Cultura

Redeye : Parigi-Texas, versione folk…

Articolo pubblicato il 25 luglio 2011
Articolo pubblicato il 25 luglio 2011
La voce di Redeye evoca polvere, whisky e cappelli da cowboy. Il nuovo progetto di Guillaume Fresneau, realizzato sotto forma di un EP composto da cinque brani, è un disco di viaggio. Ma quando si tratta di parlare l'artista non ama girare attorno alle parole: il suo è folk americano. Redeye ti incontra in un bar. Ti porta in giro per le sue contrade.

Porta degli stivali Santiags blu, ha i capelli sottili e il sorriso facile. Guillaume Fresneau è franco-americano. L'ultima domanda dell'intervista cercava di scoprire qualcosa sulla sua vita privata. Ma Redeye l'ha evitata ridendosela. Redeye (flight), come i voli che partono a notte inoltrata e arrivano la mattina presto. Ma il nostro Redeye non ha gli occhi rossi. E nonostante l'elusione sull'ultima domanda ha deciso di parlarci di sé. Perché questo volo notturno viaggia sulla sua vita.

«In realtà, è successo poco a poco»

«Mantengo la doppia nazionalità. È qualcosa a cui tengo, che mi riguarda, che conserverò sempre. È un punto di forza perché mi permette di creare dei ponti, di assimilare nuove influenze, di tornare laggiù». Laggiù è il Texas. L'artista ci ha vissuto dai 5 agli 11 anni, quando suo padre «monomaniaco» musicale, fan di Chuck Berry e Fats Domino, decide di trasferirsi nel sud degli States. Chiaramente, quando si fa folk americano, le influenze vanno cercate sul posto. «Ne ero circondato ma ci sono delle cose che non ho capito subito. Con il country, ero un po' diffidente. Poi tempo dopo ho imparato a conoscerlo. Se si lascia stare il lato kitsch-paglia-cappello-da-cowboy, si trovano delle belle cose. C'è quel documentario, Heartworn Highways, in cui tutti i tizi portano un cappello, fumano sigarette rullate e bevono whisky ma che, alla fine, fanno della gran bella musica».

«In realtà è successo poco a poco». Sì. Perché Redeye ci ha messo un bel po' di tempo prima di trasformare il proprio passato in musica. L'artista è partito in ritardo: «Il tempo di scrivere i pezzi, di creare un nuovo progetto, d'immaginarne le linee guida, ho iniziato a registrare l’EP a gennaio 2011». Per arrivare presto, come il primo giorno: «E' un progetto intimista. Avevo voglia di tornare all'essenziale». Non ci si può sbagliare, è sincero. Il disco composto da cinque brani è una rinascita. Redeye è un born-again.

La resurrezione con la canzone

Per vincere la scommessa della resurrezione con la canzone, bastava seguire i pezzi di vita che aveva disseminato fino ad ora. A cominciare dalla lingua: «In francese, c'è sempre la questione del senso. È una lingua letteraria in cui metti molto pensiero. Così sei meno spontaneo, meno fluido. L'inglese ha questo lato immediato, istintivo, che ti mette nelle condizioni di esprimere semplicemente te stesso. Ti poni meno domande e io volevo evitare di riflettere. Non per rendere meno interessante il progetto ma per andare dritto all'essenziale». In un periodo in cui molti artisti provano a dimenticarsi, Redeye, lui, ha deciso di ritrovarsi, per definirsi meglio. Ha cominciato con il prendere le distanze dal gruppo precedente, i Dahlia: «Con Dhalia, si facevano delle cose più rock. Avevo voglia di tornare a un certo tipo di semplicità nel modo di fare. Volevo scrivere una canzone, registrarla e poi andarla a suonare nel bar sotto casa. Con Dhalia, il gruppo funzionava in un modo per cui tutti dovevano essere d'accordo. Io volevo più una cosa “Do it yourself”». Insomma, per ritrovarsi, nel buio di un volo notturno, bisogna cercarsi. Da soli. «Avevo voglia di essere un po' egoista. E posso dire che è più facile mantenere la propria integrità quando si è indipendenti. La ricerca dell'indipendenza si diluisce nella musica, a maggior ragione perché ti danno nuovi consigli ogni giorno. Sono contento di quello che faccio, sono sincero. Avrei difficoltà a fare altro in questo momento».

Da Elliott Smith a Eddie Vedder

Per il resto, Redeye ti trascina. Le andate e ritorno regolari dagli Stati Uniti risuonano nelle cinque canzoni che compongono l'EP intitolato Be the one. «Essere il primo», come per rivelare il viaggio iniziatico di una persona partita per cercare se stessa percorrendo all'indietro un cammino di vita le cui impronte simboleggiano le note che Guillaume sussurra, o le corde che Redeye accarezza. Se nell'opuscolo promozionale il suo nome è associato a quelli di Elliot Smith o di Jeff Buckley, la sua voce fa pensare alle ballate di Eddie Vedder della colonna sonora di Into the wild. «Concepisco la musica come un sottofondo musicale di un viaggio». È chiaro amico mio. I brani ci riportano nelle contrade, tra i pini piantati nella natura vergine, vicino a un ruscello su cui si riflette la luce del sole filtrata dalle foglie.  Sto descrivendo il libretto dell'album: una foto presa dallo stesso artista «durante un viaggio negli Stati Uniti, nell'Oregon». Sì, perché Redeye è anche fotografo, grafico, pittore. Quando si dimentica un po'. Poi riprende la chitarra e torna a raccogliere le influenze musicali che l'hanno cresciuto, su una terra polverosa, con dei cowboy che bevono whisky. E che fanno della gran bella musica: folk americano.

Ah! Dimenticavo. Redeye ha gli occhi azzurri. E vi propone in esclusiva una playlist delle sue canzoni preferite:

The head and the heart – Lost in my mindAlexi Murdoch – At your doorThe Black Angels – Bad vibrations

Cults – You know what i mean

The Horrors – Sea within a sea

Photos : Une et texte © Caroline Ruffault ; video, Redeyewithatube/Youtube et cargovideo/Youtube