Cultura

Wajdi Mouawad ed il teatro: «Non sento d’appartenere a quel mondo»

Articolo pubblicato il 21 agosto 2009
Articolo pubblicato il 21 agosto 2009
Il quarantenne autore canadese di origini libanesi sente di appartenere ad un altro mondo teatrale nel quale è il testo ad essere importante: «e, stranamente, non mi dispiace», dice. Al Festival di Avignone 2009 ha presentato Cieli, che aggiunge un altro tassello alla sua trilogia su guerre, esilio e identità.

Ha compiuto quarant’anni e continua a muoversi da una parte all’altra senza sapere molto bene a quale paese appartiene e a quale scena artistica ascriversi. La sua recente esperienza come artista associato del 63esimo Festival di Avignone, lo scorso luglio, gli è servita come rivelatore di nuove impressioni e, allo stesso tempo, l’ha fatto piombare in un ulteriore paradosso nella sua relazione con il mondo del teatro. «Non sento d’appartenere a quel mondo, credevo di sì, ma scopro che forse non appartengo del tutto al mondo del teatro e, stranamente, la cosa non mi dispiace. È vero che c’entra in qualche modo con l’esilio, un po’ come con il Libano: appartengo a quel Paese, ma non posso dire di essere libanese», ci spiega al telefono Mouawad, proprio l’ultimo giorno del Festival e poco prima di uscire a salutare il pubblico dopo l’ultima rappresentazione di Cieli, la cui creazione è avvenuta ad Avignone come conclusione alla sua saga sull’esilio e la guerra.

In effetti, Mouawad è nato in Libano nel 1968 ma, ad appena dieci anni, dovette trasferirsi a Parigi con i genitori ed il fratello maggiore a causa dello scoppio della guerra civile. Quando aveva già iniziato ad adattarsi ad un paese e ad una lingua nuovi, a quindici anni dovette nuovamente emigrare con la sua famiglia in Quebec perché le autorità francesi non avevano rinnovato loro il permesso di soggiorno. A Montreal, Wajdi poté iniziare a mettere parzialmente le proprie radici diplomandosi in arti sceniche e scrivendo testi teatrali, poesie e romanzi all’inizio degli anni Novanta. Nei suoi scritti seguiva, e segue tutt’ora, il percorso di quest’esilio attraverso storie, racconti e alcune immagini che trasferisce nel teatro, sebbene si consideri al di fuori di esso.

Un autore tra i registi

© Jean-Louis Fernandez«In questo momento i grandi fabbricanti di spettacoli sono i registi. Io mi sono sentito un po’ come un autore ad un festival di registi. Per esempio, non credo di aver sentito parlare del testo ed io sono un autore di “teatro di testo”. S’è parlato molto della forma, del modo in cui si affrontava e raccontava la storia, ma pochissimo della scrittura. È qualcosa di strano per me perché ciò che mi interessa di più è la scrittura, la poesia della lingua», riflette il quebecchese dopo tre settimane di immersione nella città provenzale, dove, in ogni caso, il pubblico gli ha manifestato la sua approvazione con grandi applausi e massiccia presenza.

Una parte importante di questo pubblico è formata da giovani che si sentono attratti da questo magico modo di raccontare storie caratteristico di Mouawad, che contrasta con i precedenti artisti associati di Avignone, nei quali prevaleva una lettura trasversale del teatro in cui si metteva in dubbio il testo e si lasciava spazio alle altre arti. Non è che Mouawad si dimentichi della musica, delle coreografie e di alcuni momenti di grande forza plastica, ma non abbandona il racconto capace di mantenere l’attenzione dello spettatore per trasformarsi in un nesso universale.

Dodici ore di teatro

Ne è stata la prova la prima alba nel Cortile d’Onore del Palazzo dei Papi, dove, dopo le dodici ore di una maratona in cui si sono susseguiti (separati da intervalli) Litorale, Incendi e Foreste, il pubblico, rimasto quasi interamente sulle gradinate, si è alzato per tributare una calda ovazione a tutta la compagnia. Erano le sette di mattina e le coperte marrone scuro con le quali la gente s’era avvolta davano l’immagine di una liturgia sacra vecchia di sette secoli. 

La tetralogia, già in parte riadattata nelle rispettive lingue da compagnie spagnole, inglesi, tedesche, italiane e polacche, è stata riunita sotto il titolo unico de Il sangue delle promesse e nella parte restante del 2009, oltre che nel 2010 e 2011, sarà rappresentata in altre città del mondo, a partire da Nantes, Lione e Tolosa in autunno. Anche il responso della critica in questa occasione è stato favorevole: «Ad ogni modo, ho constatato una specie di separazione tra i commenti del pubblico e quelli degli addetti ai lavori e non so molto bene che pensare visto che porto loro un enorme rispetto». Si riferisce alla reazione dei giornalisti? «Sì e, allo stesso tempo, al pubblico in generale. Tutti sono molto intelligenti, però non reagiscono allo stesso modo allo spettacolo».

In realtà, l’accoglienza riservata a Cieli dalla stampa non è stata tanto buona. «Le critiche che ho letto fanno riferimento a cose che non conosco affatto, a certe trasmissioni televisive, ma io a casa non ho la televisione, e a libri che non ho letto. È interessante, tenendo conto che alcune di queste critiche sono abbastanza negative. È affascinante».

Dai classici greci a Trainspotting

Anche Cieli sarà in tournée da una parte e dall’altra dell’Atlantico e tra marzo ed aprile dell’anno prossimo sarà di scena per un mese all’Odeon di Parigi. Mouawad è direttore artistico del Teatro Francese al Centro Nazionale delle Arti di Ottawa e, contemporaneamente, fornisce la propria consulenza allo Spazio Malraux di Chambéry, sulle Alpi francesi. La sua compagnia di sdoppia in Abé Carré Cé Carré, per il Quebec, e Au Carré de l'Hypoténuse, per l’Europa, anche se nella tournée attuale utilizzerà attori di entrambi i continenti. Tra di essi, lo straordinario Emmanuel Schwartz, con cui ha creato le due compagnie e che è capace di cambiare registro con una facilità sorprendente. Non per niente le compagnie di Mouawad sono così versatili da poter mettere in scena dai testi classici greci fino a Trainspotting.