Cultura

Street kids: dalla strada al palcoscenico

Articolo pubblicato il 22 luglio 2013
Articolo pubblicato il 22 luglio 2013

Un gruppo di dieci musicisti francesi, in viaggio da tre mesi, usa il risveglio musicale per cambiare la vita dei bambini di strada in Indonesia, Nepal e Madagascar. La storia, quella vera, di chi sniffa colla per attenuare i crampi della fame, commette piccoli furti e si prostituisce, e di chi, con la musica, cerca di dare una svolta al loro destino.

Camminando per le strade ingarbugliate di Kathmandu, un remix dell'inno nazionale Nepalese mi attira come un canto di sirena. Generalmente, viene suonato in occasioni ufficiali in modo estremamente meccanico e noioso. Questa volta tra trombe e percussioni il ritmo sgorga dagli strumenti.

Mi avvicino cauta - quasi con timore - guidata dalle grida della folla. Mi ritrovo a Basantapur, piazza costellata di templi, dove un gruppo di giovani musicisti francesi fa ballare Kathmandu. Delle vecchiette nepalesi si guardano attorno perplesse mentre i bambini di strada si scatenano sulle note di "Barbie Girl". I musicisti suonano a pochi passi dalla dimora della Kumari, la celebre dea bambina - adorata, venerata ma prigioniera - che fino alla pubertà vede il mondo attraverso la grata di una finestra. Mi chiedo se anche lei li stia ascoltando. 

La sera li incontro per caso su uno dei tetti di Freak Street. Dopo qualche birra, mi raccontano di far parte dell'associazione Somewhere Over the Tempo e di essere un gruppo di dieci musicisti selezionati dalle scuole d'ingegneria di Nantes e Lione. In collaborazione con organizzazioni che lavorano con bambini di strada, utilizzano la musica come strumento terapeutico ed educativo. Partiti dalla Francia tre mesi fa, hanno già suonato, insegnato, e messo a disposizione le loro competenze ingegneristiche in Indonesia e Nepal. Prossima destinazione? Madagascar

Mi raccontano qualche aneddoto, di quando hanno dovuto suonare per un matrimonio nepalese in una stanza di "10 metri quadrati per 30 persone", o di quando in Indonesia una delle loro trombe si è incastrata in un ventilatore semi-distruggendo il locale in cui stavano suonando. Ma l'argomento principale delle nostre conversazioni sono i cento bambini di strada con cui passano la maggior parte delle loro giornate.

SOMEWHERE OVER THE TEMPO

A Kathmandu il gruppo collabora con APC, una delle rare organizzazioni nella capitale nepalese dove la corruzione non regna sovrana. "I bambini di strada sono estremamente difficili da intrattenere. Facciamo fatica ad interessarli per più di mezz'ora, ma questa si sta rivelando un'esperienza estremamente gratificante. Il nostro obiettivo è di farli divertire, di darli degli input in modo da farli ritornare al centro di accoglienza piuttosto che lasciarli gironzolare per strada", spiega Raphaël, uno dei trombettisti.

Per la maggior parte dei membri della fanfara è la prima esperienza a così stretto contatto con i bambini. "Inizialmente non sapevamo cosa aspettarci, questi bambini sono pieni di energia e ci si affezziona subito a loro. Sono difficili da capire, ma fa sempre piacere vedere che qualcuno di loro inizia ad interessarsi alla musica", racconta Félix.

Quando li si vede sul palco, tra coreografie e improvvisazioni - quasi tutti muniti di occhiali da sole-sembra di assistere ad una parodia dei Blues Brothers ispirata ai film di Emir Kusturica, ma quello che più traspare è la loro voglia di incoraggiare i bambini di strada una nota dopo l'altra. 

PAdre e madre di se stessi

Fuggiti da famiglie disgregate o "spediti" a Kathmandu dai genitori durante la guerra civile, i bambini di strada, provenienti anche dalle località più remote del paese, sopravvivono mendicando e svolgendo le peggiori forme di lavoro. Cresciuti troppo in fretta, genitori di se stessi, riuniti in piccole bande, di notte li si vede raccogliere immondizia per le strade semi-deserte di Kathmandu inalando vapori di colla per placare la fame. Molti di loro preferiscono la libertà della strada piuttosto che le regole e la "tabella di marcia" dei centri di accoglienza. 

Attraverso espressioni creative come arte e musica c'è chi riesce a rivoluzionare il proprio destino. Sushil Babu Chhetri, scappato di casa all'eta di 6 anni, è uno dei 6.000 bambini (ufficialmente) cresciuti per la strade di Kathmandu. Testimone e vittima di abusi e torture - non solo fuori, ma anche all'interno dei centri di accoglienza - all'eta di 23 anni, è adesso un filmmaker e fotografo.

"I centri di accoglienza non sono sinonimo di sicurezza. Molte organizzazioni locali utilizzano i bambini come macchine da soldi. Li spacciano per orfani, li utilizzano per raccogliere fondi lasciandoli vivere in condizioni pietose," racconta Sushil. "Il problema esiste anche nel caso inverso. Pensa se venissi catapultato dalle strade di Kathmandu in un centro di accoglienza - viziato, con tutti i tipi di comfort, internet, un letto, buon cibo. Una volta usciti da li ci si ritrova senza conoscenze pratiche e incapaci di affrontare il mondo del lavoro. Non apparteniamo più alla strada ma paradossalmente siamo più dipendenti di prima. Bisogna quindi incoraggiare i bambini a trovare se stessi". 

Video Credits Miha Mohorič  http://www.youtube.com/user/mihamohoric?feature=watch