Cultura

Wolfgang Stranzinger, il guru della lomografia

Articolo pubblicato il 15 settembre 2006
Articolo pubblicato il 15 settembre 2006
Radical chic visionario, artista senza scrupoli o imprenditore creativo? Wolfgang Stranzinger, 36enne, co-fondatore della Lomographic Society, ricorda la nascita “casuale” dell’impero della fotografia istantanea. E originalissima. Made in URSS.

Wolfgang Stranzinger mi accoglie, scalzo, nel suo appartamento all’ultimo piano di un antico palazzo viennese. Il mio sguardo viene subito catturato da grandi spazi e linee minimaliste immersi in un’atmosfera molto bohémien. Ci dirigiamo sul bordo della piscina, dove l’acqua scintilla al sole. Mentre mi perdo alla vista della via, dai tetti della capitale austriaca, Stranzinger mi offre una birra tailandese. Prima di addentrarci nella saga della Lomographic Society.

All’inizio c’erano lui e i suoi amici, un gruppo di studenti austriaci casinari e scanzonati. Praga, 1991, subito dopo la caduta del muro di Berlino. Stranzinger e il suo compagno di merende Matthias Fiegl scovano in un mercatino delle pulci una macchina fotografica dell’epoca sovietica che stimola la loro fervida immaginazione. “Lomo” sta per “Leningradskoye Optiko-Mekhanicheskoye Ob'edinyeniye”, il nome di una fabbrica di armi e di ottica di San Pietroburgo, e sarebbe stato fabbricato, secondo la leggenda, negli anni Ottanta per facilitare le missioni di spionaggio degli agenti del Kgb. La sua specificità? Una speciale lente concepita per dare alle foto degli effetti a volte sfocati dai colori contrastanti, quasi saturi.

Quel contratto firmato con Putin in persona

Di ritorno dal loro periplo dell’Est i giovani viennesi offrono queste specialissime macchine fotografiche ai loro amici e agli amici dei loro amici, in tutta Europa. Sono sommersi dalle richieste. E così nel 1994, conclusi gli studi di commercio di Mathias e quelli di legge di Wolfang, organizzano una gigantesca esposizione a New York e una contemporanea a Mosca, che raccolgono più di 10.000 foto rigorosamente “lomo”. I due amici decidono allora di impiegare i loro talenti nell’organizzazione per fare del loro hobby un business.

I due, avveduti imprenditori, firmano nel 1996 un accordo con Vladimir Putin, allora sindaco di San Pietroburgo, per assicurarsi la distribuzione esclusiva del Lomo Compact Automat (Lca). Dodici anni dopo l’azienda vanta un fatturato di circa 10 milioni di dollari ogni anno e impiega 50 persone, senza contare le oltre 60 ambasciate nazionali che alimentano la moda della “lomografia” con feste, concorsi e mostre presso i loro connazionali.

Un entusiasmo, questo, secondo Stranzinger, dovuto alla totale assenza di concetti. «All’inizio eravamo solo un gruppo di amici che sviluppavano un modo davvero divertente di esprimersi. Non avevamo intenzione di guadagnarci sopra e questo ci ha assicurato la credibilità» spiega. I difetti tecnici e la mancanza di affidabilità facevano di Lomo, qualche anno fa, un prodotto tecnico dalla pessima reputazione. Oggi gli stessi difetti vengono rivendicati dai suoi sostenitori come una nuova forma dilinguaggio fotografico. «Siamo stati spesso accusati di megalomania. È vero, eravamo un po’ folli. Ma la cosa più importante è che non ci siamo accontentati dei nostri sogni: li abbiamo realizzati».

Successo significa anche critiche: come ha potuto perdurare lo spirito Lomo negli anni, pur con le diversificazioni del marchio? Per i detrattori il business può solo far perdere il concetto di autenticità, ma, secondo Stranzinger, «l’idea Lomo senza la società non avrebbe potuto dar vita a una comunità di fedelissimi così ricca e vivace».

L’Andy Wahrol della fotografia

Dagli obiettivi multipli che dividono gli scatti in quattro fino agli apparecchi con filtri colorati, passando per il fisheye e la sua visione a 170 gradi, la Lomographic Society vende 300.000 dei suoi pezzi ogni anno. Più libri, borse e vestiti.

La Society riesce ad ispirare e sviluppare così una comunità di 200.000 fedeli oltre ai fanatici fuori di testa: lomografi che usano la loro macchina come una mitragliatrice senza pausa. Risultato: una certa immagine del mondo ispirata dalla filosofia Don’t think, just shoot.

«Tutti possono pensare di essere artisti, quindi tutti hanno voglia di partecipare» sentenzia Stranzinger sorseggiando il boccale di birra. «Alcuni giornalisti ci hanno chiamati gli “Andy Wahrol della foto” Non smettono di chiedere: è arte o no? Ma questo dibattito non ci interessa» conclude.

«Americani e asiatici adorano questo stile europeo»

Se risponde volentieri ai solleciti di gallerie e musei, il mio interlocutore preferisce mostrarsi prudente: «Siamo una piattaforma che fornisce gli strumenti per permettere alla creatività di ognuno di prendere il volo e alle persone di divertirsi» continua.

Lo sviluppo di internet, anziché frenare la loro espansione, ha invece accelerato la crescita della loro piccola impresa. Mentre la maggior parte dei produttori di macchine fotografiche analogiche vanno in fallimento, la sua azienda si concentra su una nicchia ben precisa: «Offriamo strumenti creativi diversi, non concorrenti» ammicca Stranzinger.

Se il concetto vuole essere democratico, è comunque pensato per un certo target di clientela. Il lomografo europeo medio ha 28 anni, ha fatto studi superiori, viaggia spesso e guadagna bene. «L’idea è universale, ma americani ed asiatici adorano questo stile tipicamente europeo, questo gusto per una comunicazione libera e spontanea, vista in un’altra prospettiva».

Ormai Inghilterra e Spagna hanno spodestato la Germania dal trono dei “lomo-aficionados” più attivi. I dirigenti preferiscono giocare sullo spirito di tribù cosmopolita di Lomo più che sulla sua identità europea, e conservano gelosamente il loro quartier generale viennese. Stranzinger sogna di sviluppare di più l’attività a Milano, Roma e Bruxelles… «Ogni grande città dovrebbe avere la sua galleria Lomo». L’esperimento continua.