Cultura

Viken Berberian, Il Ciclista: una scrittura a ruota libera

Articolo pubblicato il 03 novembre 2012
Articolo pubblicato il 03 novembre 2012
Undici anni dopo l'uscita negli Stati Uniti, avvenuta intorno all’11 settembre, "Il Ciclista", primo romanzo dello scrittore americano di origine armena Viken Berberian, viene finalmente pubblicato in Francia. Il libro è un racconto sul terrorismo che ha come protagonisti una bicicletta, l’amore e una scelta di piatti tradizionali preparati in casa.
Lo scrittore ha insistito per essere intervistato in redazione, qui a Parigi. Per sganciare qualche bomba? No, semplicemente per un’intervista a ruota libera.

"Buongiorno, è qui la sede di cafebabel.com?” Niente da fare, aveva proprio voglia di venire. Sull’uscio della porta, compare un uomo piccoletto, calvo, che stringe tra le mani il suo berretto tenendolo premuto sulla pancia, con il sorriso di un bambino felice alla vista di una caramella. Quando lo invitiamo ad entrare si precipita ansioso di voler cominciare subito l’intervista. Dopo una breve riflessione sul caos creato dal racconto, con quel semplice “Ah, siete qui”, comincia a fare un sacco di domande, chiede un bicchiere d’acqua e si preoccupa di sapere se il colloquio sarà in inglese. Tutto questo in un francese perfetto, tinto da un leggero accento che, bisogna ammetterlo, lo rendeva davvero simpatico. Oggi, e per la prima volta, la rivista europea riceve uno scrittore.

Dal giornalismo alla finanza

Non è la prima volta che Viken Berberian si presenta all'improvviso a bussare a una porta. Nato nella parte occidentale di Beirut, nella zona musulmana, enclave della capitale libanese, si trasferisce a Los Angeles. Siamo nel dicembre del 1975, Viken ha 9 anni. Qui, insieme ai genitori, si unisce ad una comunità armena, stanziata nella parte orientale della città: quella comunità che è scappata dalla guerra civile libanese. Dieci anni dopo, il ragazzo, allora diciannovenne, apprende al telefono la notizia della morte del padre, ucciso in Libano da un gruppo scissionista. Poco tempo dopo partirà per New York per tentare la fortuna alla Columbia University dove studierà giornalismo. Studente brillante e dotato di uno spiccato intuito verso la professione, collabora con importanti testate come il Los Angeles Times ed è lì che il giornalista Berberian si indirizzerà verso quello che lui stesso chiama il “Lato Oscuro”: il mondo della finanza e dei cosiddetti hedge fund (fondi speculativi). Dopo un breve periodo a New York, si stabilisce a Marsiglia dove scrive un libro "Das Kapital" (pubblicato nel 2009 in Francia e nel 2007 negli Stati Uniti quindi prima della crisi dei mutui subprime) dove racconta la storia di un commerciante che cerca di cambiare il mondo aumentando i suoi guadagni. A quei tempi Viken Berberian viene visto come una persona insolente e terribilmente visionaria. Oggi ha 46 anni, vive a Yerevan e sorride quando si parla dei suoi “Vecchi Demoni dal Lato Oscuro”. Conduce “in pace” delle ricerche sulle pietre medievali nel Materadaran, uno dei più ricchi depositi di manoscritti e di documenti di tutto il mando.

"Non sono un artista. Per essere un artista bisogna rischiare. Più di quanto io non faccia già”.

In fondo so di essere uno scrittore, ma so anche che mi piace fare solo questo”, esordisce il giornalista, con lo sguardo rivolto verso l’alto. “D’altra parte non sono un artista. Per essere un artista bisogna rischiare. Più di quanto io non faccia già”. Nonostante tutto, è proprio il voler rischiare che (ri)porta Viken Berberian in Francia. Undici anni dopo la sua pubblicazione negli Stati Uniti, il suo romanzo, intitolato "Le Cycliste" (Il Ciclista, ndt), viene pubblicato dalle edizioni Au Diable Vauvert (in Italia, il libro è statopubblicato da minimum faxnel 2005). Qui racconta in prima persona le riflessioni di un uomo libanese appartenente ad un gruppo terrorista che ha per obiettivo quello di andare, in sella alla sua bicicletta, a mettere una bomba. “Ho cominciato a scrivere la storia nel ’97, molto prima degli attentati. Quando il libro è uscito (qualche mese dopo l’attacco dell’11 settembre, ndr), ha ricevuto parecchie critiche. Un giornalista mi ha detto: 'questo non è il momento di mettere in evidenza la violenza politica'.”

Oggi, lo scrittore americano potrebbe fregiarsi d'essere uno dei pochi autori ad aver dato una "risposta letteraria" all'11 settembre. Ma Viken Berberian non vuole affatto imbarcarsi in una di quelle controversie zeppe di preziosismi che danno valore al caso o alle coincidenze fortuite. "Uno scrittore è al di sopra dell'attualità. Un libro deve oltrepassare il limite dei fatti. Io non ho scritto l'apologia del terrorismo. Si tratta di un esplicito rifiuto della violenza politica". 

Anche i terroristi s'innamorano

Se il libro ritrae un terrorista che pianifica 285 pagine durante un attentato dinamitardo in Libano, il racconto di Viken Berberian mescola la questione politica ad infinite parentesi culinarie o sessuali. ”Il mio è un lavoro piuttosto divertente e lascia la politica un po’ più da parte”, spiega lo scrittore. Il personaggio principale è comandato a distanza da una cellula terroristica,“L’Académie”, ma l’autore si sforza di renderlo talvolta avido (“io non so rifiutare un pasto”), altre volte osceno. "Ho cercato di renderlo più umano. Quando i giornalisti parlano di un terrorista, lo descrivono solo in quelli che sono i suoi lati violenti. Ma ricordiamoci che il terrorista mangia e s’innamora. Così ho provato ad entrare nella sua testa per capirne meglio la psicologia". Diretta al cosiddetto mondo libero, una frase del libro illustra bene questa volontà: 'Sotto questa nostra scorza indurita, più spessa di quella di una noce, noi siamo umani proprio come voi'.

In ogni caso, questo libro non è una riflessione sul terrorismo contemporaneo, bensì una meditazione sull’assurdità dell’esistenza dal momento in cui ci si dedica alla realizzazione di qualcosa che va contro i semplici piaceri della vita (fare l’amore, mangiare, passeggiare in bicicletta). "Il Ciclista" è una metafora della violenza e della vita. Non è altro che il risultato di un’esperienza personale. “Io amo la bicicletta e avevo un amico con il quale volevo fare un percorso in bici da Parigi fino in Provenza. Due settimane prima del nostro viaggio, ha avuto un grave incidente ed è entrato in coma. Questo perché non aveva indossato il casco”, racconta Viken, ancora molto provato dalla disgrazia. Il libro comincia così: “Indossare il casco è davvero indispensabile quando si va in bici. Il casco dev’essere messo nella maniera corretta. La mentoniera dev’essere stretta correttamente e bisogna verificarne l’aggancio". Anche un terrorista può fare prevenzione stradale.

Foto: © Éditions Au Diable Vauvert, Das Kapital © sito di amazon.