Cultura

San Sebastian, il festival del cinema (abortito)

Articolo pubblicato il 27 settembre 2007
Articolo pubblicato il 27 settembre 2007
La 55ª edizione della kermesse nella città basca spicca per le tematiche sociali. E non solo...

Tra le offerte del Festival del cinema di San Sebastian, che si tiene dal 21 al 29 settembre 2007 nella città basca, molti i film che non brillano mentre altri – pochi – quelli che stupiscono.

Passano i giorni e qui a San Sebastian sfilano solo pellicole deprimenti. Il mondo è fottuto. Ma a pagarlo, in fin dei conti, siamo noi spettatori. A furia di sproloqui sulle catastrofi mondiali, finiamo col perdere la dimensione reale dei fatti. Ci interessano? Credo di sì. Ci preoccupano? Pure. Ma forse il tam tam mediatico ne rende superficiale la nostra conoscenza. E i pamphlet di Michael Moore non aiutano certo. È per questo che invece ci affascina un film come L’avocat de la terreur (L'avvocato del terrore) dello svizzero Barber Schroeder. Perché è complesso, non dà nulla per scontato e non si nasconde dietro inutili risposte.

Il difensore dei terroristi

Schroeder, che già ritrasse la figura del sanguinario dittatore ugandese Idi Amin, si focalizza ora su quella di Jaques Vergès, uno degli avvocati più controversi della recente storia francese. Vergès, che durante tutto il documentario non mostra alcun rimorso, cominciò la sua carriera impegnandosi per l'indipendenza dell’Algeria e la finì difendendo il criminale di guerra nazista Klaus Barbie. La sua vita complessa serve, a Schroeder, da spunto per parlare di tutti i temi inquietanti del momento. Dal conflitto tra Israele e Palestina fino al terrorismo islamico. Un Vergès che, come molti dei terroristi che ha difeso, fuori dal carcere ha una vita assolutamente normale.

A documentario finito ci si interroga su chi siano i veri criminali e sui confini del terrorismo. Schroeder non ci indottrina e non prende posizione. Solo si arrischia a dare voce a tutti i protagonisti. Missione compiuta se si considera il rischio comportato dall’enorme carica ideologica dell'argomento. Anche se la mole di informazioni fornite e la grande meticolosità finiscono per trasformare L’avocat de la terreur in un documentario un po' troppo denso.

Abortire al quarto mese

Non sono facili le cose nemmeno in 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni vincitore della Palma d’oro a Cannes e del Premio della critica internazionale. Il lavoro del rumeno Cristian Mungiu (nella foto sotto) forse non va così lontano come quello del collega Schroeder, ma parte da una piccola storia: la traumatica vicenda di una giovane che si vede obbligata ad abortire clandestinamente. Attraverso questa vicenda Mungiu ritrae la Romania degli anni Ottanta, governata dal dispotico dittatore Nicolai Ceaucescu. Un'epoca in cui le cose non erano facili quasi per nessuno e dove la libertà era un privilegio di pochi. Fortunatamente non si riduce a una propaganda anti-regime. Il regista sa che la critica frontale evita la riflessione e, come Schroeder, preferisce non dare lezioni di morale a uno spettatore che a priori considera intelligente. Ritmo serrato, interpretazioni realiste, messa in scena contenuta: 4 mesi 3 settimane e 2 giorni finisce per intrappolarci. Forse assomiglia un po’ troppo alle opere dei fratelli belgi Dardenne (Rosetta, L’Enfant), ma una storia ben spiegata non è mai di troppo, soprattutto perché Mungiu non scivola in una difesa irrazionale dell’aborto. Un tema generalmente trattato dal cinema con troppa superficialità e che il regista mostra invece in tutta la sua crudezza per ricordarci che «è un tema duro». E nonostante adesso l’aborto sia legale in Romania, «non si può abusare di questa libertà» come sembra stiano facendo molte donne usandolo come metodo contraccettivo.

Per concludere, L’Avocat de la terreur e 4 mesi 3 settimane e 2 giorni sono due buoni esempi di cinema a sfondo sociale fatto con rigore, senza fastidiosi stereotipi né messaggi pretenziosi. Due proposte molto più credibili rispetto alla marea che si sta proiettando a San Sebastian. Nonostante siano molto ben confezionati e a tratti emozionanti, opere come Battle for Haditha dell’inglese Nick Broomfield o Buda as sharm foru rikht (E Budda scoppiò di vergogna ndr) dell’iraniana Hanna Makhmalbaf, sono troppo scontati e banali per temi così complessi, da non risultare interessanti.