Cultura

Vienna: il design come ricetta anti-crisi

Articolo pubblicato il 31 maggio 2010
Articolo pubblicato il 31 maggio 2010
«È tutta colpa della crisi!». Grandi titoli nei bar all’angolo: la crisi sarebbe responsabile di tutti i mali austriaci, mascherata dietro ogni difficoltà individuale o nazionale. Lontano dalla malinconia generale, i designer viennesi hanno preferito puntare su idee anti-crisi ingegnose e divertenti. Visita guidata in occasione della settimana del design a Vienna.

Immaginate di sorseggiare un caffè viennese nell’elegante quartiere dei musei della capitale austriaca, ma alla fine di scoprire che il bar è in realtà un intestino gigante, affiancato da un orifizio anale anch’esso di enormi dimensioni. Questo “BarRectum”, creazione originale dell’artista plastico olandese Joep van Lieshout, si trova affianco a Darwin, uno spermatozoo gigantesco, pratico per darsi appuntamento. Attraverso le sculture di Lieshout, sono rappresentate le attività umane basilari, come digerire, dormire o fare all’amore, «e questo è stato ben accettato dal pubblico», ci spiega Wolfgang Schreiner, direttore della comunicazione del MUMOK, il museo d’arte moderna di Vienna, che ha organizzato l'esposizione sul design. Come meglio avvicinarci alla crisi con umore e creatività se non ricollegandosi alle nostre funzioni digestive le più elementari? Poiché in Austria, come nel resto d’Europa, i media parlano ormai solamente della “crisi”, e se i designer viennesi dichiarano di non essere stati influenzati dal fenomeno, la creatività dei loro mobili e del prêt-à-porter è tutto eccetto un capriccio da megalomani. Al contrario, in tempi di crisi socio-economico-ecologica, dove bisogna pensare "sostenibile", questa è una miniera di idee.

Mobilio da crisi: intimo e confortevole o precario e aperto

Come resuscitare il periodo post-guerre napoleoniche e adattarlo all'odierna crisi

Ci sono designer, come Robert Rüf, che si sono limitati ad immaginare a cosa potrebbe assomigliare l'interno di un rifugio durante un periodo di crisi. Quando l’Hofmobiliendepot, il museo del mobile, gli ha dato carta bianca sul tema “Vivere nella crisi”, per la settimana del design, Rüf si è immerso nel Biedermeier, il periodo che seguì le guerre napoleoniche durante il quale, per ragioni conservatrici, i cittadini si erano rinchiusi nelle loro case in una falsa felicità, fatta di mobilio confortevole e funzionale. Due secoli più tardi, di fronte ad una crisi di un altro tipo, Rüf ha immaginato un interno “neo-Biedermeier”: «Ho dato una mia interpretazione personale. Tutto in legno: questo mi ricorda la mia infanzia in campagna; le superfici sono piane, i mobili (un tavolo e una sedia) decisamente sobri. Ho voluto ricreare l’intimità e il confort». Le designer Lisa Elena Hampel e Kathrina Dankl (del marchio Dankelhampl), entrambe ventinovenni, partono dalla stessa constatazione di Rüf – la crisi monopolizza i media- ma le due viennesi volevano allargare il senso di questo termine compromesso: «Non volevamo fare qualcosa sulla grande crisi economica onnipresente sui giornali. Abbiamo preferito vedere la crisi come una cosa più personale, una rottura amorosa, una situazione provvisoria o precaria, un trasloco. Come si può dominare tutto questo?», spiega Hampel. Dankelhampel propone uno spazio tutto di cartone, materiale a buon mercato e riciclabile, dal comodino alle abat-jours. I visitatori si sono riconosciuti in questa rappresentazione piena di un humour nomade: pile e pile di cartoni fino al soffitto.

L’arte del riciclare

Design "riciclato"Riciclaggio. Il concetto "creare il nuovo dal vecchio" è un'ottima fonte d'ispirazione per i creatori, fortemente legata alla crisi. La stilista Anita Steinwidder (del marchio Unartig) recupera calzini e calze che assembla in patchwork, per creare modelli unici che donano l’effetto di una seconda pelle. Il suo “concept store” minimalista della Schottenfeldgasse ospita le creazioni di mija t. rosa, un marchio creato da Julia Cepp che è diventata specialista nel recuperare capi vintage successivamente integrati ai suoi modelli: «Accumulo da anni abiti chiné trovati nei mercatini delle pulci, da lì l’idea di riciclare. Amo lavorare con pezzi già esistenti. Orientano immediatamente il mio lavoro. Trovo interessante l’idea di ridare vita a un pezzo in disuso».

Alcune imprese sono riuscite anch’esse a fare del design del riciclaggio una vera e propria azione sociale, come gabarage upcycling design, che fa parte dell’istituto Anton Proksch, la più grande clinica europea specializzata nell’addittologia. Gabarage (contrazione di “garage” e “garbage”, “rifiuto” in inglese) recupera tutti i tipi di materiali utilizzati - materiali plastici, bobine di film, imballaggi, eccetera - che ricicla in veri e propri oggetti di design. Gli impiegati, ex pazienti della clinica, danno un ruolo terapeutico alle loro creazioni: «Lo scopo è di fondare un’azienda che offre alle persone una terapia, la possibilità di lavorare con la creatività e di reinserirsi progressivamente nel mondo del lavoro», racconta Daniel Strobel, responsabile marketing del gabarage. Attorno, ex pazienti, designer, ma anche artigiani psicologi e assistenti sociali. Gli oggetti del gabarage sono come resuscitati: i divani “long ton” sono vecchi contenitori in plastica imbottiti con copertoni di camion e montati su ruote, il racingball big è un abat-jour di cui la sfera si compone di vecchie camere d'aria di bicicletta.

A buon mercato ed ecologicamente correttoAttualmente, l’esposizione “Fenomeno Ikea” di Hofmobiliendepot descrive la storia di successo del gigante svedese del design. Tra il padre della biblioteca Billy, sul design a buon mercato ma standardizzato, e i piccoli designer viennesi adepti della serie limitata, si oppongono due interpretazioni del design. Due alternative anti-crisi, tra le quali si potrà scegliere secondo voglia e etica.

Foto: Lucian Stanescu; Kollektiv fischka/fischka.com; Sandra Krimshandl-Tauscher