Cultura

Steve James : incontro con il maestro dei documentari

Articolo pubblicato il 16 dicembre 2011
Articolo pubblicato il 16 dicembre 2011
Steve James era presente al Festival internazionale del documentario di Amsterdam. Tra interviste, discussioni e partite di basket, ho deciso di mettere alla prova il migliore realizzatore di documentari americani. Money time.

Steve James, celebre documentarista americano, autore (specialmente) del noto Hoop Dreams (1994), è seduto in fondo alla fabbrica di birra Schiller, il computer poggiato sul tavolo. Alcuni sognano di incontrare gli attori di Hollywood, io preferisco i realizzatori di documentari. Ammetto di avere un debole per Steve, questo uomo dallo sguardo dolce che mi accoglie calorosamente. Avevo visto il suo ultimo film, The Interrupters, a Detroit (USA). Uno sconvolgente ritratto di tre giovani membri dell’associazione CeaseFire, che lottano contro la violenza, nel cuore di un quartiere caldo di Chicago. Il mio interlocutore è curioso di sapere cosa mi ha portato a Motor City. Gli spiego che sto lavorando su un webdocumentario sulla città… Amo queste interviste che si trasformano in veri e propri dialoghi.

Steve è di ritorno all’IDFA (International Documentary Film Festival Amsterdam) per una retrospettiva delle sue opere e una classifica dei suoi 10 documentari preferiti. James, in veste di “veterano” del documentario in qualche modo. Ma non per la Academy Awards che ha appena snobbato la sua ultima opera. Cosa importa, Steve James resta fedele ad Amsterdam. Lusingato dal trattamento di favore che gli viene riservato, “il primo festival del documentario del mondo, sempre leader nella sua categoria”, non si esprime molto sul pubblico della città olandese. Divertito comunque da certe differenze culturali: “qui, il pubblico dà l’impressione di reagire meno che negli Stati Uniti durante la proiezione. In realtà, dopo il film, è un baccano a non finire! Per il mio film Stevie, è scoppiata una discussione in seguito ad una sessione di domande-risposte, che non sono riuscito ad abbandonare. Alcuni mi rimproveravano di aver fatto quel film, altri mi difendevano con le unghie e con i denti. Insomma, all’IDFA c’è passione, è favoloso vederla!”

Sebbene d’accordo con Steve James su questo punto, dissento su un altro: perché parlare di “età d’oro”, del “cinema del reale” in un momento in cui realizzare dei documentari sembra più complicato che mai? A dire il vero, è tutta questione di tornare indietro e non è Steve James che viene meno, lui che ha cominciato la sua carriera alla fine degli anni 80. “Quando ho iniziato i miei studi nessuno avrebbe preso in considerazione di fare carriera nel mondo dei documentari. Oggi, incontro in continuazione giovani che vogliono diventare documentaristi. Questo non vuol dire che sia facile vivere di ciò – niente affatto – ma c’è stata un’esplosione di documentari bella e buona. Da parte di festival e televisione la domanda è aumentata. Ne consegue una certa età dell’oro. Certamente c’è sempre quella paura di non riuscire a venirne a capo, è difficile farsi spazio ma con l’aiuto delle nuove tecnologie (senza più bisogno di cameraman e di studi di montaggio), i giovani realizzatori hanno in generale più opportunità di quando ho iniziato io. C’è anche stata un’esplosione di generi: ci sono dei documentari del tipo cinema-verità, altri orientati verso l’informazione e l’inchiesta, e ce ne sono anche alcuni che flirtano con la commedia”.

« Hoop Dreams: due dei personaggi del documentario sono stati assassinati”

Se Steve James apprezza gli scenari documentari del nuovo millennio, non è per questo una macchina da guerra della produzione… “Credo che il punto di partenza di tutti i miei film è stato qualcosa che avevo bisogno di capire ma che mi sfuggiva, qualche cosa che mi disturbava. Per esempio la genesi di “The Interrupters” ha a che vedere con “Hoop Dreams”: del resto due dei personaggi del documentario sono stati assassinati. Avevo bisogno di cercare la causa di quella violenza”. Lo sport e gli avvenimenti della vita di Steve James emergono spesso nelle sue opere. Niente di sorprendente per qualcuno che è cresciuto in una famiglia di sportivi e che ha frequentato la cultura afroamericana del basket. “La sera rientravo, lontano da tutto, nel mio quartiere bianco di Hampton, in Virginia… In Hoop Dreams ho voluto esplorare ciò che il basket significa per i neri americani”. Per me, siamo già all’intervallo. Molto fair-play, Steve mi ritroverà in estensioni futuriste dove gli anziani affronteranno i moderni! Insomma, più o meno…

Steve James stesso si è definito un documentarista piuttosto “tradizionale”. Senza arrivare a rinnegare le opportunità offerte da “un mondo che è cambiato”. “Quando qualcuno mi ha detto per la prima volta che aveva visto il mio film sul suo telefonino, ero allo stesso tempo inorridito e contento!” dichiara, sempre ridendo. The Interrupters ha appena beneficiato del fondo “nuovi media” del festival di Tribeca (TFI). “Offriremo una piattaforma online interattiva dove, per esempio, a partire da una delle scene del film gli internauti potranno rendere omaggio alle vittime che sceglieranno. Potranno anche sapere più cose sulle vittime all’interno del film, su quello che hanno detto i mezzi di comunicazione, ecc… Tutto questo permette di far vivere il film in un altro modo. Le nuove tecnologie non fanno scomparire le precedenti, i cinema non sono stati sacrificati con l’espansione della televisione, né la televisione con internet!”. Entusiasta, Steve James la butta lì, con una risata all’angolo delle labbra, “tuttavia spero che gli internauti vadano a vedere il mio film!”.

Hélène Bienvenu lavora su un webdocumentario sulla città di Détroit. Sul suo blog www.detroitjetaime.com, descrive la lotta dei cittadini per ridare una nuova speranza alla loro città (Pagina Facebook e Twitter)

 Foto di copertina e nel testo: © Helène Bienvenu; Video : The Interrupters (cc) DocumentaryTrailers/youtube ; Hoop Dreams (cc) DocuChick/youtube