Cultura

«Sarkozy o YouTube 3.0?», il futuro del cinema in scena a Bologna

Articolo pubblicato il 24 gennaio 2008
Selezionato dalla redazione
Articolo pubblicato il 24 gennaio 2008
Aumento della potenza di calcolo, capacità di gestire più dati, YouTube 3.0, il tutto integrato alla consolle: parliamo di cinema. Del futuro.

Il cavalletto e la cinepresa si lasciano fuori dal Future Film Festival, come suggeriscono i curatori Giulietta Fara e Oscar Cosulich. Tastiera, mouse, elaborati programmi di disegno a fianco di dispositivi low tech sono i protagonisti del cinema del futuro. Leggi “digitale”. Ma come sarà il grande schermo che verrà? Ne abbiamo parlato con Vicki Dobbs Beck, direttrice del marketing della Industrial Light & Magic, Matt Aitken, supervisore all'animazione digitale della neozelandese Weta Digital e lo scrittore di fantascienza Bruce Sterling nei panni di futurologo.

Più tecnologia e controllo

«Solo dieci anni fa iniziavo a occuparmi di Gollum per la trilogia del Signore degli anelli. Sembra passata una vita», dice Matt Aitken. Nel 1997 i campioni del botteghino erano Titanic, Jurassik Park e Men in Black. Tutti basati su effetti speciali. All’epoca le maggiori sfide erano il design e il compositing delle figure. «Si trattava di rendere più naturale la pelle, l’acqua, gli effetti della luce» continua Aitken, «ma con l’aumento della potenza di calcolo e la possibilità di gestire più dati sono stati fatti passi da gigante».

La nuova tendenza per i prossimi anni sarà la virtual cinematography, il passo successivo della motion capture. Con questa nuova tecnica la performance dell’attore è riportata da un pupazzo digitale in tempo reale sul monitor. Il regista potrà vedere sullo schermo immediatamente il prodotto finale e il suo controllo sul processo creativo sarà maggiore.

Aitken e Vicki Beck non hanno dubbi sugli ingredienti del cinema di domani: più strumenti tecnologici in mano al regista, meno costi di produzione, possibilità di creatività intatte. Uno scenario che Sterling non esita a definire «il 2018 dopo il 1984 di Orwell». Multinazionali poliziesche ci spieranno in continuazione da ogni piattaforma tecnologica: cellulari, computer, consolle; e molti finiranno in galera per reati di pirateria.

«Passeremo dalla sala alla consolle»

I due guru degli effetti speciali non si fanno impressionare. Anzi vanno oltre. «Molti potranno andare a casa dopo un film e riviverlo sulla consolle. Questo vuole il pubblico», continua Aitken. Guarderemo il film e poi caricheremo il videogioco per ripercorrerne le scene, finalmente protagonisti.

Vicki Beck spiega che la Industrial Light & Magic (ILM, la società di post-produzione che ha lavorato su Pirati dei Caraibi, ndr) ha già una divisione videogame al suo interno e sta lavorando per integrare sempre di più i due media. I videogiochi avranno storie sempre più elaborate, un ‘copione’. Già oggi numerosi giovani artisti passano senza problemi dalla creazione di questi ultimi al cinema. Lo stesso Makoto Shinkai, vincitore al festival con Byousoku 5 centimeters ha iniziato in una società di giochi elettronici. I film ad alta tecnologia subiranno quello che Sterling definisce “effetto Pokemon”: un prodotto integrato in una complessa strategia di marketing dove il consumatore passerà dalla tazza del caffè alla sala, dal videogame alla suoneria del cellulare.

You Tube 3.0 e la ‘renaissance Sarkozy’

«Siamo una società di servizi e facciamo quello che ci commissionano», sottolinea Vicki Beck quando le viene chiesto che spazio abbia la creatività in tutto questo. Poi, aggiunge: «Ogni soluzione tecnologica che offriamo è al servizio del regista, per aumentare il controllo sul processo creativo». Si punta alla perfezione digitale integrata in ambienti reali. «Già ai tempi di Pirati dei Caraibi ci trovavamo nei mondi digitali della ILM». Al tempo, ricorda, «non dicemmo nulla e la critica non se ne accorse, ma solo un pirata era frutto del make up tradizionale».

Dunque il futuro è segnato? Sterling ride. Perché escludere, per il cinema, un futuro alla Bollywood, fatto di anarchia e poca tecnologia? Già oggi, avverte, è l’industria cinematografica più importante al mondo. Che dire poi dell’industria europea? La riassume nella formula “renaissance Sarkozy”: poca tecnologia ma tanti aiuti di stato. «Saremo invasi da film francesi con missione civilizzatrice», aggiunge.

Infine le implicazioni legate a internet; quelli descritti sono tutti modelli gerarchici, ma la tecnologia darà vita ad una rete interconnessa. «Il mondo diventerà una gigantesca scuola di cinema, popolata da persone con poca professionalità, ma con mezzi tecnologici di ogni genere», azzarda. L’era di YouTube 3.0: «Non avremo più film ma solo spezzoni, tutti si chiederanno dov’è finito il business che oggi guida le major», rincara la dose Sterling.

C’è da credere al famoso scrittore cyber punk? «Avremo un misto di tutti questi scenari, ma dipende anche dalle persone. Quanto a noi futurologi, fosse per le nostre profezie il Giappone dominerebbe il mondo già da vent’anni», conclude divertito. Vicki Beck e Aitken tirano un sospiro di sollievo.

Giappone superstar a Bologna

186 le opere presentate dal 15 al 20 gennaio e oltre 30.000 presenze al Future Film Festival di Bologna, nato dieci anni fa per esplorare i territori cinematografici innovativi e sconosciuti dell’animazione digitale. Nella sezione lungometraggi ‘Byousoku 5 Centimeters’ di Makoto Shinkai si aggiudica il Lancia Platinum Grand Prize. Delicato film di animazione, in anteprima europea al festival, che racconta l’amicizia di Takaki e Akari che vedono le loro strade prendere a poco a poco direzioni diverse. Menzione speciale per ‘Tekkonkinreet’, anche questo dal Giappone, di Michael Arias, dove amore, fratellanza e bontà sembrano sentimenti banditi dalla corrotta società moderna. «Temi affrontati senza retorica e banalità», dichiara Enzo D’Alò per la giuria.

Foto in home page e nel testo: Palazzo Re Enzo in piazza Maggiore a Bologna e Sala Hera (Foto Emanuele Grifoni)