Firenze

Solidarietà contro i muri d'Europa: le vite sospese dei migranti in Italia

Articolo pubblicato il 02 dicembre 2015
Articolo pubblicato il 02 dicembre 2015

Quando le tre associazioni sono arrivate a Ventimiglia si sono trovate davanti un luogo che non si aspettavano. Nella disperazione domina la positivià e la contagiosa vitalità di chi ha fatto tutto per la voglia di un futuro migliore. Le donazioni però erano già state molte e quindi una buona parte del materiale è stato dirottato su Bologna, dove altri migranti vivono in una situazione diversa.

Alla sera decidiamo di passare a piedi la frontiera e fare una passeggiata verso Melton. Mostriamo i documenti a gendarmi francesi ed in trenta secondi siamo in Francia. Pensare che per noi europei quei pochi passi possano essere percorsi con tanta semplicità fa un certo effetto, dal momento che invece i rifugiati che sono lì al campo stanno cercando di fare la stessa cosa da tre mesi. E che la loro unica colpa per cui tale azione gli è preclusa è di essere nati nel “continente sbagliato”, dove l'unica scelta possibile sono le bombe della guerra oppure dare tutti i propri risparmi ad uno scafista sperando di raggiungere il Vecchio Continente e di non morire in mare. Approdando in un luogo che non li vuole, che li considera un problema come se fossero portatori di epidemie o chissà quale male incurabile quando invece il vero male l'Europa ce l'ha in casa.

Uno studio dell'Istituto universitario europeo dimostra infatti che senza i flussi migratori il nostro continente si avvierebbe verso un drammatico calo demografico ed un invecchiamento della popolazione accompagnato da un calo di forza lavoro che farebbe collassare il sistema di welfare. Ma aldilà delle motivazioni socio-economiche è l'aspetto morale a risultare inquietante. Ventisei anni fa il mondo esultava per il crollo del Muro di Berlino che divideva due ideologie, oggi invece vengono eretti nuovi muri, magari non fisici (in Ungheria con tanto di esercito armato a pattugliare i confini) bensì muri invisibili, fatti di leggi disumane e pregiudizi.

Respingiamo a manganellate o con trattati scellerati gente che fugge da una vita di sofferenza e dolore, voltando le spalle a chi ha bisogno, in barba alla pietà cristiana di cui molto spesso l'Europa si fregia a parole. Il fatto è che non serve una pietà religiosa per capire che questa gente cerca solamente un luogo in cui poter lavorare e costruirsi una vita dignitosa, basta solo un briciolo di umanità. Invece la Francia, così come tanti altri Paesi europei che combattono anche militarmente il fanatismo islamico, sbatte la porta in faccia a chi il fanatismo islamico se lo ritrova in casa e abbandona la propria terra proprio a causa di ciò. Così, di fronte a quella porta che per ora rimane chiusa, l'unica cosa che queste persone possono fare è aspettare, aspettare ed aspettare. Aspettare che le cose cambino. Aspettare che gli Stati europei ritrovino la propria umanità perduta. Nel frattempo giocano a calcio, con un pallone sgonfio che finisce spesso nel mare da cui sono giunti, oppure suonano e ballano canzoni in arabo.

Si legge nei loro occhi la sofferenza per ciò che hanno passato eppure allo stesso tempo si considerano fortunati di essere almeno lontani dalle bombe e dalla devastazione che ormai divampa aldilà del Mediterraneo. Si considerano fortunati ad avercela fatta ad attraversare quel mare di morte.

Una domenica di festa

Durante la notte raggiungono il campo altre venticinque persone arrivate in serata alla stazione di Ventimiglia. Il loro arrivo è salutato dai profughi del campo con applausi, scena che si ripete per ogni nuovo arrivato in segno di accoglienza. Vengono rifocillati e sistemati provvisoriamente su alcuni materassi per la notte. Poi cala il silenzio.

La mattina ci svegliano i tamburi ed i canti: i migranti sono già in piedi e salutano la domenica a modo loro, facendo festa, ballando in allegria. Intanto dalla Francia è arrivato un gruppo di persone in macchina portando nuove scorte di cibo. Lentamente è tutto il campo ad essere coinvolto e spontaneamente questa banda musicale collettiva si sposta all'interno della rotonda che si trova davanti alla dogana. Le auto che transitano di lì si fermano incuriosite e qualcuno si unisce pure a questa festa.

Le due auto fiorentine devono però ripartire alla volta di Bologna per portare a termine la propria missione. Così, dopo più di 4 ore di autostrada, arriviamo alla fine al centro autogestito coordinato sempre dai No Borders. In questo edificio vivono circa centocinquanta persone, molte delle quali provenienti dall'Africa (in particolare Eritrea e Somalia) ma non mancano anche europei ed italiani. Questa ex clinica, infatti, ospita da anni persone che altrimenti sarebbero in mezzo ad una strada ed ultimamente sta offrendo rifugio anche ai migranti che raggiungono il capoluogo emiliano. Una decina di persone si offre volontaria per scaricare gli scatoloni dalle auto dentro una stanza nella quale vengono aperti: ogni residente dello stabile può così prendere ciò di cui ha bisogno. Tutti mostrano gratitudine e grandi sorrisi nel vederci. Uno, in particolare, ci si avvicina e ci ringrazia ripetutamente, mentre in pochi minuti tutti ciò che era negli scatoloni viene smistato o sistemato nell'area comune, così che possa essere utilizzato in seguito.

La storia di Bashi

Ciao, sono Bashi!”, ci dice un ragazzo del centro, insiste per farci conoscere la sua famiglia, ossia sua moglie, il figlio di 6 anni e la figlia di appena un mese. Saliamo le scale ed entriamo nel corridoio di quello che un tempo era il reparto di radiologia. “Venite, venite!”, ci dice Bashi aprendoci la porta di casa sua, ossia una sala di degenza ospedaliera. Il figlio si mostra inizialmente timido, ma poi inizia a giocare con noi. E' curioso, vuole capire come funziona la mia macchina fotografica e ci fa un sacco di domande. La moglie invece sta allattando la figlia mentre Bashi inizia a raccontarci la sua storia. Lui è arrivato in Italia due anni fa dalla Somalia, dove da più di vent'anni permane una situazione di guerra che a volte sembra placarsi ma che poi ritorna prepotentemente in tutta la sua brutalità. Lui ha lavorato tanto per poter mettere soldi da parte per lasciare il suo Paese e nel 2011 ha raggiunto la Libia. “In Libia si stava bene”, racconta Bashi, “c'era più lavoro che in Italia ma poi è scoppiata la guerra anche lì e così sono dovuto partire un'altra volta. Sono arrivato con un barcone a Lampedusa. Io ce l'ho fatta, ma tanti miei amici sono morti durante il viaggio”. La voce gli trema e gli occhi si fanno lucidi. Una volta arrivato in Italia è stato portato a Udine ed infine è arrivato a Bologna, dove tuttora vive. “Per noi è molto difficile. Non c'è lavoro e così abbiamo vissuto la strada finchè non siamo arrivati qui. Non abbiamo il riscaldamento e fino all'anno scorso non avevamo nemmeno la luce”. Parla quasi sempre dei suoi figli, Bashi, e ci dice che rifarebbe tutto quello che ha fatto per il loro bene. “I soldi finiscono subito, ma i figli non finiscono. Se tu hai un figlio sei l'uomo più ricco del mondo”, ci dice tenendo in braccia la figlia e guardandola di continuo con occhi pieni di amore. "Non sono mai stati visitati da un medico perchè quando andiamo in ospedale nessuno ci aiuta e ci dicono che non hanno niente. Per fortuna però possono andare a scuola e qui ci aiutano a prenderci cura di loro. Ci portano i pannolini per mia figlia e siamo contenti di poter stare insieme”.

E' quasi l'ora di cena quando li salutiamo, contenti per aver portato aiuto a Bashi ed a tutti gli altri che vivono lì, che ci ringraziano ripetutamente. Rimane però la ferma consapevolezza che ci sarebbe ancora tanto da fare e che ognuno, nel suo piccolo, può contribuire ad aiutare queste persone, esattamente così come hanno i tanti fiorentini che hanno donato ciò che potevano per dare una mano a queste persone.

Riprendiamo così la strada verso Firenze, stanchi ma allo stesso felici per aver potuto regalare un sorriso a chi ha sofferto così tanto. A chi, per troppo tempo, è stato privato di un sorriso. A chi cerca di guardare avanti e di vivere con quella minima dignità che dovrebbe essere un diritto imprescindibile di ogni essere umano.