Cultura

Valérie Favre, attrice acrilica

Articolo pubblicato il 05 ottobre 2006
Articolo pubblicato il 05 ottobre 2006
La 47enne artista svizzera lavora oggi a Berlino dopo una lunga parentesi parigina. E da attrice votatasi alla pittura ama mettere le sue esperienze in scena. Sulla tela.

I lampi illuminano lo scuro atelier di Valérie Favre: la pioggia scroscia e scorre sulle ampie vetrate. Il rombo dei tuoni scuote Berlino, in lontananza. Il temporale si abbatte su Prenzlauer Berg, il raccolto quartiere degli artisti della capitale tedesca. «Che violenza! Spero proprio che non duri». Vestita semplicemente, in jeans e maglietta macchiati di pittura, coi capelli raccolti disordinatamente, Valérie Favre si aggira tra tele e vasetti di pittura aperti. La sua silhouette sottile ricompare per poi raggomitolarsi in una vecchia poltrona di cuoio con una birra in mano.

La Favre ha occhi scintillanti ed un’aria indolente che contrastano con la sua produttività e la sua fama nel mondo dell’arte contemporanea. Prima attrice, poi pittrice e infine docente all’Accademia di Belle Arti afferma di essere una «pigra che si maschera». Di Berlino, una città «alternativa, dove le cose accadono spontaneamente», ama dire: «Non ho poi visto granché. Ho scelto un’esistenza appartata e protetta dal mondo». Selvaggia secondo i momenti, «talmente posseduta da ciò che faccio che non ho più bisogno di nulla, né consumare, né avere un’auto».

Provvisoriamente attrice

Nata nel 1959 ad Evrilard, in Svizzera, la Favre ben presto decide di lasciare il fascino discreto dei prati svizzeri. «Nessuno è profeta in patria. La Svizzera era troppo piccola, e poi m’immaginavo Parigi come il tempio della cultura». Senza nemmeno fare la maturità, «il che mi ha creato a lungo complessi, che compensavo impegnandomi nel lavoro o con la passione», fila via verso i palcoscenici parigini. «Da giovani non si ha nulla da dire, si è un po’ stupidi: per dipingere si ha bisogno di un po’ di maturità e di saper sopportare la solitudine».

A vent’anni, immersa nel mondo del cinema, plasma la propria vita, colleziona incontri, raccoglie esperienze. «Un giorno ho avuto la fortuna di trovarmi a tu per tu con Jean-Luc Godard: abbiamo parlato con tanta semplicità. Ho guadagnato dieci anni di lezioni di vita». Prima di continuare, precisa: «Gli incontri che più mi hanno influenzato sono stati quelli con gli sconosciuti».

Quattro anni di cortometraggi e, più tardi, di teatro, proprio nel momento in cui la sua carriera comincia a decollare, la Favre prende una decisione inattesa: lascia tutto. «Non potevo nascondere a me stessa di non essere particolarmente presa dalla recitazione» si giustifica oggi. «E poi avevo voglia di raccontare delle storie, e questo il mestiere di attore non me lo consentiva». Dovendosi rifare una vita, ammette oggi con humour, «ho fatto molte stupidaggini». Per un po’ la Favre scrive, in particolare sulla rivista per ragazzi Je bouquine (“Io leggo”), prima di riprendere la sua buona vecchia abitudine, «quella di tenere un pennello tra le dita».

Nel 1987 partecipa a Parigi all’ l’Usine Ephémère, un progetto mirato alla conversione di un’area industriale dismessa in centro di creazioni contemporanee (oggi Le Point Ephémère), cercando di coltivare la propria rete di contatti e di schivare la «mondanità». E impara che nella pittura, così come nella vita, «bisogna saper aspettare perché tutto viene naturalmente». Nel 1996 si reca a Berlino per esporre. È colpo di fulmine per una città «molto più avventurosa di Parigi, nonostante la cultura underground sia ormai molto meno presente rispetto all’epoca immediatamente successiva alla caduta del muro». È qui che la Favre vi posa i cavalletti.

Business emozionale

È dunque la Germania il nuovo Eldorado della pittura? «Il mercato tedesco è molto più aperto agli artisti. I mecenati ed i collezionisti sono molto più attivi», spiega. «In Francia, invece, si assiste a una sorta di continua autoflagellazione. Essere europeo, oggi, non è esattamente il miglior biglietto da visita per un artista. La Cina ed il Maghreb sfornano talenti promettenti. I giovani artisti devono comunque muoversi e confrontarsi con culture differenti».

La Favre distende le sue lunghe gambe prima di alzarsi: è ora di pulire il materiale da pittura. Sento la sua voce chiara risuonare dallo scuro fondo dell’atelier: «È vero che il mondo dell’arte contemporanea somiglia a un pastiche spesso simile al business. D’altra parte l’arte è fatta per i ricchi, per quelli che hanno i mezzi per riflettere».

Senza falso pudore, continua: «Essere artisti oggi è ormai un concetto mutevole, lontano dall’epoca di Van Gogh. Molti artisti muoiono di fame, altri invece sono come delle grosse macchine. Jeff Koons, tanto per fare un esempio, ha un intero staff di assistenti che dipingono al suo posto». Il limite tra realismo e finzione è diventato molto sottile. «L’artista deve essere pragmatico, pur senza rinunciare ad impegnarsi» sostiene la Favre. «Anche se dipingere resta una scelta emozionale: io lavoro in modo molto romantico fino a un determinato punto. È tutta questione di equilibrio».

Pennello fallico

Con la sua serie Lapines Univers’ (“Universo di coniglie”), avviata nel 1999, che rappresenta «un’animale femmina a metà strada tra Lara Croft e una coniglietta di Playboy», la Favre rivendica la propria inclinazione femminista. «Bisogna esserlo» dice. «Utilizzo questa la-pine (gioco di parole tra lapine, “coniglia”, e “pinne”, pene) come un fallo». Si tratta forse di una vendetta nei confronti di artisti misogini? «Certo la pittura è un mondo assai maschilista: è un mezzo espressivo sporco, lento e complicato che per di più ha perduto parte della sua gloria, ormai ampiamente superata da video e istallazioni. E anche se io provo un piacere viscerale nel contatto con la materia e nell’atto di mescolare i colori, è difficile paragonarsi agli uomini quanto a forza fisica necessaria per dominare la tecnica» spiega entrando nei particolari. «E allora bisogna sapersi dosare, creare meno, ma farlo in modo più pertinente».

Della corrente provocatoria dice che «si è ormai visto tutto: dall’orinatoio di Duchamp all’uccisione di animali. Credo che ognuno debba cercare la propria peculiarità e la maniera giusta per esprimerla». Costante è il progredire nella sua opera: «Noi artisti siamo dei traduttori. Con l’esperienza ci vedo sempre più chiaro e realizzo sempre meglio il modo di esprimere le mie idee più estrose». E, con piglio spensierato, davanti alla sua ultima tela si lascia sfuggire: «Dopotutto, mi sento più regista che pittrice».

Le opere di Valérie Favre sono state incluse in Propos d'Europe V, una mostra organizzata dalla Fondazione Hippocrène