Europe confidentiel

Gordon Brown sostiene Barroso e scommette sulla paralisi europea

Articolo pubblicato il 14 aprile 2009
Articolo pubblicato il 14 aprile 2009
barroso-sorrisoLa probabilità che il leader dei socialisti europei, Poul Nyrup Rasmussen, lanci una candidatura alternativa per la presidenza della Commissione si fa scarsa, secondo il suo entourage.

Il Primo ministro britannico e leader del partito laburista, nonché membro del PSE, ha annunciato lunedì 16 marzo i suo sostegno al Presidente della Commissione europea per un secondo mandato a capo del collegio di Commissari che dirige gli affari Ue.

Cronaca di una disaffezione annunciata

Anche se può sembrare paradossale, nessuno può dirsi veramente sorpreso da questa iniziativa di Gordon Brown, dal momento che fu proprio lui l'unico leader socialista europeo a non assistere al bagno di folla e di supporto militante che aveva consacrato il manifesto socialista per le elezioni europee a Madrid nel dicembre 2008. Nonostante alcune voci reclamino candidature alternative, come quella del liberale Guy Verhofstadt o, in queste ultime settimane, quella della vice-presidente socialista della Commissione, la svedese Margot Walström, Brown preferisce non cambiare corsia: chi lascia la strada vecchia per la nuova...

Un bilancio tiepido

Durante il mandato attuale del liberal-conservatore portoghese Durao Barroso a capo della Commissione, molti sono stati gli scacchi politici europei. Fin dal 2004 L'Unione ha subito la sconfitta di non aver saputo adottare la costituzione europea, concepita per riformare i processi decisionali e di democratizzazione di un Europa passata da 15 a 27 membri. Per ora non è nemmeno entrata in vigore la versione ridotta del progetto costituzionale, che porta il nome di Trattato di Lisbona. Il colmo è che Barroso non è riuscito a comunicare e suscitare entusiasmo per un Trattato che porta simbolicamente il nome della sua città. Durante il suo mandato, incentrato sulla liberalizzazione dei mercati, non solo non ha saputo preparare l'avvenire del progetto europeo, ma si è trovato di fronte alla crisi economica più grande che la nostra generazione di cittadini e uomini politici abbia mai vissuto: una crisi del modello ultra-liberale di autoregolamentazione dei mercati.

Un candidato...in mancanza di meglio?

Barroso e Merkel

Durao Barroso è il candidato ideale dei grandi paesi dell'Unione più per quello che non è, piuttosto che per quello che rappresenta. Non è un leader carismatico che corra il rischio di arrecar danno e rubar la scena a dirigenti come Sarkozy, Brown, Berlusconi e altri che necessitino costantemente di occupare le prime pagine dei giornali, magari per riassestare le loro carriere politiche. Proprio per questo, per quanto posa sembrare assurdo, Barroso non è solo il candidato preferito da Brown, Sarkozy, Merkel e la maggioranza conservatrice, ma che dello spagnolo Zapatero. Barroso non è nemmeno il tipo di presidente della Commissione forte e con un progetto predefinito per l'Europa, come ad esempio lo fu Delors tra il 1985 e il 1995. Barroso si riunisce con i leader europei quando loro lo reclamano per consultazioni a porte chiuse, mentre Delors si riuniva con Mitterrand, Kohl o Gonzalez ogni qual volta lo desiderasse. In altre parole, Barroso non ha un'agenda propria a proporre ai dirigenti degli stati membri, in questi tempi di ritorno alle sovranità nazionali.

Se il pallone Rasmussen si sgonfia

Brown con Rasmussen

Questa notizia sgonfia la possibilità che il solo candidato alternativo credibile fino ad ora per aspirare alla presidenza della Commissione, P. N. Rasmussen, annunci la sua volontà di lanciarsi nell'arena dopo aver condotto il PSE fino alle elezioni con un manifesto in piena regola, perché una parte dei leader socialisti non lo sosterrà. A questo bisogna anche aggiungere che il PSE ha ben poche speranze di approfittare della congiuntura della crisi per aumentare la propria presenza in seno al Parlamento europeo, e che il proprio rivale politico in Danimarca, il liberale Andres Fogh Rasmussen, potrebbe orientarsi verso la NATO, cosa che permetterebbe al socialista di rientrale nell'arena della politica nazionale, più comoda e controllabile.

Un parlamento che cambia tutto per non cambiare nulla

I soprassalti della crisi e le tensioni tra i partiti nazionali provocheranno molto probabilmente dei picocoli terremoti tra i partiti europei. Ma pertanto, tutto porta a pensare che la relazione di forza non cambierà in maniera sostanziale. La maggioranza conservatrice-liberale molto probabilmente perderà qualche deputato a causa della crisi, tra l'altro perché, in diverse formazioni, sono a capo attualmente di 20 dei 27 paesi europei -e questo presuppone una notevole usura- e per via della diserzione dei Tories, i conservatori britannici che escono dal PPE per creare un nuovo partito europeo. Detto questo, un'espansione socialista non sembra all'orizzonte: in paesi come la Francia, il Regno Unito, l'Italia o la Germania è probabile che prendano uno scossone notevole. In Francia sono divisi e in Germania non hanno saputo capitalizzare la loro partecipazione al governo della Merkel. In Italia Berlusconi occupa tutto lo spettro politico e in Inghilterra Brown stenta a convincere i suoi. Allo stesso tempo i liberali, che dovranno incassare le sconfitte di Francia, Italia e di qualche paese dell'est, riceveranno a braccia aperte gli irlandesi del Fianna Fail, per ora nelle fila dell'Unione per l'Europa delle Nazioni, che vuole fondare un nuovo gruppo parlamentare con i Tories inglesi e il nuovo partito euroscettico dell'uomo d'affari Declan Gangley, Libertas. I voti di protesta alimenteranno le liste dei partiti che formano la Sinistra Unitaria europea, che probabilmente ne uscirà imperturbata, come i Verdi che potranno rimontare solo di poco, dal momento che si sono fatti soffiare sotto il naso il discorso ecologista da entrambi i socialisti e liberali. (Photos:)