Firenze

Guerra Globale e Principio d'Ospitalità: un'antitesi attuale

Articolo pubblicato il 08 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 08 febbraio 2016

Guerra, terrorismo, neo-nazismo: fenomeni contemporanei a cui nessuno vuole pensare. La voce di due filosofi per parlare del senso -o non senso-  di tutto ciò e per ricordarci che un uomo migliore è possibile.

“Guerra” è una parola cui siamo da sempre abituati. Parlare di guerra ci sembra quasi normale. Tuttavia, in tale normalità si cela una paura indefinita … come un: “E se ci fosse veramente la guerra?”. Oggi Papa Francesco ci domanda sfrontatamente se si possa affermare che siamo nella Terza Guerra Mondiale e, così dicendo, fa crollare tutte le fragili pareti delle nostre illusioni, tanto ingenue quanto rassicuranti.

Il Centro Culturale per l’Arte Contemporanea “Luigi Pecci” di Prato (centropecci) sta tenendo una serie di incontri dal nome generico “Uomini in guerra”, al fine di affrontare il tema della guerra nelle sue molte sfaccettature. In tale contesto hanno fatto sentire la propria voce due emeriti filosofi contemporanei: Sergio Givone, ex docente di Filosofia Estetica presso l’Ateneo di Firenze e Donatella Di Cesare, professoressa di Filosofia Teoretica presso la Sapienza di Roma. La conferenza filosofica, sospesa sul filo di un dibattito meta-filosofico e meta-storico, è risultata davvero entusiasmante per la sua franchezza e profondità.

La confusione della guerra

La Professoressa Di Cesare sostiene che dall’ 11 settembre siamo entrati in una nuova fase: quella della Guerra Globale,  che è tale perché è l’altra faccia della globalizzazione, è la sua ombra inquietante. Le sue caratteristiche sono che: è endemica, è a intermittenza, non ha confini geopolitici definiti e che è anche guerra civile perché è interna agli Stati. Per tali ragioni si può dire che la nostra epoca sia enormemente complicata. Questa sorta di complicazione stordente, è la natura più propria della guerra che, etimologicamente, significa proprio “confusione”. Infatti, quello odierno è uno scenario decisamente confuso: non sappiamo distinguere tra amico e nemico e persino il quieto vicino di casa potrebbe rivelarsi il fautore di una strage. Non ci sono fronti definiti, ma piuttosto fronti che si ridefiniscono continuamente. Inoltre non si combatte più per la terra, ma per un ideale d’umanità assoluto e terribile nella sua intransigenza.  Perciò si ha difficoltà a definire cosa sia di preciso il terrorismo e usiamo tale termine per indicare in generale tutte  le forme sfuggenti di questa guerra globale diffusa. Come afferma il Professor Givone: “Il terrorismo è la forma estrema del globalismo bellico. È un attentato gratuito volto a distruggere tutto ciò che non sono io, perché – nel suo pensiero – solo io sono degno d’esistere”.

Il neo-nazismo attuale

Entrambi i filosofi hanno parlato di un odierno riemergere di fenomeni nazisti. La parola “nazismo” c’impressiona e fa paura; subito ci fa pensare alla Shoah, ai campi di concentramento e a una idiosincratica volontà d’annientamento dell’umanità. È un pensiero insopportabile, troppo angusto, troppo terribile per poterlo credere vero e accettarlo come frutto di un razionale progetto umano che - in breve - pretendeva la riorganizzazione bio-politica dell’intera umanità. Perciò è spesso liquidato come “una follia generale”. Questo può portare a una conoscenza superficiale di quel che fu il nazismo, rendendoci inermi e inconsapevoli al suo nuovo manifestarsi. Come dice la Professoressa Di Cesare: “Non si può riconoscere ciò che non si conosce” e “Il rischio che noi corriamo oggi è quello della semplificazione, perché è difficile sopportare le cose così complicate come sono”. È troppo facile tracciare un confine e dire: “Io sono un cittadino europeo che vive nel suo bel paese; tu un emigrato, un esiliato, uno senza diritti”. Ragionando in questo modo, si rischia di schematizzare l’uomo e di non lasciare più spazio alla riflessione critica.

Dunque, come si manifestano queste forme di neo-nazismo? Nell’idea di pretendere di decidere con chi co-abitare. Questo è il mostruoso (​concetto di Gunter Anders) ed è già un inizio di nazismo, perché contiene in sé l’idea germinale che si possa imporre un modello di umanità, ossia che vi sia un diritto di terra e di sangue nel risiedere in un certo posto.

Il principio dell’ospitalità

Non esiste un solo popolo sulla Terra che possa dire di essere lì da sempre. L’esilio, la migrazione, il vagare errabondo… sono tutti fenomeni che fanno parte della nostra esistenza. Dovremmo pensare che la Terra non ci appartiene e che siamo tutti stranieri residenti. È per questo, spiegano i due filosofi, che la Terra va vista come sposa e non come madre. Bisogna riconoscersi legati ad essa non per diritto di sangue e secondo un principio d’identificazione come se ne fossimo i padroni, ma piuttosto dovremmo viverla come un dono e secondo un principio d’ospitalità, come ospiti appunto. La consapevolezza di vivere in un luogo della Terra come ospiti è ciò che ha da sempre caratterizzato gli Ebrei, popolo dello sradicamento per eccellenza. Tuttavia, in tale umile e profonda verità risiede un incredibile principio d’innovazione. Se infatti siamo tutti ospiti, siamo tra pari ed è possibile pensare alla Nazione come a quella realtà che accoglie molti popoli conservandone le differenze: una confederazione.

È più vero l’uomo lupo che uccide nello Stato di Natura, o l’idea favolosa di uomo che sa di trovarsi nella “selva oscura” solo per effetto di una caduta e di una scivolata successiva? Hobbes o Vico? L’idea di un uomo migliore, di un mondo migliore, di sapersi ospiti e non padroni, … in definitiva, l’idea di pace si dà realmente come “l’altrimenti”, come un altro inizio che si oppone in tutto alla guerra e che di questa non ha niente.