Cultura

Vjollca Kopsaj: «Per far sì di essere pubblicati, gli scrittori kosovari dovrebbero frequentare i caffè»

Articolo pubblicato il 20 luglio 2009
Articolo pubblicato il 20 luglio 2009
Ho incontrato questa scrittrice verso la fine del 2007, quattro mesi prima che il Kosovo dichiarasse la propria indipendenza dalla Serbia. Vjollca ha trentatré anni e lavora nella logistica dell’Osce. Quella che può sembrare una comune ragazza bionda, con gli occhiali, lavoratrice e madre di due figli, è anche una delle poetesse più giovani conosciute in Kosovo.

Vjollca (si pronuncia Yoltsa) Dibra è molto orgogliosa del post pubblicato su un blog dallo scrittore psicologo americano Douglas Miller: «Vorrei essere capace di capire per lo meno una delle sue poesie. Mi riferisco a Vjollca, che lavora nell’approvvigionamento, che ha pubblicato libri nei Balcani e che sembra aver vinto anche numerosi premi. Devo compiere uno sforzo enorme per scoprire cosa la gente fa realmente nella vita, invece di limitarmi all’etichetta ridotta affibbiata dal lavoro».

«Lo trovo veramente divertente» sorride l’assistente senior al controllo materiali davanti al suo macchiato, la bevanda non ufficiale della città. «Non puoi descrivermi, a meno che non leggi ciò che scrivo!».

Pubblicata nella Pristina prima della guerra

Una pausa al Caffè Maxi nella zona industriale dell’Osce a Pristina. Le opere di Dibra sono pubblicate solo in lingua albanese. Che io sappia, la sua opera è stata recensita solamente da Hans-Joachim Lanksch, uno scrittore tedesco che ha studiato Albanologia: «Se qualcuno comprende l’arte, allora forse può capire la rabbia e la violenza contenute in essa».

Il primo dei tre libri di Dibra, una raccolta di poesie intitolata Përtejvetes, è stata pubblicata quando lei aveva diciotto anni. L’idea era stata avanzata dal figlio del famoso scrittore Berisha, dopo aver assistito ad una sua recita del doposcuola di una chiesa cattolica, alla quale Vjollca aveva partecipato a fianco della giornalista Jeta Xharra. «I giovani autori sono pubblicati molto di rado», sottolinea l’allora trentunenne, che ha anche collaborato con il giornale della chiesa Shpresa. «Si dovrebbe andare al Bar Koha Caffè, vicino alla statua di Pajaziti, dove tutti i giorni si riuniscono gli scrittori». Secondo il traduttore Robert Elsie, nella sua introduzione della raccolta di poesie di Ali Podrimja Buzëqeshje në kafaz (non ancora tradotta in italiano), l’attività letteraria ha fatto la sua prima comparsa in Kosovo sulla rivista Jeta e re ( La nuova vita), fondata nel 1949 dal poeta Esad Mekuli. La letterarura kosovara-albanese è stata pubblicata nel 1969, lo stesso anno in cui si fondava l’Università di Pristina, dove ha studiato Dibra.(Foto: ©Nabeelah Shabbir)

Che cosa riserva il futuro

Minotauri (2005) è stato il suo ultimo libro pubblicato. Ci confessa che è un romanzo autobiografico sulle problematiche sociali, sui giovani, sull’amore e su suo padre. «Per essere un bravo scrittore, devi imitare la natura», spiega, offrendoci un assaggio della filosofia aristotelica. Aveva dodici anni e frequentava le medie quando suo padre, dirigente di una compagnia mineraria che aveva protestato a favore della libertà del popolo kosovaro, è stato dichiarato prigioniero politico e trasferito per otto mesi a Lipjan, una ex prigione di Pristina. Vjollca perse suo padre nel 1999, due giorni dopo aver conseguito la laurea in lingua albanese. Esattamente due settimane più tardi, il 24 marzo, la Nato attaccava la Iugoslavia. Dibra e un milione di kosovari furono spediti nei campi macedoni. Avendo a disposizione il solo passaporto della missione Onu in Kosovo (Unmik), serviva un visto per lasciare il paese. Una famiglia straniera si è portata garante per Dibra ed il suo fidanzato. Da Skopje, dove divideva un alloggio con altre cinquanta persone, si trasferì ad Oklahoma City dove, per tre mesi, lavorò da Burger King. Eppure, i rifugiati hanno i loro diritti. Ricorda di una signora americana che l’accompagnava in macchina quando aspettava il primo bambino e che il dottore venne gratis. Ritornò addirittura a Pristina ed ebbe il secondo figlio, ma la sua carriera come scrittice o giornalista era ormai spezzata.

«Se sei ricco, allora puoi pubblicare un libro in Kosovo», ci spiega, «paghi i critici, la maggior parte giornalisti, per far scrivere le recensioni. Se potessi guadagnare con le mie poesie, non lavorerei per l’Osce: purtroppo il Ministero della Cultura non ci aiuta. Spero in un cambiamento, ma ci vorrà del tempo. Lo stipendio per insegnanti e infermieri è di 150 euro al mese, la pensione di 40. La gente non legge molto, tantomeno compra libri, solo libri di testo, o al massimo li prende in prestito».

Nel 2000, secondo il Fondo delle nazioni Unite per la Popolazione del 2003, il tasso di alfabetizzazione in Kosovo raggiungeva il 97,7% tra gli uomini e l’89,8% tra le donne. Ad una fiera del libro, Vjollca spende 200 euro. Il suo libro ne costa cinque, undici per il suo romanzo Iuvale e Përgjumur.

Al momento di salutarla nel 2007, stava preparando la tesi del master sullo stile poetico dei romanzi di Anton Pashku, nonostante si lamentasse del fatto che il suo professore le suggerisse di impostare il suo lavoro su una base più scientifica.

«Poeti pieni di talento dimostrano che il Kosovo non è più una terra desolata culturalmente, bensì un elemento dinamico della cultura moderna europea», scrive Robert Elsie.

Quest’articolo non sarebbe stato possibile senza il preziosissimo aiuto di Vera e Paulina Sypniewska. I miei ringraziamenti vanno anche a Flora Loshi.