Cultura

Terry Gilliam, il Peter Pan del cinema anglosassone

Articolo pubblicato il 23 dicembre 2006
Articolo pubblicato il 23 dicembre 2006
L’attore e regista americano ha trascorso metà della sua vita a Londra dove ha fondato il gruppo di comici Monty Python. A 65 anni conserva ancora uno spirito inquieto e visionario.

Nell’aspetto non si differenzia molto dal tipico pensionato inglese in vacanza in Spagna: capello brizzolato, generosa pancetta, camicia a colori vivaci e pantofole. Ha solo due peculiarità rispetto agli altri turisti britannici: la nazionalità (sembra impossibile, ma Terry Gilliam nacque negli Stati Uniti) e il talento, che a questi livelli ormai non viene quasi più messo in discussione. È difficile che qualcuno non sia scoppiato a ridere con la delirante commedia Monty Python e il Sacro Graal. Trent’anni dopo l’indiscutibile successo del gruppo comico britannico Monty Python in una fortunata serie alla BBC, uno dei suoi pilastri, l’attore Terry Gilliam, lavora ora a tempo pieno nel mondo del cinema.

«Non ho mai imparato nulla da un commento negativo»

Gilliam lancia avide occhiate ai giornali sul tavolo, in cerca delle pagine che raccolgano le sue dichiarazioni al Festival di Sitges, in Catalogna, dove ci troviamo. “Nostradamus è il mio secondo nome”, “I Monty Python sono come i Beatles: non ritorneranno mai”, “Mi sento come don Chiscotte”. Non c’è che dire, Gilliam è una fonte inesauribile di titoli. Speriamo che me ne dia uno simile anche a me.

Iniziamo parlando dei critici. Il cineasta non ha mai incassato troppo bene le critiche ricevute per Tideland, il suo ultimo film, durante il festival del cinema di San Sebastián. «Siete degli stupidi», arrivò a sfogarsi. Ora, un anno dopo, sembra più tranquillo. «A Sitges c’è un tipo di pubblico totalmente diverso e la reazione è stata veramente positiva. Non m’interessa più quello che dicono i critici. A volte penso che abbiano visto talmente tanti film da non sapere di quale stiano parlando. Non ho mai imparato nulla da un commento negativo». Il tono di Gilliam è rilassato, senza rancori.

Quella bambina che prepara dosi di droga per i genitori

Bisogna ammettere che Tideland è un film davvero destinato ai cinefili più accaniti. Un’opera che richiede un certo sforzo da parte dello spettatore. La trama, ispirata all’omonimo libro di Mitch Cullin, è centrata sulla figura di una bambina che prepara le dosi di droga per i genitori. Alla loro morte la piccola inizia a vivere in un mondo fantastico in cui i treni sono squali e le bambole parlano. La realtà è squallida, ma l’immaginazione aiuta la bimba a tirare avanti. «Mi innamorai del libro dall’inizio e credo che la chiave di tutto sia il punto di vista. Tutto è visto attraverso gli occhi della bimba e questo sorprende molto gli spettatori adulti, che non riescono a godere del film». Perché? «Quando vedono una bambina che prepara l'eroina dicono “bah”, si chiudono nelle proprie convinzioni e negano ciò che stanno vedendo. Vedono solo morti, droghe e cose terribili e non riflettono, invece, sul rapporto tra genitore e figlia, e neppure sul mondo creato dalla piccola. Ciò che fa non le crea alcun problema: aiuta solo suo padre». Per apprezzare il film non resta altro modo che mettersi nei panni di un bambino.

Immaginazione senza limiti

Per lo stesso Gilliam mettersi nei panni di un bambino non è mai stato un problema: nonostante i suoi 65 anni, sembra restare un eterno Peter Pan. Da quando lasciò i Monty Python, si è trasformato in un regista di culto, grazie al tocco fantasioso delle sue produzioni. In tutte c’è un elemento magico che mostra il lato più infantile del nostro personaggio. Lo possiamo trovare sia nella persecuzione orwelliana di Brazil (1985) così come nella favola futurista dell’ Esercito delle dodici scimmie (1995). Il regista non si nasconde. «Credo che quando si smette di sognare si muoia. Io non scindo la realtà dall’immaginazione, molta gente le mette in comparti separati, ma a me questa cosa non piace». Si ferma un attimo, distende le braccia e dà enfasi alla sua idea. E continua: «Il mondo intero si riempie la bocca parlando di realtà, ma ancora non sa cosa sia. C’è chi riesce a vendere giornali o a ottenere record degli ascolti in televisione con questa idea. Ma per me la realtà è una cosa personale. Tutti abbiamo la responsabilità di reinventare il mondo per noi stessi. Non dobbiamo necessariamente accettare quello che ci vogliono imporre». Lottare contro il sistema: questo è ciò che veramente piace a Gilliam, anche se a volte gli complica la vita.

Come nel caso di The man who killed Don Quixote, film che non riuscì mai a finire. Non solo per gli inconvenienti precedenti alla ripresa (impiegò dieci anni ad ottenere il budget) ma anche per le molteplici calamità naturali e materiali che accaddero quando iniziarono le riprese. Per saperne di più, si pensi che Keith Fulton e Louis Pepe hanno prodotto il documentario Lost in La Mancha (2002): il primo “dietro le quinte” su un film che non arrivò mai alla produzione.

Ma nonostante i mulini a vento, Gilliam ha intenzione di continuare ad alternare le sue riprese sulle due sponde dell’Atlantico con la stessa energia di sempre. Dove sarà più facile? «Credo negli Stati Uniti perchè lì solitamente mi danno più soldi. So che sembra ironico dirlo, visto che passo il tempo criticando Hollywood, ma gli studios garantiscono budget che in Europa sognate» dice scoppiando in una fragorosa risata. Ma Gilliam non si dimentica degli europei. «Quando voglio girare un film “comodo” dico di essere americano. Ma quando la proposta è più esotica mi presento come inglese». Tideland venne girato in Inghilterra. In Europa abbiamo un budget ridotto, ma siamo aperti a proposte più rischiose.

Il ritorno dei Monty Python

Di fatto, il membro yankee dei Monty Python ha passato metà della sua vita nel nostro continente, a Londra. Vi sbarcò nel 1967 per guadagnarsi da vivere, e conobbe il resto dei membri del famoso gruppo comico autore di Brian di Nazareth (1979). Ma quell’epoca difficilmente tornerà. Gilliam rifiuta riunificazioni e propone altre serie comiche attuali con lo stesso spirito trasgressore. «Si continuano a fare cose interessanti in televisione. Il problema è che ci sono troppi dirigenti e produttori che complicano la vita. Ma quando disponi di uno spazio, puoi creare un umorismo molto eccitante. E non solo nel Regno Unito, dove trionfa la commedia Little Britain, ma anche negli Stati Uniti, da dove sono nate opere come South Park». Nonostante tutto è difficile pensare che queste serie segneranno una generazione come a suo tempo fu per i Monty Python.

Prima di terminare gli chiedo un titolo. Si concentra e dice: «Terry Gilliam rompe le balle anche dopo morto». Non ho ancora capito la battuta che scoppia in una risata, salutandomi. Dice che tornerà a girare un don Chisciotte con Johnny Deep. In bocca al lupo!

Tradotto dal catalano alla spagnolo da Cinzia Barberis