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Dammi una crisi e aumenterò il mio potere

Articolo pubblicato il 02 novembre 2015
Articolo pubblicato il 02 novembre 2015

Concludiamo il reportage in tre parti dedicato alla crisi del 2007 analizzando due dei fenomeni che l'hanno caratterizzata: il processo di centralizzazione che ha investito il mercato finanziario statunitense e le divergenze tra "perdenti e vincitori" nelle politiche adottate contro la crisi.

La crisi causata dai sub-prime è stata devastante, al punto che alcuni autori ne hanno paragonato la portata a quella che probabilmente è stata la crisi economica più profonda dell'era moderna: la Grande Depressione. Tuttavia, il nostro oggetto di studio ha avuto la sfortuna di collocarsi storicamente in una fase del capitalismo caratterizzata dal susseguirsi di numerose bolle speculative e crisi finanziarie, i cui effetti sono stati diversi e più o meno considerevoli. Per questo motivo, la crisi del 2007 ha faticato ad essere inquadrata immediatamente come un momento fondamentale della storia del capitalismo contemporaneo e solo in tempi più recenti gli studi sulla questione hanno raggiunto un numero che rifletta tale importanza.

La rilevanza di questa crisi va rintracciata in vari fattori, che in parte sono già stati analizzati: la distruzione della ricchezza, l’impoverimento del comune cittadino e degli stati, costretti a salvare in varie occasioni il sistema bancario dal fallimento, la sistematicità e la globalità della crisi. Ma questi sono solo elementi di analisi superficiali. Crisi economiche così importanti posseggono, in verità, significati ben più profondi: secondo Marx esse sono cicliche, cioè connaturate al capitalismo stesso, e, al di là della teoria esplicativa che è alla base di tale concetto, il loro superamento può condurre, tra i vari sbocchi, ad una centralizzazione del capitale (specie di quello finanziario), realizzando così una«espropriazione del capitalista ad opera del capitalista, una trasformazione di molti capitali minori in pochi capitali più grossi».

La centralizzazione nel mercato finanziario statunitense

La crisi del 2007 è stata decisamente caratterizzata da questo processo di centralizzazione. Nel mercato finanziario statunitense tale fenomeno è stato evidente ed oggi siamo in possesso dei dati necessari per dimostrarlo. Secondo una classifica stilata da relbanksWells Fargo è attualmente la banca con maggior valore di mercato nel mondo, grazie ad una capitalizzazione che supera i 260 miliardi di dollari; nel 2008 ha acquisito per 15 miliardi di dollari Wachovia, che al tempo era una delle più importanti compagnie impegnate nella fornitura di servizi finanziari diversificati. JP Morgan, che si assesta al terzo posto in classifica, nel corso dello stesso anno ha acquisito Bear Stearn, terribilmente invischiata nell’affare dei sub-prime, e Washington Mutual. Anche Bank of America si è data da fare, rilevando Merrill Lynch e Countrywide Financial. Questi sono alcuni esempi per rendere l’idea, dato che la storia delle acquisizioni bancarie degli ultimi anni non è riassumibile in poche pagine e qui abbiamo riportato solo le vicende più note.

Secondo i dati di SNL Financial, nel 2014 circa 6.8 miliardi di dollari, il 44% dei quindici miliardi rappresentati da attività finanziarie negli Stati Uniti, erano detenuti da sole cinque grandi banche: JP Morgan, Bank of America, Wells Fargo, Citigroup e US Bancorp. Attenendoci a tale rapporto, la centralizzazione del capitale finanziario è stata molto elevata nel periodo che va dal 1990 al 2014. Se infatti all’inizio degli anni Novanta queste cinque banche possedevano solo il 10% degli assets industriali, oggi la sola Wells Fargo controlla la stessa percentuale che poco più di vent’anni fa era gestita complessivamente da questi cinque colossi della finanza. Negli Stati Uniti la crisi ha causato quindi una concentrazione del capitale nelle mani di pochi gruppi finanziari, aumentando ulteriormente il potere di pochi individui a dispetto di una povertà sempre più estesa, allargatasi anche ai liberi professionisti ed ai dipendenti pubblici. Già nel 2007 l’1% della popolazione statunitense possedeva il 34% della ricchezza totale del paese, mentre all’80% spettava solo il 15%. A dirla tutta, si tratta di un trend tuttora in corso e che rischia di allargare ancora la forbice della diseguaglianza, come analizzano Thomas Picketty e Gabriel Zucman in uno studio risalente a poco più di un anno fa.

Perdenti e vincitori

C’è poi un’altra questione che riguarda i ‘perdenti e vincitori’ nella crisi, ma da un altro punto di vista. La popolazione civile di molti paesi europei ha infatti risentito pesantemente degli effetti causati dai sub-prime: in realtà il motivo di questa situazione va oltre le conseguenze dirette della crisi in sé, poiché chiama in causa anche le politiche adottate per fronteggiare questa situazione di difficoltà. Quello che qui si intende è che alcuni paesi sono risultati ‘vincitori’ grazie ad interventi di politica economica rivelatisi poi positivi per l’economia nazionale dimostrando che, se il manifestarsi di crisi economiche nel sistema capitalistico appaia inevitabile, la buona politica può cambiare il corso degli avvenimenti, rendendo quantomeno una crisi da devastante ad accettabile o traendo addirittura spunti favorevoli da essa.

Un esempio di questa tesi è la PoloniaAlcuni studi mostrano come questo paese sia stato l’unico a crescere nel 2009, l’anno in cui la crisi si è manifestata in tutta la sua forza. Mentre nel resto dell’Unione il PIL diminuiva, in certi casi fortemente, in Polonia aumentava poco più dell’1%. Lo stato polacco poteva, in verità, usufruire del sostegno finanziario del Fondo Monetario Internazionale, ma ciò non basta a spiegare questa crescita. Anche l’Ungheria poteva infatti contare sui fondi dell’FMI, ma non ha fatto registrare segni positivi: anzi, il reddito nazionale diminuiva del 6%. Cos’è accaduto allora in Polonia? Bisogna considerare che i polacchi hanno pensato di affrontare la crisi attraverso un’espansione fiscale, vale a dire aumentando il disavanzo del bilancio ed accompagnando questo stimolo al consumo con un’espansione monetaria. L’Ungheria, invece, ha seguito la linea della politica fiscale e monetaria restrittiva, facendo stringere la cinghia alla popolazione ma bloccando nel frattempo l’economia ad uno stato di non crescita. Sostanzialmente, quindi, la Polonia ha messo in atto le idee di Keynes, secondo cui si dovrebbe spendere di più in momenti di difficoltà e risparmiare in momenti di tranquillità economica. Con un disavanzo sul PIL non eccessivo ed un’economia nel suo complesso tendente strutturalmente alla crescita, si può dire che la Polonia si sia trovata a fronteggiare la crisi in un momento piuttosto favorevole: questo ovviamente va detto ma sarebbe ingiusto attribuire solo a ciò le buone prestazioni offerte da un paese in un periodo di crisi.

Tutte le considerazioni che sono state fatte in questo reportage sulla crisi dei sub-prime possono essere ritenute apprezzabili o banali, ma ciò che desideriamo evidenziare è il tema della discussione. Al momento la politica dei singoli stati e quella internazionale non hanno ancora trovato risposte e soluzioni per limitare la finanza-ombra e quindi prevenire lo scoppio di una nuova crisi finanziaria in futuro. Questo discorso supera l’analisi economica ed implica la cooperazione delle classi sociali, se si desidera tentare di portare il capitalismo su un percorso più sicuro per tutti.  

Questo articolo è la terza parte della serie "La crisi è democratica (o quasi)": sulle nostre pagine potete leggere la prima e la seconda parte.