Europe confidentiel

Un piano mancato, due velocità: che la crisi risparmi l'Ungheria!

Articolo pubblicato il 10 aprile 2009
Articolo pubblicato il 10 aprile 2009
“Dobbiamo evitare che risorga una nuova cortina di ferro in Europa”, reclamava il primo ministro ungherese, il socialista Ferenc Gyurcsany, per giustificare il suo piano atto a scongiurare la paralisi dei paesi dell'Europa centro-orientale. Ma la Commissione europea ha rifiutato di stanziare i fondi necessari.
Nessun premio di consolazione per incentivare il recupero delle economie dell'Europa centro-orientale, in barba a quanto messo generosamente a disposizione per l'industria automobilistica e le banche dell'Europa occidentale.

L'Ungheria, grande convalescente d'Europa, non potrà nemmeno inaugurare il Gran Premio di motociclismo nel 2009 visti i ritardi nella costruzione del circuito “Balatonring”, dovuti alla crisi economica. E tutto questo dieci giorni dopo il no della Commissione europea ad un piano di aiuto di più di 160 miliardi di euro per i Paesi dell'Europa centrale e orientale. La conferma di una divisione che esiste ormai da anni.

L'Ungheria attraversa una fase di acuta crisi e persino alcuni progetti-faro come quello di ospitare una tappa del campionato mondiale di motociclismo dovranno attendere ancora un anno prima di poter essere realizzati. Secondo la GKI Economic Research Co., il consumo interno è collassato e il PIL magiaro si ridurrà del 4% nel 2009. L'economia si trova bloccata dalla mancanza di liquidità bancaria, anche se il Paese non sfora i livelli di debito pubblico dei suoi vicini europei.

Una divisione chiamata “doppia velocità”

Siamo davvero di fronte ad una nuova cortina di ferro? È pertanto è sbagliato pensare che sia una mancanza di solidarietà finanziaria tra i paesi dell'Unione a provocare la divisione est-ovest.

Barroso e Gyurcsany

Innanzitutto si da il caso che non tutti i Paesi dell'Europa centro-orientale sostengano la proposta ungherese, o che si dimostrino particolarmente solidali. Secondo gli analisti questi Paesi sarebbero disposti a calpestare i reciproci interessi, pur di intravedere uno spiraglio di luce alla fine del tunnel e tentare di uscire dalla crisi. Ad esempio mettendo in luce le mancanze di un vicino in cattive acque, come ora l'Ungheria o l'Estonia, per potersi distinguere e per sottrarre loro finanziamenti e potenziali investitori. In secondo luogo questa divisione esiste già su vari livelli. Sul piano economico, l'odierna solidarietà intra-europea con i paesi meno avanzati non somiglia affatto a quella vigente negli anni Ottanta e Novanta, quando veniva esercitata nei confronti dei paesi dell'Europa meridionale e con l'Irlanda. Inoltre i paesi dell'allargamento del 2004 e 2007 hanno portato in seno all'Unione una componente nazionalistica non indifferente, che li distingue nettamente dai membri europei di più vecchia data, anche quando questi ultimi nazionalisti lo sono per certo, come nel caso della Francia. Un messaggio velato alla presidenza semestrale ceca dell'Ue, sempre pronta a esprimersi contro le iniziative di integrazione europea. I sistemi economici dei paesi dell'Europa dell'est presentano una dipendenza eccessiva rispetto agli investimenti privati stranieri che ora, a causa della crisi finanziaria, stanno progressivamente svanendo. Quest'ultimo rifiuto da parte della Commissione del piano di liquidità proposto dall'Ungheria è anche un rifiuto del dover dipendere politicamente dagli stati europei che si oppongono con maggior forza all'integrazione europea, scandita nelle tappe del Trattato di Lisbona. È un modo per sottolineare la distanza tra un nucleo che desidera andare più in là e accelerare riforme e integrazione (velocità di crociera) e un altro gruppo a cui sembra venga suggerito che, se questa stessa integrazione non è la benvenuta, non si attendano una maggiore solidarietà finanziaria (velocità ridotta o da “vagone di coda”). L'eccezione viene ancora una volta dall'Irlanda, che aveva ricusato il Trattato di Lisbona nel 2008 (con tutte le conseguenze che questo aveva generato) e che ora, sotto i rigori della crisi economica, è pronta a fare passi verso un'accettazione del Trattato che nessuno si sarebbe immaginato. Solo una rapida ratifica irlandese del Trattato di Lisbona potrà spingere la Repubblica ceca a fare lo stesso e ritardare quello che sembra un processo inevitabile nell'Unione: una divisione di velocità nel processo di integrazione europea. (Foto: Commissione europea)