Cultura

Venezia, guerra di star

Articolo pubblicato il 05 settembre 2007
Selezionato dalla redazione
Articolo pubblicato il 05 settembre 2007
Alla 64ma Mostra del cinema ottime prove d'attore, ma a colpire al cuore sono due film sull'Iraq

L'enorme sfera nera che sventra la facciata del Palazzo del cinema, qui al Lido (dichiarato omaggio a Prova d'orchestra di Fellini e alla celebre sequenza finale del film), va ben oltre l'impatto scenografico ideato dal premio Oscar Dante Ferretti.

Solo otto sale di proiezione

Quella grande palla nera attorniata dalle macerie, scelta come immagine simbolo della 64ma Mostra di Venezia, indica metaforicamente una precisa volontà di cambiamento. Il nuovo Palazzo del cinema, di cui si discute, tra le polemiche, da almeno vent'anni, è infatti ormai alle porte. I soldi, finalmente, ci sono. La volontà politica, stavolta, farà la sua parte. Anche perché, nel confronto impietoso con i concorrenti Festival di Cannes e Berlino, allargare e modernizzare gli spazi a disposizione (rimasti pressoché intatti dall'inaugurazione della Mostra nel 1932) è davvero necessario. La Berlinale, ad esempio, si svolge in uno dei più grandi teatri d'Europa: il Teatro di Potsdamer Platz disegnato da Renzo Piano e dispone di sale per 350/400 metri quadrati e 1800 posti. Non da meno il Festival di Cannes, la più grande manifestazione cinematografica del mondo con 30mila accreditati e oltre 4mila giornalisti. La sua superficie espositiva è di circa 14mila metri quadrati con sale di proiezione che vanno da un massimo di 2400 posti della Sala Gran Teatro Lumière, alle più piccole con 270 posti. Fanalino di coda Venezia, con otto sale, la più grande da 1700 posti e la più piccola solo di 50.

Quel duello psicologico tra Jude Law e Michael Caine

Un primo, provvisorio bilancio della Mostra (che chiude i battenti sabato 8 settembre) non può prescindere dalle interpretazioni degli attori di molti film in gara per il Leone d'oro. Ancor più del solito.Era da tempo, infatti, che non si vedeva sugli schermi un duetto così entusiasmante, energico e camaleontico come quello innescato da Jude Law e Michael Caine in Sleuth. Diretto da Kenneth Branagh, la pellicola è il remake del film del 1972 firmato da Mankiewitz. Tratto da un'opera teatrale e sceneggiato magnificamente da Harold Pinter, Sleuth racconta la storia di un ricco e famoso scrittore di libri gialli (interpretato da Caine nel ruolo che allora fu di Laurence Olivier) e di un attore giovane ma spiantato (Law, nei panni che furono proprio di Caine…). Entrambi a contendersi l'amore di una donna, la moglie dello scrittore, ormai passata tra le braccia del nuovo fidanzato.

Tutto girato in interni, una villa ipertecnologica alle porte di Londra, il film di Branagh vede Caine e Law unici interpreti sulla scena, impegnati in un vero e proprio duello psicologico e fisico (ma prima ancora, e soprattutto, verbale), condito a tratti da un velenoso sense of humour. Un gioco pericoloso, in tre atti, dalle continue sorprese, che vede i due contendenti passare alternativamente, con astuzia e cinismo, dal ruolo della vittima a quello del carnefice.

L'obiettivo di Ken Loach sulla precarietà

Se Sleuth deve dividere i propri meriti al 50%, Michael Clayton, diretto dallo statunitense Tony Gilroy, deve tutto (o quasi) a George Clooney, star dichiarata di un legal thriller dalla sceneggiatura un po' zoppicante, nel quale l'attore americano interpreta un faccendiere dedito al gioco d'azzardo che lavora in uno dei più importanti studi legali di New York. Chiamato a nuove e pericolose responsabilità, Clooney si ritrova tra le mani un dossier scottante (dalle polizze milionarie) di un collega, ucciso dai killer di una multinazionale responsabile di gravi reati contro l'ambiente. Così come Brad Pitt, in The Assassination of Jesse James by the coward Robert Ford, attribuisce carisma e personalità al suo personaggio, nonostante la pellicola di Andrei Dominik sull'uccisione del celebre bandito, risulti troppo lunga con i suoi 156 minuti di proiezione.

Atonement (tratto dal romanzo di Ian McEwan e diretto da Joe Wright) colloca sotto i riflettori non solo Keira Knightley ma anche Vanessa Redgrave e la sconosciuta Romola Garai. Migliore interpretazione femminile, almeno per chi scrive, resta però quella dell'esordiente Juliet Ellis, protagonista tenace di It's a free world di Ken Loach (nella foto a sinistra una scena del film), dedicato alla precarietà del lavoro. Un tema sempre molto presente nel cinema del regista inglese, attento alle dinamiche più contemporanee della working class.

L'ombra lunga del conflitto in Iraq

Due film sulla guerra in Iraq, Redacted di Brian De Palma e In the Valley of Elah di Paul Haggis. Due film diversi, ma accomunati nella volontà di denuncia di un conflitto che ormai sta coinvolgendo sempre più, nelle sue ripercussioni, il mondo del cinema statunitense. De Palma si affida ad attori sconosciuti per raccontare come la guerra, ogni guerra, non possa che trasformare in mostri i soldati. Haggis (premio Oscar per Crash) sfrutta al meglio il talento di Tommy Lee Jones, padre di un militare ucciso in circostanze misteriose al suo rientro negli Stati Uniti dopo la missione in Iraq, e di Charlize Theron, coraggiosa poliziotta che indaga sul caso. Il risultato, in entrambi i fronti, è eccellente. Redacted, con la sua riflessione implicita su quanto di vero e di falso oggi possano trasmetterci le immagini (di videocamere, telecamere a circuito chiuso, videofonini, blog e siti Web…) è più sperimentale. In the Valley of Elah, nella sua sceneggiatura emozionante e nella sua intelaiatura lineare, è più classico.

Sperimentale o classico, sarebbe un Leone d'oro comunque meritato.

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