. La città di Amsterdam ha infatti stipulato un accordo con Airbnb che si è impegnato a riscuotere la tassa turistica (5% sul totale de pernottamento) e a reindirizzarla al Municipio. In questo modo, i proprietari degli appartamenti non hanno alcun incombenza burocratica da gestire, e il Comune incassa la tassa di soggiorno. 

L'unica cosa che i proprietari devono considerare, è che esiste un limite di 60 giorni l'anno per l'affitto a vacanzieri. In altre città, come per esempio a Londra (in Regno Unito) il limite stabilito per legge è di 90 giorni. Mentre altre ancora, come Amburgo (in Germania), hanno legalizzato completamente questa forma d'affitto, ammessa ogni qualvolta i proprietari non siano in casa. 

Francia

La Francia ha seguito l'esempio olandese e comincerà a riscuotere la tassa di soggiorno dagli utenti di Airbnb a partire dal 1° ottobre. Parigi, che con più di 50 mila annunci è la città con il maggior numero di offerte sulla piattaforma online, sarà la prima città francese a riscuotere gli 0,83 euro a persona per notte, secondo quanto previsto dalla regolamentazione parigina sulla tassa di soggiorno. Poco per volta, questa prassi si diffonderà nel resto delle città francesi. 

L'impresa assicura che questa tassa era già contemplata prima nei prezzi e che era compito dei proprietari far pervenire la tassa di soggiorno al Municipio. Fatto sta che con il nuovo decreto, esattamente come accade ad Amsterdam, gli utenti pagano la tassa direttamente attraverso la piattaforma, che si incaricherà di girarla al Comune. 

Spagna

Sebbene in Spagna non sia in vigore alcuna normativa specifica, è proprio qui che Airbnb ha ricevuto la sua prima multa: all'inizio dell'estate 2015, il Governo della Catalogna ha imposto una sanzione di 30 mila euro alla piattaforma per aver offerto illegalmente appartamenti turistici. L'Esecutivo catalano è stato dunque il primo a disegnare una cornice legale. È stato stabilito un limite di tempo per l'affitto turistico (4 mesi all'anno, come avviene ad Amsterdam e ad Amburgo); inoltre i proprietari devono essere iscritti al registro degli esercizi legati al turismo e l'appartamento deve soddisfare determinati criteri minimi.  

D'altra parte la sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha avanzato la proposta di condonare i debiti di quegli appartamenti turistici i cui proprietari si impegnino ad attivare un "affitto solidale", rivolto alle persone bisognose nell'arco di tempo di 3 anni. Airbnb auspica che la situazione a Barcellona si risolva con una formula analoga a quella di Amsterdam, dunque che il Comune permetta alla piattaforma di riscuotere direttamente la tassa turistica (0,65 euro a notte).

«Sarebbe auspicabile che si riscuotesse la tassa di soggiorno: in questo modo si potrebbero controllare maggiormente gli appartamenti turistici. È chiaro che quando viaggiamo vogliamo risparmiare, e scegliere Airbnb ci permette di conoscere la città come se fossimo i suoi abitanti, ma quando sei a casa tua e i turisti mettono a soqquadro tutto ciò che ti sta intorno, allora non è così piacevole», spiega Duna Campillo, che abita accanto al celebre locale Ciudad Condal.

Economia collaborativa

Tutte le iniziative sorte sotto l'ombrello della cosiddetta economia collaborativa hanno destato innumerevoli critiche, soprattutto per la mancanza di una legislazione specifica. I governi di tutta Europa, dal canto loro, sono stati costretti a reagire a questa nuova forma di interscambio. 

È il caso di Uber, un portale che favorisce la mobilità condivisa all'interno delle città e che ha infiammato le proteste dei tassisti. Tra le conseguenze: una procedura aperta dal Governo della Catalogna in Spagna, la sospensione del servizio da parte delle autorità francesi, e la proibizione della piattaforma in alcune città come Bruxelles. Non se la passa meglio la nota BlaBlaCar, che mette in contatto i viaggiatori che vogliono dividere le spese del viaggio in auto: alcuni suoi utenti hanno subito multe fino a 600 euro in Spagna. 

C'è da dire che molte di queste piattaforme hanno recentemente iniziato a riscuotere le imposte presso i loro utenti. Questo fatto è valso una severa critica da parte di tutti coloro convinti che, così facendo, le piattaforme online di sharing economy perdano la loro ragion d'essere: «Nel caso di BlaBlaCar penso che la tassa sia ingiusta, perché la finalità non è lucrare, ma dividere le spese del viaggio. Per altre piattaforme come Airbnb o Uber, che mirano a fare profitto, penso che sia giusto pagare le imposte», afferma Christopher Casas, un utente abituale di tali servizi. 

«Che queste imposte debbano essere pagate dai clienti è discutibile: per come la vedo io, dovrebbe versarle l'imprenditore,» conclude Christopher. Il dibattito resta aperto.